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Don Marco Ceccarelli”Il cristiano non deve essere sale e luce; il cristiano “è” sale e luce.”

V Domenica Tempo Ordinario “A” – 9 Febbraio 2020
I Lettura: Is 58,7-10
II Lettura: 1Cor 2,1-5
Vangelo: Mt 5,13-16

  • Testi di riferimento: Is 52,5; Ez 20,41; 36,20-23; Zc 4,11-14; Mt 4,15-16; 6,1; 9,8; 10,32-33;
    12,33; 15,31; 28,19-20; Mc 4,21-22; 9,50; Gv 8,12; 15,4-8; Rm 2,17-24; 1Cor 10,31; Gal 1,23-24;
    Ef 5,8-9; Fil 2,14-15; Col 4,6; 1Ts 4,9-12; 2Ts 1,11-12; 1Tm 5,25; 6,1; Tt 2,5; 1Pt 2,12; 4,10-11;
    Ap 2,5; 11,4
  1. La missione dei cristiani. Dopo la solenne introduzione costituita dalle Beatitudini con le quali
    Gesù enunciava le categorie di persone che hanno il giusto atteggiamento per entrare nel regno di
    Dio, il discorso della montagna (Mt 5-7) continua rivolgendosi direttamente ai suoi discepoli. Tutto
    il discorso della montagna è rivolto ai discepoli (cfr. Mt 5,2); Gesù parla per i cristiani, mostrando
    in cosa consista la loro chiamata a seguirlo. Quelle che troviamo nel breve brano odierno di Vangelo sono dunque le prime dirette affermazioni di Gesù riguardo ai suoi discepoli, che fanno seguito a
    quella dei due versetti precedenti relativi alla persecuzione. La prima cosa infatti che Gesù dice loro
    è che essi saranno perseguitati (vv. 11-12). Non è certo un inizio molto incoraggiante! Ma la realtà
    della persecuzione è indicativa del fatto che i cristiani hanno un ruolo pubblico per il mondo. Gesù
    nel v. 12 paragona i suoi discepoli ai profeti antichi. Come loro, anche i cristiani hanno una missione pubblica, palese, sociale, a causa della quale si attireranno una persecuzione. I cristiani hanno
    una missione in funzione della “terra” e del “mondo”, cioè di tutti gli uomini di tutti i tempi. Le
    prime affermazioni di Gesù ai suoi discepoli riguardano quindi la loro missione nei confronti
    dell’umanità. E, curiosamente, ciò è anche l’oggetto delle ultime parole riportate da Mt alla fine del
    suo Vangelo (28,19-20). Nel Vangelo odierno la missione dei cristiani viene rappresentata con la
    metafora del sale e soprattutto della luce.
  2. “Risplenda la vostra luce”.
  • Il cuore del Vangelo di oggi è costituito dal v. 16. Qui possiamo sottolineare due cose. Va notato
    che il verbo “risplenda” è l’unico imperativo che appare nel brano. Il cristiano non deve essere sale
    e luce; il cristiano “è” sale e luce. Lo è, potremmo dire, ipso facto, per il fatto stesso di essere cristiano. La questione che si pone è se tale sale e tale luce dovessero fallire nello svolgimento del servizio che costituisce la loro ragion d’essere. Per il sale salare non è un optional, né un aspetto secondario del suo essere sale. Il sale esiste per salare; punto. Quello è il fondamentale e unico senso
    del suo esistere. Lo stesso dicasi per la luce. Ma, paradossalmente, si può dare il caso in cui questo
    non avvenga. Ciò sarebbe un grosso problema perché per il mondo non ci sarà altro sale o luce. I
    due articoli (“il sale … la luce”) stanno a dire che questo ruolo nel mondo è svolto soltanto dai discepoli di Gesù. Dunque l’imperativo non è “siate luce”, ma “risplenda la vostra luce”; cioè: non sia
    che questa luce che è fatta per illuminare se ne stia nascosta.
  • La luce dei cristiani che deve brillare e illuminare il mondo sono le loro “buone opere”. Queste
    opere buone vengono poi delucidate – perché non ci sbagliamo – a partire dal v. 17 e che ascolteremo nel lungo brano del Vangelo della domenica prossima. E che in definitiva sono le opere di
    Cristo; perché lui è la luce, come ci aveva detto Mt in 4,15-16. I cristiani riflettono le stesse opere.
    Mt è perciò il Vangelo delle opere; ma non di qualsiasi opera. Anche gli scribi e i farisei facevano
    opere buone. Ma Gesù dice che la giustizia dei discepoli è superiore a quella degli scribi e dei farisei (Mt 5,20). Le opere dei cristiani sono quelle di Cristo, le uniche che possono veramente rivelare
    il Padre. Infatti il fine del loro “risplendere” non è tanto perché altri li imitino, e tanto meno per suscitare l’ammirazione degli altri (Mt 6,1-6), ma perché diano gloria al loro Padre, riconoscendo cioè
    Lui come fonte del loro stile di vita e conoscendo la sua natura tramite tali opere.
