Don Luciano

Don Luciano Solennità di Tutti i Santi 2020: il volto più bello della Chiesa

Dal vangelo secondo Matteo (Mt 5,1-12)
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli»
.

Breve commento

Nell’esortazione apostolica “Gaudete et Exsultate“, il Santo Padre parla della santità cristiana utilizzando un’espressione molto suggestiva: “La santità è il volto più bello della Chiesa” (GE, 9). Nella solennità di Tutti i Santi, la Chiesa ci invita a contemplare la bellezza di questo volto e a risvegliare in noi battezzati, “santi per vocazione” (Rm 1,7), il desiderio di condividere in pienezza questa sorte luminosa. Per comprendere il senso della santità, bisogna anzitutto considerare che il Santo è Dio, il “qadosh”, il separato, il Totalmente Altro. L’etimologia ebraica della parola “santo”, tuttavia, con la piena rivelazione di Gesù, viene in qualche modo superata. La sua santità, infatti, non lo allontana dagli altri, ma lo coinvolge pienamente nella vita degli uomini. Il concetto di santità dell’Antico Testamento, in cui per rimanere puri bisognava prendere le distanze dagli altri, viene abbondantemente superata nella Persona e nell’insegnamento di Gesù. Egli, infatti, come Buon Samaritano dell’umanità assume su di sé l’uomo incappato nei briganti e manifesta tutto il suo amore per lui, rendendolo partecipe della sua stessa santità. Quando pensiamo alla nostra vita, qualche volta dimentichiamo che essere santi non è semplicemente assumere una forma di purezza esteriore, frutto della sforzo umano e del distacco dagli altri, quanto piuttosto un darsi agli altri, “sporcarsi le mani” con loro. La vera santità, in altre parole, coincide con la perfezione della carità. Nello stesso documento precedentemente citato, papa Francesco ci mette in guardia da due rischi collegati all’idea di santità: lo gnosticismo e il pelagianesimo. Sono due eresie che si trovavano nella Chiesa antica e che il Santo Padre richiama in chiave attuale come rischi per la nostra visione della santità: l’uno, il neo-gnosticismo, riduce la vera fede e quindi la santità ad una visione intellettuale e astratta, secondo cui solo chi capisce una dottrina può considerarsi un vero credente, potendo guardare gli altri dall’alto in basso. La santità, dunque, sarebbe soltanto un’idea, frutto dell’intelligenza. Il Papa dice che questi neo-gnostici, “concepiscono una mente senza incarnazione, incapace di toccare la carne sofferente di Cristo negli altri, ingessata in un’enciclopedia di astrazioni ” (GE, 37). L’altro rischio viene definito da Papa Francesco come il “neo-pelagianesimo”, di chi – come gli antichi pelagiani – punta esclusivamente sullo sforzo personale di una perfezione morale senza alcun intervento della grazia. La santità si configurerebbe allora solo come uno sforzo di volontà, come una serie di azioni eroiche o di atti di mortificazione, senza il riconoscimento dei limiti che tutti noi abbiamo e che solo la grazia di Dio può aiutarci a superare. Per avere una concezione di santità che superi i rischi dell’intellettualismo e del volontarismo, dobbiamo tornare sempre di nuovo a Gesù, il Maestro, il Santo. Scrive ancora Papa Francesco: “Gesù ha spiegato con tutta semplicità che cos’è essere santi, e lo ha fatto quando ci ha lasciato le Beatitudini (cfr Mt 5,3-12; Lc 6,20-23). Esse sono come la carta d’identità del cristiano. Così, se qualcuno di noi si pone la domanda: “Come si fa per arrivare ad essere un buon cristiano?”, la risposta è semplice: è necessario fare, ognuno a suo modo, quello che dice Gesù nel discorso delle Beatitudini. In esse si delinea il volto del Maestro, che siamo chiamati a far trasparire nella quotidianità della nostra vita. La parola “felice” o “beato” diventa sinonimo di “santo”, perché esprime che la persona fedele a Dio e che vive la sua Parola raggiunge, nel dono di sé, la vera beatitudine” (GE, 63-64).

Bene-dire (a cura don Francesco Diano)

«Beati i poveri in spirito» (Mt 5,3). Riconosco qui il segno distintivo, ben noto e glorioso, che il Figlio dell’uomo aveva rivelato prima di nascere nella carne per farsi riconoscere; quel segno che egli ci insegnò, una volta nato, ma ancora sconosciuto, a vedere applicato a lui. Dice: «Lo Spirito del Signore è su di me; mi ha mandato ad annunciare l’evangelo ai poveri» (Lc 4,18; Is 61,1). Ecco che i poveri sono evangelizzati, ecco che l’evangelo del Regno è annunciato ai poveri: «Beati i poveri in spirito, perché è loro il regno dei cieli» (Mt 5,3). Beato inizio, colmo di una grazia nuova, del Nuovo Testamento: impegna l’uomo, anche il più infedele e il più pigro ad ascoltare e, più ancora, a darsi da fare, perché la beatitudine è promessa ai miseri, il regno dei cieli agli esiliati e ai bisognosi. […] A ragione il Signore, proclamando la beatitudine dei poveri, non dice: «Sarà loro il regno dei cieli», ma: «È loro». È loro non soltanto in forza di un diritto fermamente stabilito, ma anche perché ne possiedono una caparra sicura e ne fanno un ottimo uso; non soltanto perché questo regno è stato preparato per loro fin dalla fondazione del mondo (cfr. Mt 25,34), ma perché hanno già cominciato a entrare, in certa misura, in suo possesso, dal momento che portano già il tesoro celeste in vasi d’argilla (cfr. 2Cor 4,7), poiché hanno già Dio nel loro corpo e nel loro cuore (cfr. 1Cor 6,20). «Beato il popolo il cui Dio è il Signore» (Sal 32 [33], 12). Come sono vicini al regno quelli che già possiedono nel loro cuore questo Re di cui si è detto che servirlo è regnare. «Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi, è magnifica la mia eredità» (Sal 15 [16], 6). Altri litighino per dividersi l’eredità di questo mondo; il Signore è la porzione della mia eredità e del mio calice (cfr. ibi 5). Combattano tra di loro, facciano a gara nell’essere i più miserabili; io non invidio loro nulla di tutto ciò che cercano. Io e l’anima mia avremo la nostra gioia nel Signore (cfr. Sal 103 [104], 34). O gloriosa eredità dei poveri! O beata ricchezza di quelli che non hanno nulla! Non soltanto tu ci doni tutto ciò di cui abbiamo bisogno, ma ci colmi anche di ogni gioia, poiché tu sei la misura sovrabbondante versata nel nostro seno.
(GUERRIC D’IGNY, Omelia per la festa di tutti i santi 1.6, SC 202, pp. 498; 510-512)

Preghiera
O spiriti celesti e voi tutti Santi del Paradiso,
volgete pietosi lo sguardo sopra di noi,
ancora peregrinanti in questa valle di dolore e di miserie.

Voi godete ora la gloria che vi siete meritata
seminando nelle lacrime in questa terra di esilio.

Dio è adesso il premio delle vostre fatiche,
il principio, l’oggetto e il fine dei vostri godimenti.

O anime beate, intercedete per noi!

Ottenete a noi tutti di seguire fedelmente le vostre orme,
di seguire i vostri esempi di zelo
e di amore ardente a Gesù e alle anime,
di ricopiare in noi le virtù vostre,
affinché diveniamo un giorno partecipi della gloria immortale.
Amen.

Fonte:https://caritasveritatis.blog/

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