Gen 12,1-4a; 2Tim 1,8b-10; Mt 17,1-9
La vita umana è un viaggio in cui è presente un desiderio profondo che spinge ad andare avanti, a vivere una tensione ed una ricerca. L’esperienza del credere si inserisce in questo cammino, ne condivide fatiche e gioie, il peso quotidiano. Giunge in qualche modo a scavarne le radici. Condivide soprattutto quella fiducia fondamentale che è spinta ad andare avanti nella vita a cercare futuro anche dove esso non è visibile. In questo cammino percepisce in modo profondo che tale apertura proviene da una presenza, è risposta ad una chiamata che precede, è orientata ad un incontro, procedendo come se si vedesse l’invisibile.
Abramo è padre dei credenti perché la sua vita è stata segnata da una chiamata a partire e andare. La sua è stata risposta ad una voce percepita nella sua esistenza fuori di lui, guardando le stelle, e dentro di lui, nelle profondità del cuore. Un viaggio verso terre lontane, promesse, ma anche un viaggio dentro a se stesso. Abramo partì, lasciando la sua terra e le sue sicurezze verso un futuro nascosto, sconosciuto, racchiuso nelle mani del Dio della promessa: ‘va’, lascia…’.
La chiamata di Abramo è spinta ad andare con lo sguardo rivolto ad un popolo numeroso: una indicazione evocata e senza alcun appoggio sul presente. Abramo è in quel momento un uomo solo ma la promessa lo lega ad una moltitudine… La chiamata di Dio ad andare infatti indica orizzonti di popoli e umanità: ‘farò di te un grande popolo e ti benedirò… in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra’.
Il suo cammino è un esempio di un rinnovarsi mai concluso: Abramo è chiamato a superare lo scandalo dell’attesa, del dubbio e della prova. Il suo peregrinare presenta i tratti di quello di ogni credente, chiamato a farsi benedizione per gli altri.
Il racconto della trasfigurazione è posto da Matteo a metà del suo vangelo. Fa così scorgere la direzione del cammino di Gesù verso Gerusalemme: è già un racconto pasquale. Non a caso Matteo usa un termine, per parlare dell’evento sul monte, che evoca un cambiamento: non tanto trasfigurazione ma ‘metamorfosi’, quello che accade nel passaggio dal bruco alla farfalla. Nel volto umano di Gesù si scorge una luce che viene dall’alto e lo trasforma, trasformando anche chi lo guarda.
Gesù è presentato nel suo andare verso Gerusalemme, verso la croce, ma nello stesso tempo con il volto luminoso: le sue vesti sul monte divengono splendenti ed è accompagnato da Mosè ed Elia, che insieme simboleggiano tutta la storia di Isreale.
Il monte, lo splendore, la nube, la voce richiamano quanto accadde al Sinai nel dono della legge, e insieme il cammino dell’esodo: la gloria di Dio, la sua presenza, camminava nella tenda che conteneva le tavole della legge (Es 40,34-38). Tenda e dimora sono ora la presenza di Gesù che cammina davanti ai suoi discepoli.
Pietro si rivolge a Gesù chiamandolo ‘Signore’ e fa riferimento alla festa delle tende, sei giorni dopo il giorno dell’espiazione (Yom Kippur), festa di attesa del messia. I tempi del messia sono presenti (2Pt1,16-18).
Subito dopo l’annuncio della passione, e dopo l’invito a seguire Gesù sulla sua strada questo momento è segnato dalla luce. Gesù percorre la via del dono e del servizio, fino alla croce, ma il volto sfigurato di colui che affronta ostilità e sofferenza, in fedeltà all’amore è il medesimo volto del risorto, che ha vinto il male e la morte con l’inermità di un amore vissuto fino alla fine.
La trasfigurazione indica anche i tratti del volto del discepolo, chiamato a seguire Gesù per la via da lui percorsa. In questa via vi sono momenti di gioia: ‘è bello per noi stare qui’. Ma il cammino deve continuare, sui sentieri della vita di ogni giorno e trovare riferimento solo sulla sua parola: ‘Ascoltatelo’. La quaresima può essere tempo in cui lasciare spazio all’ascolto della Parola di Dio e a guardare il volto Gesù, via aperta all’incontro con Dio.
Alessandro Cortesi op
Fonte:https://alessandrocortesi2012.wordpress.com
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