  • A questo proposito possiamo fare una considerazione preliminare sul fatto che il cristianesimo non
    è questione di chiacchiere. Non è una dottrina speculativa. Non è un prodigio di architettura filosofica. Si può correre il rischio di trasformare il cristianesimo in una filosofia del linguaggio, vale a
    dire in una realtà virtuale, che esiste solo a livello di parole, ma non nella realtà. Per esempio: il discorso della montagna (che appunto continueremo ad ascoltare nella prossima domenica) che è un
    insieme di opere concrete, dove si vede? Chi lo pratica? Magari se ne parla; magari molti restano
    ammirati di cotanta sublimità di dottrina. Ma esiste da qualche parte nella realtà? Certamente esiste,
    anche se non lo vediamo così frequentemente in mezzo a noi. Però ci può essere non di rado una
    profonda dicotomia fra il dire e il fare. Gesù dice: «Non fate secondo le loro (dei farisei) opere, perché dicono ma non fanno» (Mt 23,3). Consci di questa dicotomia, può sorgere allora per alcuni la
    tentazione di abbassare il linguaggio, vale a dire di ridurre la dottrina, di semplificarla; oppure semplicemente di non parlarne, pensando che in fondo non si può applicare. Altri, vedendo questo “tradimento” dell’insegnamento di Cristo, al contrario affermano con forza la radicalità del Vangelo,
    senza però forse riuscire a metterlo in pratica, aumentando così il rischio che il cristianesimo sia ridotto ad una filosofia del linguaggio. Dobbiamo essere coscienti di questo pericolo, altrimenti vivremo sempre di più una schizofrenia religiosa. «È meglio tacere ed essere piuttosto che dire e non
    essere» (Sant’Ignazio di Antiochia agli Efesini, XV).
  • Un ruolo pubblico → “davanti agli uomini”. Come era stato per il popolo di Israele in mezzo alle
    nazioni, così la Chiesa è in funzione di un servizio al mondo. Non ci può essere un cristiano solo
    per se stesso; qualsiasi cristiano, se è tale, non può che fare un servizio al mondo. Come il sale insipido e una luce nascosta sono assolutamente inutili, così sono i cristiani che non svolgono la loro
    missione. Si assiste oggi ad un tentativo di voler relegare la dimensione cristiana nelle sacrestie.
    Come a dire: vuoi essere cristiano, credere a quello che insegna la Chiesa, sostenere le tue tesi etico-religiose? Fai pure, basta che lo fai all’interno dei tuoi ambienti di culto. Quando invece sei nella
    sfera pubblica allora la dimensione religiosa deve rimanere nascosta. Insomma, la fede andrebbe
    vissuta soltanto nel privato. Il fatto è che invece il cristiano ha una missione pubblica proprio in
    quanto cristiano; e questo per comando esplicito di Cristo. La luce deve stare sul candelabro, non
    dentro un cassetto. Essere nascosti significa essere nel posto sbagliato, come una lampada sotto il
    letto. Il cristiano svolge la sua missione sul candelabro, cioè lì dove Dio lo ha posto per rendere testimonianza. Nell’Antico Testamento il candelabro (la menorah) segnalava la presenza di Dio nel
    santuario, e la sua luce non doveva mai essere spenta. Ogni cristiano ha un suo candelabro, un suo
    posto, nella Chiesa e nel mondo; perché adesso è nel mondo che occorre segnalare la presenza di
    Dio. E ciò il cristiano lo realizza rimanendo lì dove Dio lo ha messo. Nonostante le nostre ambizioni o le nostre difficoltà ad accettare quella realtà in cui Dio ci ha posto a vivere, possiamo compiere
    la nostra missione, perché questo è il motivo per cui Cristo ci ha chiamati a seguirlo. «Una Chiesa e
    una teologia che dimentica o nega il mandato missionario dei credenti come messaggeri di salvezza
    in un mondo minacciato dal disastro rinuncia al suo stesso fondamento e ciò facendo rinuncia a se
    stessa» (Martin Hengel).
  1. “Affinché diano gloria al Padre vostro”. Il fine della missione dei cristiani è quella della glorificazione del Padre. Il cristiano è colui che è unito a Cristo come il tralcio alla vite, e quindi produce
    lo stesso frutto della vite. Il Padre è glorificato “per mezzo” di questa unione a Cristo che porta molto frutto (Gv 15,8). Il servizio dei cristiani al mondo è quello che porta gli uomini a glorificare Dio.
    Ai cristiani è richiesto, come prima di loro ai giudei (Rm 2,17-24), di vivere in conformità alla volontà di Dio. Quando i credenti in Jahvè trasgrediscono i suoi comandi il Suo nome è bestemmiato,
    è disonorato (Ez 36,20-22), perché le genti conoscono un Dio che non corrisponde al vero. Sono le
    opere dei cristiani che possono far conoscere chi è Dio, perché dai frutti si riconosce la pianta (Mt
    12,33); ma se le loro opere non fossero quelle di figli, non rivelassero cioè il Padre, Dio sarebbe conosciuto per quello che non è. Ora, dice Gesù, le opere del cristiano che rivelano il Padre celeste
    sono sì quelle vissute in conformità ai comandamenti, ma nel modo in cui Cristo li interpreta, secondo la loro verità più profonda, come ascolteremo nel resto di Mt 5. È la santità dei cristiani che
    fa conoscere la santità di Dio (Mt 5,48).
  2. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati. Non sono conosciuti, e vengono condannati. Sono
    uccisi, e riprendono a vivere. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano. Sono disprezzati, e nei disprezzi hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti. Sono ingiuriati e benedicono; sono maltrattati ed onorano. Facendo del bene vengono puniti come malfattori; condannati gioiscono come se ricevessero la vita. Dai giudei sono combattuti come stranieri, e
    dai greci perseguitati, e coloro che li odiano non saprebbero dire il motivo dell’odio … Come è
    l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani … Dio li ha messi in un posto tale che ad essi
    non è lecito abbandonare (A Diogneto, V-VI).
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