Domenica 25 Ottobre (DOMENICA – Verde)
XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Es 22,20-26 Sal 17 1Ts 1,5-10 Mt 22,34-40
di S.B. Card. Pizzaballa🏠home
Possiamo provare ad ascoltare il brano di Vangelo di oggi (Mt 22,34-40) tenendo presente quello che abbiamo letto domenica scorsa (Mt 22,15-21). I due brani affrontano questioni diverse, ma sono attraversati dalla stessa tensione: le domande rivolte a Gesù diventano un modo per metterlo alla prova, anziché un’occasione per ascoltarlo.
In Matteo 22,15-21, la domanda sul tributo a Cesare era stata formulata come un’alternativa senza uscita: o sei contro Roma oppure sei contro Dio. Gesù aveva smascherato questo tranello, perché non si tratta di spartire due territori, come se Dio e Cesare fossero sullo stesso piano: la vera questione, infatti, non è a chi appartiene la moneta, ma a chi appartiene l’essere umano, a chi siamo chiamati a restituire la nostra vita.
Nei capitoli che stiamo leggendo, in realtà, si susseguono varie altre controversie: l’autorità di Gesù (Mt 21,23-27), il tributo a Cesare (Mt 22,15-21), la risurrezione contestata dai sadducei (Mt 22,23-32) e quella di oggi, sul comandamento più grande. Le domande cambiano, ma il vero interrogativo resta sempre lo stesso: chi è Gesù?
La risposta di oggi è sorprendente, e ci conduce al cuore della Legge. Gesù non si limita a citare il comandamento dell’amore di Dio (“Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente»” – Mt 22,37), che nessun maestro della Legge del tempo avrebbe contestato. Vi accosta immediatamente l’amore del prossimo (“Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso” – Mt 22,39), e poi afferma che da questi due comandamenti “dipendono tutta la Legge e i Profeti” (Mt 22,40). Non sceglie un precetto tra molti, ma offre una chiave di lettura dell’intera rivelazione. Tutto trova il proprio senso nell’amore di Dio e del prossimo; tutto deve essere compreso e vissuto a partire da questo centro.
Come nel racconto del tributo, Gesù porta la questione a un livello più profondo. I suoi interlocutori cercano una risposta sulla quale giudicarlo; lui indica il centro a partire dal quale rileggere ogni cosa. E questo centro è l’amore che dà unità a tutta la Legge.
Gesù rifiuta, insomma, la logica della riduzione. Non sceglie una parte contro l’altra né privilegia un elemento escludendone altri, ma individua il principio che dà unità e ordine al tutto.
C’è inoltre un dettaglio importante. Dopo aver risposto, Gesù pone a sua volta una domanda: «Che cosa pensate del Cristo? Di chi è figlio?» (Mt 22,42). Il dialogo prosegue sul Messia, figlio di Davide, che Davide stesso chiama Signore (Mt 22,41-46). La domanda sull’interpretazione della Legge si apre così alla domanda sull’identità di colui che la interpreta. Gesù invita i suoi interlocutori a riconoscere nel Messia una grandezza che supera le loro attese. È un ulteriore invito a riconoscere nel Messia una dignità che supera quella del solo figlio di Davide e che conduce a interrogarsi sull’identità stessa di Gesù, il Figlio venuto a portare a compimento la Legge (Mt 5,17).
Il comandamento dell’amore e la persona di Gesù sono profondamente uniti. L’amore che egli indica come centro della Legge è quello che vive nella sua relazione con il Padre e nel dono di sé agli uomini.
Le controversie si chiudono con il silenzio degli interlocutori. Matteo conclude che «nessuno era in grado di rispondergli una parola, e da quel giorno nessuno osò più interrogarlo» (Mt 22,46). Non perché Gesù abbia vinto una disputa dialettica.
Il loro silenzio nasce dal fatto che Gesù sposta continuamente la discussione dal piano delle interpretazioni al piano del fondamento. Gli interlocutori cercano di discutere della Legge; Lui mostra di stare nel luogo da cui la Legge proviene.
Il racconto lascia così una domanda. Potrebbe essere l’inizio della fede, come il silenzio di chi contempla; invece diventa il silenzio di chi non vuole lasciarsi mettere in discussione.
Ancora oggi può accaderci di preferire di restare interpreti della Legge piuttosto che diventare discepoli del Signore.
