Lunedì 2 Novembre (COMMEMORAZIONE – Viola o Nero)
COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI (Messa I)
Gb 19,1.23-27 Sal 26 Rm 5,5-11 Gv 6,37-40
di don Lucio D’abbraccio✝️home
In questi giorni i cimiteri sono bellissimi. Le tombe sono pulite, ci sono crisantemi dappertutto, i lumini brillano. È un gesto bello e giusto. Ma vi faccio una domanda: e il resto dell’anno? A febbraio, con la pioggia, o in un pomeriggio d’agosto, quante tombe avranno ancora un fiore? Alcune, già oggi, non hanno nessuno che le visiti. Non lo dico per rimproverare. Lo dico perché il ricordo, se non lo teniamo vivo, si spegne come un lumino al primo colpo di vento.
Giobbe era un uomo distrutto: aveva perso la salute, i beni, tutto. Eppure grida: «Io so che il mio redentore è vivo». Non dice «spero». Dice «so». E aggiunge: «Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno e non un altro». Non un altro: proprio lui, con il suo volto e la sua storia. Per Dio nessuno è uno in mezzo alla folla.
E Gesù, nel Vangelo, ci dice: «Colui che viene a me, io non lo caccerò fuori». Gesù non respinge chi si affida a lui.
Poi pronuncia una frase che dovrebbe riempirci il cuore di speranza: «Che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato». Nulla.
Immaginate un artista che sta facendo un grande mosaico, con migliaia di tessere minuscole. Una cade a terra e finisce sotto un mobile, in mezzo alla polvere. Lui si china, la cerca, non si dà pace finché non la trova. Perché? Perché anche quella piccola tessera ha il suo posto, e senza di essa il mosaico non sarebbe completo.
Così fa Dio con ciascuno di noi. Anche con chi è morto cinquant’anni fa e non ha più nessuno che lo ricordi. Anche con chi ha fatto del bene senza ricevere un grazie. Per Dio non esistono tessere da buttare.
Ma qualcuno potrebbe domandarsi: se i nostri cari sono nelle mani di Dio, perché continuiamo a pregare per loro?
La Chiesa ci insegna che chi muore nell’amicizia di Dio, ma ha ancora bisogno di essere purificato, viene preparato dal suo amore alla gioia piena del Paradiso. E noi possiamo accompagnarlo con le nostre preghiere.
Possiamo far celebrare una Messa in suffragio, compiere un gesto di carità in loro memoria e ottenere, alle condizioni stabilite dalla Chiesa, l’indulgenza plenaria applicabile ai defunti.
Un fiore dura qualche giorno. Una preghiera sale fino al cuore di Dio.
Allora portiamo a casa tre cose semplici.
Primo: tornare al cimitero anche quando non è novembre. Non servono grandi mazzi: un fiore, un «Eterno riposo», mezzo minuto.
Secondo: passando davanti a una tomba trascurata, dire una preghiera per chi vi riposa. Magari sistemare un vaso caduto. Nessuno vi vede, ma Dio sì.
Terzo: raccontare ai più piccoli chi erano i nostri defunti, che mestiere facevano, che cosa li faceva ridere. I ricordi si trasmettono così, e con i ricordi anche la fede.
Qualcuno di voi porta un lutto recente, e oggi il cuore pesa. Il Salmo ci suggerisce una preghiera per i giorni più difficili: «Il tuo volto, Signore, io cerco». Non dobbiamo fingere di essere forti. Possiamo piangere e, nello stesso tempo, continuare a cercare il volto di Dio. Lui ci ascolta.
In autunno il contadino semina il grano. Getta i chicchi nella terra e sembra quasi che li stia buttando via. Invece sa che arriverà la primavera e che quei chicchi porteranno frutto.
Anche il cimitero è come un campo seminato. Non è soltanto il luogo dove riposano i nostri morti, ma anche il luogo dove attendiamo, nella fede, il compimento della promessa di Gesù: «Io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
Quando uscirete da qui, portate un fiore, ma portate soprattutto una preghiera e una promessa: «Non ti dimentico».
Perché Dio non dimentica nessuno, e noi vogliamo imparare da lui. Amen.
