Nico Guerini

Nico Guerini”Tesoro, perla, rete”

XVII Domenica del Tempo Ordinario

Le parabole di cui sono costellati i vangeli si presentano in due forme. Quella probabilmente più nota racconta una “storia” in cui si muovono diversi personaggi lungo un percorso che comprende vari passaggi; l’altra, di cui si potrebbe anche non accorgersi, concentra il tutto su una parola, meglio su una “immagine”.

Mentre la prima forma, anche se libera il senso finale solo nella conclusione, offre diversi aspetti che permettono di leggere anche alcune circostanze del percorso (si pensi al buon samaritano, alla parabola dei vignaioli omicidi ecc.) da cui derivare utili interpretazioni; la seconda, che suggerisce un paragone affidato a una sola parola-immagine, chiede un’attenzione maggiore e uno scavo più profondo.

È il caso delle tre parabole presentate nel vangelo di oggi, che mettono a fuoco tre figure: il tesoro, la perla, la rete. Proveremo a scoprirne tutta la suggestiva ricchezza.

Nel sogno il progetto di Dio

La prima tappa delle tre letture ci presenta Salomone, rimasto nella memoria biblica l’icona della “sapienza” – anche se la sua fine penosa metterà in crisi l’idea che ci si era fatta di lui a partire dagli inizi –, icona  magnificamente illustrata dal brano proposto oggi, 1Re 3,5.7-12.

Partiamo dall’inizio, per un’osservazione importante: «Il Signore apparve a Salomone in sogno durante la notte». La nota è tutto tranne che un dettaglio casuale relativo all’orario. Credo che tutti ricordino i “sogni” di Giuseppe nel vangelo dell’infanzia come momenti di “rivelazione”, ma il tema appare altre volte nella Bibbia, e con lo stesso significato: si pensi al sogno di Giacobbe (Gen 28,10-15) e a quelli di Giuseppe (Gen 37,5-10), o anche a Gb 33,15-16, dove è teorizzata l’abitudine di Dio di utilizzare le «visioni notturne nel sonno» per «aprire l’orecchio degli uomini», visioni di cui parla pure Dn 7,13.

Questa memoria è rimasta nella tradizione letteraria cristiana, al punto da costituire l’incipit di un glorioso poema anglosassone (VIII secolo) intitolato Il Sogno della Croce che inizia con questi versi: «Attenti! Un’eccelsa visione io voglio raccontare, / un sogno che sognai nel mezzo della notte / quando uomini e voci giacevano a riposo» (vv. 1-3). Annoto che il poema e il commento, segmentato nelle sue quattro parti, è apparso su SettimanaNews l’anno scorso in quaresima.

Il “sonno” è chiara metafora della passività e dunque della disponibilità dell’uomo all’ascolto, e questo richiama alla necessità del silenzio e della quiete, e forse anche della solitudine, per svegliare l’attenzione. Si ricordi il versetto di Lam 3,28, Sedebit solitarius et tacebit, il pilastro di tanta letteratura monastica medievale, e non solo di quella specificamente eremitica.

Salomone, cosciente di essere solo “un ragazzo”, chiede al Signore il dono del discernimento e di un cuore docile, pronto a realizzare quanto ha capito, senza il quale la capacità di distinguere il bene dal male diventerebbe un fronzolo futile. Splendida essenzialità, che Dio apprezza.

È interessante l’elenco di quanto Salomone, d’istinto, avrebbe potuto chiedere: lunga vita, beni e ricchezze, vittoria sui nemici. Sono beni che, per così dire, danno sicurezza, ma che sono segnati da una fragilità intrinseca che ne mina le basi: come si usa dire, l’unica cosa certa della vita è la morte, le ricchezze sono fonte di affanni sia per conquistarle che per mantenerle, e le “vittorie”, a parte il prezzo che costano, non garantiscono per nulla la pace!

Raccogliendo il senso di ciò che stiamo dicendo, chiamerei i tre “beni” che Salomone scarta elementi di “dis-trazione”, nel senso letterale che “traggono lontano” dai beni veri, per scorgere i quali è invece decisivo il discernimento, e questo non ha nessuna speranza di nascere se non nell’abitudine al silenzio e alla riflessione. Per questo è necessario di continuo “tornare al cuore”, cioè al centro di noi stessi, tema che appare sovente nei commenti alla parabola del prodigo che, dopo essersi “perso” in quella che Agostino, Bernardo e tutti quelli che vivono alla loro scuola chiamano «regione della dissomiglianza», decide il “ritorno a casa”, cioè al cuore, da dove si era stoltamente allontanato.

Chiamati ad essere santi

La seconda tappa (Rm 8,28-30) non fa un discorso diverso, perché pone al centro un principio solidissimo al quale ancorarsi per evitare qualsiasi dispersione, qualsiasi “dis-trazione” su strade che sono alla fine dei vicoli ciechi sui quali è pericoloso far conto: «Noi sappiamo che tutto concorre al bene per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno». Chiamati a che cosa? Qual è il suo “disegno”? «Essere conformi all’immagine del Figlio suo». La Volgata ha la lezione: «sono chiamati santi», che poi non è che cambi molto.

