Don Paolo Scquizzato Commento OMELIA VI domenica di Pasqua

OMELIA VI domenica di Pasqua. Anno A

«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; 16e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, 17lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. 18Non vi lascerò orfani: verrò da voi. 19Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. 20In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. 21Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». (Gv 14, 15-21)

La separazione, quando riguarda persone tra cui non vi è alcun legame, si trasforma ben presto in oblio. Quando invece avviene tra amanti, fa in modo che il legame si rafforzi, e la lontananza diventa pretesto per pensarsi in modo più intenso ed essere ancora più uniti. Questo è il miracolo dell’amore: trasformare l’assenza in unione e la lontananza in prossimità.
I discepoli di Gesù hanno vissuto questo con il loro maestro. Quando Gesù è morto essi – in tempi anche lunghi – hanno cominciato a sentirlo più vivo e presente che mai, vivendo la sua parola e sul suo esempio. Quando la morte ha toccato Gesù, i discepoli hanno cominciato pian piano a farne esperienza come il risorto, ossia il vivente; più amavano, più erano attenti alla sua parola cercando di incarnarla, maggiormente lo percepivano come presente, attivo nel quotidiano, e in una modalità infinitamente più forte e reale di quando egli era effettivamente tra loro.

Ciò che Gesù ha vissuto coi suoi è un po’ ciò che avviene tra genitori e figli. Gli anni vissuti insieme, sono serviti a ridestare e far sbocciare energie profonde e insospettate nei figli, in modo che questi possano poi cominciare a vivere della loro forza e potenzialità, senza dover riferirsi continuamente ai genitori. Tutto ciò che un figlio farà e penserà sarà squisitamente proprio, ma al contempo impastato degli anni trascorsi insieme ai propri genitori.
Ciò che Dio desidera da noi, è che noi viviamo ‘da soli’, ossia portando a compimento tutta la nostra potenzialità, la nostra energia interiore, con tutto ciò che di più caro sta nella nostra individualità. Ogni cosa infatti in natura nasce e si sviluppa partendo sempre dal centro, per cui dovremmo imparare a diventare adulti da ciò che di più prezioso e grande ci portiamo dentro, senza il bisogno di riferirsi continuamente a modelli, norme e comandamenti esterni.
Gesù stesso è stato compagno di viaggio per i suoi per un periodo limitato di tempo; è stato un appoggio per il tempo necessario a diventare grandi, ma poi compie il distacco consapevole che dentro all’uomo è presente quel nucleo incandescente, lo Spirito, che si svilupperà, porterà a compimento l’umano, se solo gli si presterà attenzione e gli si permetterà di illuminare tutto l’essere.

Si racconta che quando il Gautama Buddha a Kusinagara si coricò per morire, i suoi discepoli lo circondarono piangenti. Ma lui deve aver detto al suo discepolo prediletto Ananda: «Perché piangi e sei triste, Ananda? Non è stato questo il mio insegnamento, non è stata questa la mia parola: tutto quello che è stato formato è destinato a dissolversi di nuovo. Voi siete lampade a voi stessi. Sforzatevi ininterrottamente».


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