Domenica 18 Ottobre (DOMENICA – Verde)
XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Is 45,1.4-6 Sal 95 1Ts 1,1-5 Mt 22,15-21
di Don Paolo Scquizzato🏠home
È lecito pagare il tributo a Roma, a un impero che occupa la tua terra e s’impone con la forza? È giusto finanziare il potere che ti tiene sottomesso?
La domanda rivolta a Gesù contiene una trappola. Se risponde sì, potrà essere accusato di collaborazionismo; se risponde no, potrà essere denunciato come sovversivo. Qualunque risposta sembra destinata a diventare un capo d’accusa.
Gesù chiede una moneta. E loro gliela porgono.
È un gesto che porta alla luce una contraddizione: coloro che lo interrogano sulla legittimità del tributo hanno già in tasca il denaro dell’impero. Quella moneta, con l’effigie di Cesare, circola nelle loro mani, sostiene i loro scambi, abita la loro quotidianità. Il potere che contestano è già entrato nella trama della loro esistenza.
Gesù li conduce così oltre il dilemma che gli hanno preparato. La questione decisiva riguarda ciò che siamo disposti a consegnare al potere. Una moneta? La coscienza? La vita?
Pagate pure il tributo a Cesare. Vigilate su quanto di voi gli state cedendo.
Ogni potere tende ad allargare il proprio dominio. Può cominciare chiedendo obbedienza e finire per pretendere appartenenza. Può amministrare la vita comune e arrivare a stabilire quanto vale una persona, chi merita dignità, quale voce abbia diritto di essere ascoltata. È qui che Cesare diventa un idolo: quando pretende di essere la misura dell’umano.
Restituire a Dio ciò che è di Dio significa allora riconoscere nella persona una profondità indisponibile al possesso. Se la moneta reca l’immagine dell’imperatore, l’essere umano porta un’immagine che nessun imperatore può rivendicare come propria. Nessuno ha diritto di diventare padrone della vita altrui.
Questo vale per l’autorità politica e religiosa, per i legami familiari, per le relazioni affettive. Anche l’amore può diventare un linguaggio con cui si esercita il controllo. Anche la premura può soffocare, quando pretende di sapere sempre quale sia il bene dell’altra persona.
Le parole di Gesù attraversano persino i legami che consideriamo più sacri:
«Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa. Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me» (Mt 10, 34-37; cfr. 19, 29).
È una parola dura, che domanda di distinguere l’amore dal possesso, la fedeltà dalla rinuncia a esistere. Ci sono paci domestiche mantenute al prezzo del silenzio di qualcuno. Ci sono appartenenze che chiedono di rimpicciolirsi, di rinunciare alla propria voce, di sentirsi in colpa ogni volta che si prova a respirare.
La spada può essere letta come questo gesto di discernimento: recidere ciò che, dentro un legame, impedisce alla vita di fiorire.
Quando qualcuno si pone al di sopra di noi e pretende di governare la nostra coscienza, anche dichiarando le migliori intenzioni, occorre ritrovare la forza di sottrarsi alla sua presa. A volte la fedeltà alla vita domanda una distanza. Un confine. Un passo fuori da ciò che ci trattiene.
La parola su Cesare apre anche una questione che riguarda il nostro vivere insieme: il limite di ogni autorità. Una comunità diventa umana quando chi esercita il potere riconosce che esistono spazi sui quali non può avanzare pretese.
Scrive Ortensio da Spinetoli:
«Dio e Cesare sono due realtà inconfondibili, bisogna rapportarsi a entrambi ma senza togliere niente a nessuno. Cesare, ossia la potestà politica, non ha diritto di legiferare sul campo di Dio, cioè sul sacro, ma nemmeno gli uomini di Dio possono ingerirsi sul dominio di Cesare. La religione non è un affare di stato, la politica non è un sottodominio del potere religioso. Chi esercita l’uno non esercita, per lo stesso diritto, l’altro. Non spetta allo stato far religione, non tocca alla chiesa far pronunciamenti o scelte politiche. La società di Cristo ha la propria identità che deve essere rispettata, ma ha anche l’obbligo di lasciarla alle altre istituzioni sociali».
Questa distinzione domanda responsabilità: alla politica, quella di servire la convivenza senza impadronirsi delle coscienze; alla comunità religiosa, quella di testimoniare ciò in cui crede senza trasformarlo in un diritto a dominare. La fede conserva tutta la sua forza quando prende parola per la dignità delle persone, quando smaschera l’ingiustizia, quando si espone dalla parte di chi viene schiacciato. Smarrisce sé stessa quando cerca nel potere lo strumento per imporsi.
Il denaro può anche tornare a Cesare. La vita resta affidata alla nostra responsabilità, alle relazioni che la fanno crescere, all’amore che la chiama a compiersi.
Nessun trono, nessun altare, nessun legame può esigere che una persona rinunci a esistere.

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