Don Marco Ceccarelli

Don Marco Ceccarelli “Solennità di Tutti i Santi “


XXXI Domenica Tempo Ordinario “A”: Solennità di Tutti i Santi – 1 Novembre 2020
I Lettura: Ap 7,2-4.9-14
II Lettura: 1Gv 3,1-3
Vangelo: Mt 5,1-12

  • Testi di riferimento: Gen 49,11; Es 19,6.10-11; Lv 11,44-45; 20,26; Nm 23,9; Dt 7,6; 1Re 8,53;
    Gb 19,26; Sal 16,11; 17,15; Is 52,11; Ger 3,19; 4,14; Ez 36,23-27; Os 1,10; 1Mac 1,11; Mt 5,48;
    Gv 1,12; 13,14; 15,3; Rm 8,14-17.29; 1Cor 6,11; 15,49-51; 2Cor 6,16-7,1; Ef 2,19; 5,25-27; Eb
    10,10.14; 12,14; 13,12-14; 1Pt 1,15-23; 4,3-4; 2Pt 1,4; 1Gv 1,7; Ap 1,5; 5,9; 18,4
  1. La chiamata alla santità.
  • Partecipi della natura divina. Questa festa ci dice innanzitutto che esistono i santi. Questa è una
    grande notizia, perché significa che Dio ha dato la possibilità agli uomini di essere come lui. La
    santità è la caratteristica propria di Dio. Dio è santo, appunto perché è Dio e non creatura. Possiamo
    dire che la santità è l’attributo peculiare della natura divina. Ma Dio ha voluto che l’uomo partecipasse di tale natura (2Pt 1,4). L’uomo non può, ovviamente, acquisire da sé la natura divina. Non lo
    può fare certamente nel modo in cui gli ha suggerito il serpente, attraverso la disobbedienza alle
    leggi della natura e la discomunione con Dio. Ma quando Dio chiama Israele a diventare sua proprietà particolare lo chiama alla santità (Es 19,6; Lv 11,44), a condividere qualcosa della sua divinità. Nella comunione con Dio si acquista la divinità. Questo è il dono più grande che Dio può fare
    all’uomo. È la comunicazione di se stesso, il dono di elevare la creatura umana – assolutamente incapace di poter avvicinarsi a Dio, di stare di fronte a Dio – al suo cospetto. Celebrare i santi significa riconoscere che veramente questo è possibile.
  • La prospettiva cattolica. Un monaco del quarto secolo sosteneva e propagandava la tesi che
    l’uomo può salvarsi ed essere santo impegnandosi ad imitare Cristo. Quell’uomo si chiamava Pelagio, e la sua dottrina fu condannata come eresia. Secoli dopo ci fu invece chi predicava che l’uomo
    rimane sempre radicalmente peccatore, totalmente incapace di santità, e si salva soltanto perché
    Dio, nella sua misericordia e grazie ai meriti di Cristo, copre con un velo pietoso la sua realtà peccaminosa e lo giustifica. Si tratta di Lutero e dei suoi seguaci. La Chiesa Cattolica invece insegna
    che l’uomo, sebbene peccatore, può ottenere la santità perché Dio è più potente della nostra debolezza, e tramite l’effusione dello Spirito Santo ci rende realmente suoi figli, partecipi della sua natura divina (seconda lettura). La festa odierna ci ricorda che questa realtà si è realizzata in tantissime
    persone, che già condividono la gloria di Dio in cielo.
  1. Un natura nuova.
  • La chiamata alla santità è perciò una chiamata a ricevere una nuova natura, quella divina. San Paolo direbbe che tutti dobbiamo essere trasformati (1Cor 15,51), perché «la carne e il sangue non possono ereditare il regno di Dio» (1Cor 15,50). La nostra esistenza terrena è un “viaggio” verso una
    meta che è l’abitare con Dio eternamente, lo stare alla sua presenza. Le letture odierne parlano di
    questa “visione”, contemplazione di Dio, che però non è possibile se non grazie ad uno stato di santità; Eb 12,14: «Cercate … la santificazione, senza la quale nessuno vedrà mai il Signore». Ciò si
    deve al fatto, appunto, che la natura umana non può stare alla presenza della natura santa di Dio.
    Occorre una trasformazione della nostra natura, una “divinizzazione” (2Pt 1,4). Questo è il fine della nostra vita terrena.
  • Questo passaggio dall’uomo terrestre all’uomo celeste è possibile grazie al sangue dell’Agnello,
    come afferma la prima lettura. Gesù è l’Agnello in quanto grazie al suo sangue ha compiuto ciò che
    era prefigurato dall’agnello pasquale di Es 12. Lì il sangue dell’agnello aveva permesso al popolo di
