mons. Roberto Brunelli”Gesù risuscita un suo amico. E tutti gli altri?”

mons. Roberto Brunelli

V Domenica di Quaresima (Anno A) (29/03/2020)

Vangelo: Gv 11,1-45

La quaresima introduce alla Pasqua, festa della risurrezione del Signore, festa della vita. Le scorse domeniche l’hanno preparata, parlando della vita eterna con gli episodi della samaritana al pozzo e del cieco nato; oggi il discorso si fa più esplicito, col racconto (Giovanni 11) di Gesù che richiama in vita il suo amico Lazzaro, il fratello di Marta e Maria.


 Questa narrazione è una delle pagine più impressionanti del vangelo. Giunto al sepolcro dell’amico, inaspettatamente, imperiosamente, Gesù comanda di aprirlo: è il sepolcro di un uomo morto già da quattro giorni, al quale a gran voce il Signore ordina “Vieni fuori!”: gesti e parole che mettono i brividi, ancor prima di saperne l’esito. Egli manifesta qui tutta la potenza della sua divinità, dopo aver espresso tutta la tenerezza della sua umanità: la morte dell’amico l’aveva commosso sino alle lacrime. E quanta naturalezza, quanta umana verità nel quadro in cui egli si muove: una sorella del morto piange, l’altra si lamenta, vicini e parenti si affollano a consolarle (non rinunciando a qualche critica), sino al particolare crudo del morto che dopo quattro giorni “già manda cattivo odore”. Parole e gesti da brivido si collocano in un contesto di normalità, quella inquietante normalità di cui tutti abbiamo dovuto fare esperienza.


 Lazzaro esce dal sepolcro, e vivo al punto che qualche giorno dopo il vangelo lo riprende seduto a banchettare con Gesù. Lo strepitoso miracolo può suscitare però un interrogativo: fortunato, Lazzaro, ad avere un amico come quello, capace di riportarlo ai suoi affetti, alla sua vita; ma Gesù non dimostra qui una inaccettabile parzialità? Se era capace di farlo, perché non ha risuscitato anche gli altri morti? Estendendo il discorso: ha guarito il cieco nato di cui abbiamo sentito la scorsa domenica; e gli altri ciechi, perché no? Perché ha risanato soltanto alcuni dei tanti lebbrosi e paralitici e sordomuti eccetera, presenti allora in Israele, per non dire di tutti gli altri, di ogni tempo e paese?

Una risposta si trova in quanto accade appena prima della risurrezione di Lazzaro. A Marta che gli esprime il suo rammarico (“Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”), Gesù risponde con le memorabili parole cui ogni cristiano lega la propria speranza: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno”.


Gesù ha compiuto miracoli nel corso della sua vita terrena, certo per compassione verso i colpiti dalla sventura, ma principalmente per mostrare l’inizio di tempi nuovi (il suo Regno, di cui tanto ha parlato), per esemplificare il ben-essere, la felicità di cui, nel suo Regno compiuto (la vita eterna), godranno quanti credono in lui. In coloro che incontrava egli mirava a suscitare la fede; a questo scopo, tra gli altri, si è esplicitamente dichiarato alla samaritana al pozzo e al cieco nato; allo stesso scopo, anche a Marta chiese se credeva nella sua capacità di dare la vita eterna. E la risposta di Marta è il modello di ogni risposta di fede: “Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio”.


Risuscitando, Lazzaro è stato richiamato di qua ancora per qualche tempo; non sappiamo quanto, ma certo un tempo limitato, rientrando poi nella norma che assegna un termine alla vita terrena. Ma Gesù può e vuole fare di più: a lui come a tutti gli uomini, nati per la vita e assetati di vita, egli offre quella senza fine, in cui non c’è più posto per lutto e lamento, in cui non ci tormenterà più l’angoscia di dover morire. “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, non morrà in eterno”. E Paolo nella seconda lettura (Romani 8, 8-11) lo ribadisce, prospettando il futuro di chi vive secondo lo Spirito (cioè di chi ha fede): “Colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali, per mezzo del suo Spirito che abita in voi”.


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