don lucio d'abbraccio

Don Lucio D’abbraccio”La morte non è la fine di tutto”

Commemorazione dei fedeli defunti (messa II) Anno A

La morte non è la fine di tutto

Dopo il ricordo dei santi, la Chiesa invita oggi a rivolgere l’attenzione ai nostri defunti, quelli a noi più cari, e il pensiero si volge al mistero della morte.

La liturgia della Parola di oggi è dominata dalle beatitudini, che sono una premessa e insieme un compito che ci è affidato. Le beatitudini ci indicano chi sono i destinatari privilegiati del Regno e ci mostrano la via da percorrere per camminare verso questo Regno. La povertà di spirito è la prima e fondamentale disposizione per essere discepoli di Gesù. Povero è colui che si trova nel bisogno e implora aiuto. Ma questa povertà, nel Vangelo di Matteo, ha un senso profondamente religioso: è un’attitudine dell’uomo che si offre all’amicizia di Dio. Il povero che apre a Dio il suo animo afflitto, che è spinto a lui dalla sete della giustizia – nel salmo responsoriale abbiamo più volte ripetuto: «L’anima mia ha sete del Dio vivente» – come compimento della sua volontà e in lui pone la sua confidenza anche nelle persecuzioni, è un uomo mite, misericordioso, puro di cuore, operatore di pace. I poveri in spirito sono coloro che sono pronti ad accettare in tutto la volontà di Dio, consci della propria miseria, fiduciosi nella benevolenza paterna di Dio e protesi verso i beni promessi dal Signore.

Gesù non ha soltanto proclamato le beatitudini, ma, innanzitutto e soprattutto, le ha vissute. L’apostolo Paolo scrive: «Da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (cf 2Cor 8, 9); ed ancora: «Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (cf Fil 2, 6-8). Dalla povertà discendono la mitezza, la misericordia, la fame e sete di giustizia, la limpidezza dei fanciulli, dei piccoli. Gesù è il primo povero di spirito, il mite e umile di cuore, il pacificatore per eccellenza, avendo abbattuto ogni muro di divisione; è il perseguitato fino ad essere appeso al patibolo. Ogni cristiano deve guardare verso Gesù, il Crocifisso, e imparare la povertà, l’impegno per la giustizia, l’amore per la pace, la passione per la causa del vangelo. Le beatitudini non sono tanto un codice morale o ascetico di comportamento, ma costituiscono la sequela libera e generosa del Signore Gesù.

Nella seconda lettura il brano dell’Apocalisse ci conduce alla visione delle realtà ultime. La Chiesa diventa definitivamente, la città santa, la nuova Gerusalemme, la sposa, e noi saremo per sempre suo popolo ed egli sarà il Dio-con-loro. Questa visione ci richiama all’amore sponsale col Signore, ma ci ricorda che, se siamo suo popolo, l’amore sarà perfetto anche fra noi. Tutto è passeggero, relativo, ma l’amore non cessa, non tramonta, dura per sempre perché chi ama dimora in Dio e Dio in lui. Per ora il nostro amore è imperfetto e incostante. Per ora le lacrime solcano i nostri volti, siamo nel lamento e nell’affanno, facciamo esperienza della morte e siamo nell’attesa che si compia la parola di Colui che siede sul trono: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (cf Ap 21, 5).

La Commemorazione di tutti i fedeli defunti, dunque, ci deve far comprendere che la morte, in senso cristiano, non è la fine di tutto ma l’incontro con il Dio della vita. Amen.

Fonte:https://donluciodabbraccio585113514.wordpress.com/


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