    passare dall’essere proprietà del Faraone all’esserlo di Jahvè. Grazie a quel sangue Israele passava
    dalla schiavitù d’Egitto al servizio del Signore. Grazie invece al sangue dell’Agnello i redenti ricevono una nuova natura, simboleggiata dalle vesti bianche (Ap 7,9.14). Il candore delle vesti sta ad indicare la natura divina (Dn 7,9). Questo nuova natura permette ad essi di stare al cospetto di Dio e
    di prestargli servizio (Ap 7,15). La moltitudine dei redenti (Ap 7,9) sono dunque coloro che hanno
    lavato le vesti nel sangue dell’Agnello, che hanno ricevuto un battesimo, una immersione nella morte di Cristo (Rm 6,3), per camminare in una vita nuova (Rm 6,4). E questo battesimo si riceve appunto ogni volta che si passa per la grande tribolazione, ogni volta che si entra nella propria croce
    con Cristo. La croce di Cristo è il suo “battesimo”.
  1. L’unico corpo di Cristo.
  • Così tutti i rinati come figli di Dio (seconda lettura) formano un solo corpo, l’unico corpo di Cristo. Siamo membra gli uni degli altri. C’è una unione e una comunione fra i battezzati che non può
    assolutamente essere ignorata, un vincolo più forte di qualsiasi legame umano; siamo «concittadini
    dei santi e familiari di Dio» (Ef 2,19). Questo implica una comunione non solo teorica, ma anche
    fattuale; implica uno scambio di beni. C’è una vitalità che si comunica fra le membra di Cristo così
    come fra le membra di un corpo. Essere santi significa essere “sani” dal punto di vista cristiano,
    cioè essere in grazia di Dio, essere pienamente nella volontà di Dio. Come in una persona un membro sano fa bene a tutto il corpo, mentre un membro malato va a discapito di tutto, così anche in
    quel corpo costituito dai battezzati, siano essi nella carne o fuori dalla carne. È la comunione dei
    santi nella carità.
  • Da ciò deriva la verità circa l’intercessione dei santi. Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica:
  • Il più piccolo dei nostri atti compiuto nella carità ha ripercussioni benefiche per tutti, in forza di
    questa solidarietà con tutti gli uomini, vivi o morti, solidarietà che si fonda sulla comunione dei
    santi. Ogni peccato nuoce a questa comunione (CCC 953).
  • Il sacramento della Penitenza la ripara o la restaura. In questo senso, non guarisce soltanto colui
    che viene ristabilito nella comunione ecclesiale, ma ha pure un effetto vivificante sulla vita della
    Chiesa che ha sofferto a causa del peccato di uno dei suoi membri. Ristabilito o rinsaldato nella
    comunione dei santi, il peccatore viene fortificato dallo scambio dei beni spirituali tra tutte le
    membra vive del corpo di Cristo, siano esse ancora nella condizione di pellegrini o siano già nella
    patria celeste (CCC 1469).
  1. Siamo già santi. Per il battesimo siamo già santi, siamo già parte del corpo di Cristo. Ciò non
    esclude che la condotta di un battezzato non corrisponda affatto alla sua santità ontologica. Ogni essere umano, nato da un uomo ed una donna, fa parte del genere umano. Ma ciò non esclude che la
    condotta di qualcuno di essi possa essere per nulla umana. Essere uomo o donna è qualcosa che va
    anche imparato. Lo stesso vale per la santità. Per questo sta scritto: «Ad immagine del Santo che vi
    ha chiamati, diventati santi anche voi in tutta la vostra condotta» (1Pt 1,15). Come un bambino impara a diventare uomo imitando i genitori, così il battezzato impara a diventare santo imitando il
    Padre (Mt 5,45.48). La vera frustrazione consiste proprio in questa possibile frattura fra l’essere e
    l’operare. Se le mie opere non sono sante come la mia natura di figlio di Dio richiede, questo provoca un sentimento di insoddisfazione, anche se forse non ci rendiamo conto del motivo. La vera
    gioia sta nel seguire la vocazione fondamentale iscritta in ogni uomo ad essere e a diventare sempre
    di più immagine di Dio

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/


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