don Michele Cerutti” Non condannati alla perfezione, ma votati alla santità”

Domenica 1 Novembre (SOLENNITA’ – Bianco)
TUTTI I SANTI
Ap 7,2-4.9-14   Sal 23   1Gv 3,1-3   Mt 5,1-12

di don Michele Cerutti🏠home

La festa di oggi non è il ricordo nostalgico di un passato sbiadito, ma il riflesso di un’alba eterna. Oggi festeggiamo una moltitudine immensa, un mosaico infinito di volti che hanno camminato sulla nostra stessa polvere, hanno pianto le nostre fatiche, ma hanno saputo fare della propria vita un capolavoro di luce.

In questo giorno di grazia, una verità profonda scende a medicare il nostro cuore stanco: l’uomo non è condannato alla perfezione, ma è chiamato alla santità.

La perfezione è un idolo di pietra, freddo e tagliente. Spesso la confondiamo con la fede, ma essa è solo un’illusione umana, un peso insostenibile che ci schiaccia. Inseguire la perfezione è come cercare di nascondere una talpa che continua a riemergere dal terreno: corriamo da una parte all’altra, spingiamo giù la terra, cerchiamo disperatamente di coprire i nostri difetti, le nostre paure, i nostri errori. Ma la natura umana riaffiora sempre. Diventa uno sforzo immane, un’ansia continua che ci logora l’anima, perché viviamo nel terrore che il mondo o Dio scoprano la terra mossa delle nostre debolezze.

La santità, invece, ha il profumo della libertà. È la poesia di un incontro. E per spiegarci cos’è questa libertà, la pagina del Vangelo che abbiamo appena ascoltato ci porta con Gesù sulla montagna. Lì, il Maestro apre le labbra e proclama il manifesto della santità: le Beatitudini.

Ascoltiamo bene quelle parole: Gesù non dice “Beati i perfetti”, non incorona i forti o coloro che hanno un terreno liscio e senza difetti. Al contrario, dice: “Beati i poveri in spirito, beati quelli che sono nel pianto, beati i miti, i puri di cuore, gli operatori di pace”. Con questo annuncio rivoluzionario, Gesù scardina lo sforzo immane dei nostri moralismi. Ci dice che beato è colui che smette di nascondere le proprie macerie e apre il campo a Dio dicendo: “Signore, guarda questa terra smossa, guarda le mie fragilità. Prendile tu”.

I santi che oggi festeggiamo hanno fatto esattamente questo: non hanno cercato una perfezione artificiale, ma hanno lasciato che il seme delle Beatitudini germogliasse dentro le loro fatiche reali.

Pensiamo a San José María Escrivà de Balaguer. Egli ha capito che i nostri limiti quotidiani riaffiorano continuamente non vanno maledetti. La stanchezza del lavoro, le tensioni in ufficio, le piccole pazienze familiari non sono ostacoli da coprire con una finta maschera spirituale. È proprio lì, in quella terra mossa del dovere quotidiano, che si vive la beatitudine dei poveri in spirito. San José María ci insegna a santificare la realtà così com’è, trasformando la prosa dei giorni ordinari nella poesia dell’amore.

Pensiamo a San Giuseppe Moscati. Nella sua vita di medico si è trovato ogni giorno di fronte alla terra ferita e sconvolta dei malati. Di fronte alla sofferenza e alla povertà – che la società vorrebbe nascondere come imperfezioni inguardabili – Moscati ha vissuto la beatitudine dei puri di cuore e dei misericordiosi. Non ha cercato la fredda perfezione di una scienza distaccata. Si è chinato e vi ha riversato la carezza di Dio, curando i corpi per far rifiorire le anime.

Pensiamo a Santa Gianna Beretta Molla. La sua vita era bellissima, ma non era una linea retta senza scossoni. Quando la malattia ha minacciato la sua gravidanza, la terra sotto i suoi piedi è tremata. Gianna non ha cercato una via di fuga perfetta o comoda. Ha vissuto la beatitudine di chi ha fame e sete della giustizia e della vita. Ha spalancato il suo cuore a Dio e ha scelto la santità del dono totale, lasciando che la vita della sua bambina fiorisse proprio attraverso il sacrificio della propria terra.

E pensiamo a San Luigi Guanella. L’intera sua opera è nata dall’accoglienza di ciò che il mondo considerava imperfetto e difettoso. Laddove la società del suo tempo scartava gli anziani, i malati e i disabili – considerandoli anomalie da nascondere alla vista – Don Guanella ha incarnato la beatitudine degli operatori di pace e dei miti. Non ha preteso che quelle vite fossero “perfette” secondo i criteri umani; le ha amate nella loro sacra fragilità, ricordandoci che a Dio non interessano i terreni asfaltati, ma i cuori che si lasciano abitare.

Fratelli e sorelle, fermiamo questa corsa faticosa verso una perfezione che non ci appartiene. Smettiamo di spendere le nostre energie nel tentativo immane di nascondere le nostre ombre a Colui che già ci conosce e ci ama.

Le Beatitudini [non sono un elenco di doveri impossibili, ma la mappa di una felicità già in essere. Deponiamo l’armatura pesante dell’orgoglio. Camminiamo leggeri e fiduciosi, lasciandoci amare da Dio, perché è proprio attraverso le crepe della nostra vita che la Sua luce guarirà il mondo.


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