San Bernardo che, in un sermone per la stagione del raccolto, commenta Rm 8,28, prevede un’obiezione nei suoi uditori: “Come facciamo a sapere di essere santi?”, che è quanto dire “Come facciamo a sapere di amare Dio?”. La sua risposta è preziosa: «In questa frase non ti spaventi il termine santità, perché li chiama santi non secondo il merito, ma secondo il proposito, non secondo il sentimento, ma secondo l’intenzione. […] E, se ti capita di sbagliare, non rimanere fermo sull’errore, ma pentiti e correggiti per quanto sta in te; senza dubbio sarai santo anche tu, ma sarà necessario che tu continui a levare il tuo grido: Custodisci la mia anima, perché sono santo (Sal 85,2)».  La “santità” è un germe, non è di questa terra, maturerà nel dopo. Qui è importante mantenere «l’intenzione e il proposito di essere santi» (Per il tempo della mietitura, Sermone I,2).

Il proposito è verificabile, ed è soprattutto da custodire con ogni mezzo, perché è dentro un’onda segnata dalla progressione così ben descritta da Paolo: predestinati, chiamati, giustificati, glorificati, facendo attenzione a intendere la “predestinazione” non come una salvezza o condanna “a prescindere”, ma come “progetto” di Dio su di noi, al quale siamo chiamati con la nostra libertà ad aderire.

Tre parabole per dire l’essenziale

Le parabole del vangelo (Mt 13,44-52) paragonano il regno dei cieli a un tesoro sepolto in un campo, a una perla nascosta, e a una rete che raccoglie ogni genere di pesci.

Ci sono certe analogie tra queste parabole conclusive e quelle che le hanno precedute. Le prime due hanno in comune la preziosità del “regno dei cieli”, ma anche il loro carattere occulto, che le accosta al granello di senape e al lievito, la terza richiama nel suo miscuglio quella della zizzania.

Ma l’evangelista Matteo è troppo fine catecheta per ripetersi, semmai riprende l’immagine per sottolinearne altri aspetti. La scoperta del tesoro è una “sorpresa”, mentre quella della perla è il frutto della “ricerca” esplicita di un mercante: la conclusione è identica, ambedue «comprano» qualcosa che per loro ha un valore tale da far «vendere tutti i loro beni» per impossessarsene.

Sono indicati qui due cammini di fede che sarà bene meditare spesso. C’è ancora troppa gente che, quando si parla di fede come “dono”, che è vero, leggono l’affermazione come se volesse dire: visto che è un dono, uno ce l’ha o non ce l’ha, e tutto finisce lì. Non è così. E se il mercante «cerca», anche quello del tesoro non è inerte, perché le sorprese sono colte solo da chi è “attento”!

Non trovo miglior commento a queste due parabole di una poesia del poeta e prete gallese R.S. Thomas (1913-2000) intitolata Il campo luminoso: «Ho visto il sole irrompere dalle nubi / e illuminare un piccolo campo / per un momento, e ho continuato la mia strada / e ho dimenticato la cosa. Ma quella era la perla / di gran pregio, l’unico campo che conteneva / il tesoro. Mi rendo conto ora / che devo dare tutto quello che ho / per possederlo. La vita non è un affrettarsi // verso un futuro che s’allontana, né un agognare / un passato immaginato: È il voltarsi / a lato come Mosè al miracolo / del roveto ardente, a uno splendore / che sembrava transitorio come la tua giovinezza / d’un tempo, e invece è l’eternità che ti aspetta». (R.S. Thomas, Il senso è nell’attesa, Àncora, Milano 2010, p. 91). Tanto basti per dire quanta attenzione ci vuole nel leggere la Scrittura, e quanto si può trovare guardando “a lato”, come fa il poeta, perché ci sorprenda il bagliore di una rivelazione.

Resta l’immagine della rete, che evoca la figura del “regno dei cieli” nella sua anticipazione parziale su questa terra, dove risulta fatto di un miscuglio di buoni e di cattivi, come diceva la chiara lezione della parabola della zizzania e del buon grano. Come per quella, l’invito è anche qui alla “pazienza”, perché la scelta decisiva si farà solo alla fine.

Certo, non so quanto l’immagine della rete risulti simpatica a chi sa di essere un pesce! E, come è noto, c’è non poca gente che ha la percezione della Chiesa come di una struttura che “cattura e costringe” a credere a cose che non si capiscono e a obbedire a dei comandi impossibili da realizzare. Ma sul cristiano come “pesce” c’è anche un altro modo di vedere, e ce lo offre Tertulliano che, nel suo trattato Sul Battesimo I,1, scrive: «Noi siamo pesciolini sul modello del nostro ichtús [pesce] Gesù Cristo nel quale nasciamo, e possiamo salvarci soltanto rimanendo nell’acqua». Anche questo è un bel programma.

Fonte:http://www.settimananews.it/


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