fr. Massimo Rossi

fr. Massimo Rossi Commento XXIV Domenica del Tempo Ordinario

XXIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (13/09/2020)

Eccoci al famoso Vangelo delle 70 volte 7!…

Pietro e, come lui, anche noi, è convinto, siamo convinti che a tutto c’è un limite, soprattutto alle offese: si perdona una volta, due; quella che fa tre non si perdona più, si rompe il rapporto, si chiude la relazione… Non c’è fede che tenga.

Poi si va in confessionale – sempre che ci si vada – e, alla domanda del prete, se abbiamo dei rancori, dei risentimenti nei confronti di qualcuno che ci ha fatti soffrire, noi rispondiamo di sì, raccontiamo in breve i fatti, infine dichiariamo che non abbiamo perdonato perché “non siamo in grado”, “non ne siamo capaci”, “non possiamo”,…
La verità è che non vogliamo perdonare.

Diffusa è la convinzione che il perdono ‘funzioni’ come un interruttore on/off: o si perdona, o non si perdona. Anche su questo dovremmo convertirci, e tanto: al perdono si arriva percorrendo un cammino, fatto di tanti passi successivi, il primo dei quali è la preghiera; ce lo ricorda Matteo, al cap.5, v.44 del suo Vangelo. Ma ecco, immediata, l’obbiezione: “Perché dovrei pregare per lui, per lei? non merita la mia preghiera!”.

A questa obbiezione e a tutto il resto, risponde il Vangelo di oggi: forse che quel debitore, cui il padrone aveva condonato l’intero debito meritava un simile atto di clemenza? Non solo non lo meritava, ma il comportamento usato con il compagno, dimostra la sua totale indegnità a godere dei favori del re.

Procediamo con ordine: il primo particolare che subito salta all’occhio è l’ammontare del debito; il servo non sarebbe mai stato in grado di pagarlo. Qualcosa di simile accade ai nostri giorni, nei rapporti economici tra l’Occidente e i Paesi poveri… indebitati fino al collo, al punto che non saranno mai capaci di estinguere ciò che dovrebbero, secondo le leggi che regolano il debito internazionale…

Il re di cui si racconta nella parabola avrebbe potuto concedere una dilazione; e invece rimette tutto il debito, ripeto, non perché il servo lo meriti, ma perché lui, il re ha compassione del debitore. La prima indicazione che riceviamo: il perdono si accorda, non perché l’altro lo meriti, ma perché noi siamo cristiani, crediamo in un Dio che si è manifestato come Colui che perdona.

C’è un legame sostanziale tra il perdono che riceviamo da Dio e quello che diamo al prossimoil perdono gratuito offerto al prossimo è il segno che abbiamo accolto il perdono di Dio. In altre parole, se non perdoniamo a nostra volta, il perdono chiesto e ricevuto da Dio non sarà valso a nulla.

Sulla relazione tra il perdono e la memoria dell’offesa, abbiamo già parlato tante volte: il perdono è necessario proprio perché non si dimentica l’offesa, o le offese ricevute…

La prova che il nostro perdono è autentico e non solo formale, è la disponibilità a tornare in relazione con la persona che ci ha offesi… sempre che si tratti di un’offesa reale: anche su questo è bene fare un esame di coscienza, non solo sul male che possiamo aver ricevuto, ma anche sulla facilità con cui noi ci offendiamo… Talvolta siamo talmente suscettibili, permalosi, da risentirci per poco, per nulla… quanto orgoglio c’è ancora in noi!

Tornando sulle conseguenze del perdono cristiano, la volontà di mantenere la relazione, c’è un solo caso in cui, dopo l’offesa, o le ripetute offese, il rapporto non è più possibile: è il caso del pericolo reale per noi, o per i nostri affetti. Ne va della vita fisica, psichica, spirituale propria, o dei nostri cari. In tali casi, in vero non così frequenti, è necessario porre una distanza di sicurezza; ma anche in questi casi, resta sempre la possibilità di pregare per chi ci ha fatto del male; la misericordia non si nega a nessuno, neppure al peggiore dei criminali.
Non è facile, ne siamo tutti consapevoli, ma è possibile

Naturalmente la Chiesa, fedele agli insegnamenti di Gesù, non è così ingenua e irragionevole, da pretendere che, dopo l’offesa, ritorni tutto come prima… I termini della relazione dovranno essere rinegoziati, soprattutto se si tratta di offesa grave.

Questione particolare e molto delicata riguarda la materia del matrimonio, all’interno del quale possono intervenire offese, e ci si può fare molto male,…

In talune circostanze può essere utile cercare un confronto fuori dalla coppia, ricorrendo al consiglio di un amico. Se poi questo amico è un prete, il confronto potrà essere anche più produttivo.

In altre parole, i due partners devono valutare la possibilità, financo la necessità di farsi aiutare. In situazioni come questa, la comunità cristiana all’interno della quale gli sposi sono inseriti, può svolgere un ruolo determinante… Anche su questo il Vangelo riporta parola preziose.

Il tempo a nostra disposizione è quasi terminato: resta da dire una parola sul fatto che il perdono non cancella il vulnus, la ferita che l’offesa ha arrecato al nostro cuore; anche per questo, il perdono non può essere pensato come un interruttore on/off. Talune ferite non si rimarginano facilmente, altre non si rimarginano affatto. Del resto, neppure le ferite di nostro Signore si sono rimarginate dopo la risurrezione, né mai si rimargineranno! Al contrario, le ferite di Cristo costituiscono il documento di identità, con il quale si fa riconoscere dai suoi.

Anche le nostre ferite, piccole o grandi che siano, forse lasceranno cicatrici profonde.

A noi la libertà di farle valere – è la dinamica del risentimento, del rancore, che sono sinonimi – oppure non farle valere, in nome della fede.

“Per Cristo, con Cristo e in Cristo…”, proclama il sacerdote, al temine della liturgia eucaristica, elevando il pane e il vino consacrati: come Lui ci ha perdonati, non perché ne avessimo il diritto, ma perché (Cristo) obbediva al Padre suo, così anche noi perdoneremo, non perché il prossimo ne abbia il diritto, e lo possa pretendere, ma perché siamo figli di Dio, fratelli in Cristo e fratelli tra di noi.

Fonte:https://www.qumran2.net/


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: