fr. Massimo Rossi

fr. Massimo Rossi Commento su Matteo 25,1-13

XXXII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (08/11/2020)

Vangelo: Mt 25,1-13

Domenica ci siamo lasciati con un enigma: la felicità esiste in questa vita, oppure dobbiamo aspettare la prossima, ammesso che ci sia?…

Sono passati sette giorni e il Vangelo di questa terz’ultima domenica dell’anno liturgico ci propone la famosa parabola delle 10 vergini, cinque sagge e cinque stolte: le prime, quelle sagge, più che gentili e illibate fanciulle, mi sembrano zitelle acide… così gelose del proprio olio, da rifiutarne un po’ alle 5 stolte, che se l’erano dimenticato a casa… Ma la distrazione, prima o poi, si paga cara! Cari distratti di tutto il mondo, occhio!

La mia distrazione è proverbiale… e dunque, questa parabola me la lego al dito!

In verità, non si tratta né di acidità da zitella precocemente invecchiata, né di distrazione… qui si tratta di fede! Ma procediamo con ordine.

Siamo al capitolo 25; quello successivo inaugura l’ultima sezione del Vangelo di Matteo, e racconta l’inizio dei dolori di Gesù: i commentatori hanno intitolato i capp.26, 27 e 28 “Passione e resurrezione”.

Il presente capitolo contiene tre parabole sul regno dei cieli e sul giudizio finale; in ordine di apparizione: la parabola delle 10 vergini, la parabola dei talenti, infine quella del gregge diviso in due, le pecore da una parte e i capri dall’altra. Domenica prossima rifletteremo sui talenti e quella successiva, solennità di Cristo Re e ultima (domenica) dell’anno liturgico, andremo in crisi tutti insieme appassionatamente, ascoltando il tremendo racconto del giudizio finale.

La prima lettura di oggi, tratta dal libro della Sapienza parla – indovinate un po’! – della Sapienza: qualcuno si chiederà che c’entra la sapienza con la fede; intanto ‘sapienza’ è sinonimo di ‘saggezza’ e si oppone a ‘stoltezza’; il dialogo tra i due gruppi di ragazze, è il dialogo tra la sapienza e la stoltezza. La sapienza, la saggezza, secondo la Scrittura è sinonimo di fede: il vero sapiente è l’uomo di Dio…ma anche la donna di Dio.

Le vergini sagge hanno una fede profonda, personale, sincera; le ragazze stolte possiedono una fede superficiale, una fede di facciata, insufficiente a rispondere prontamente al richiamo dello sposo che arriva a tarda notte.

La parabola evoca l’altra, altrettanto famosa, del seminatore che getta il seme sulla strada, tra i sassi, tra i rovi e sulla terra buona (cfr. Mt 13,1-23): il seme caduto tra i sassi, o tra i rovi, rappresenta una fede scarsa, una fede fragile, che non ha radici profonde, pertanto non dura nel lungo periodo e non regge agli assalti dei nemici – le tentazioni, i dolori e le prove della vita,… -. La storia non ha un lieto fine; la risposta dello sposo alle implorazioni della 5 ragazze stolte è oltremodo severa e non lascia spazio a trattative. Perché?

Perché, in realtà, quelle sventurate non avevano sviluppato con lo sposo un vero rapporto personale; la conoscenza superficiale non basta ad instaurare un affetto significativo. Dunque, la risposta del giovane: “Non vi conosco” altro non è che la dichiarazione di un fatto oggettivo.

Un affetto profondo, un amore vero – la fede si colloca a questo livello di relazione tra Dio e la sua creatura – produce una conoscenza particolare (della persona amata) che l’intelletto, da solo, non potrà mai assicurare. Non è un caso che la Bibbia parli del rapporto intimo coniugale, utilizzando l’espressione “conoscere uomo”, “conoscere donna”; il caso più eclatante, la reazione di Maria all’annuncio dell’angelo che sarebbe diventata madre del figlio di Dio. (cfr. Lc 1,34).

La conoscenza che viene dall’amore, dalla fede vissuta e non superficiale, distratta, formale, rende sapienti e sagge quelle cinque ragazze.

Allora cominciamo a capire il motivo per cui queste rispondono alle altre nel modo che sappiamo: io non posso dare ad un altro un pezzo del mio amore per Dio; la fede è diventata parte di me, come la vista, come l’udito, come il cervello, come il cuore…

Tutto questo per dire – spero in modo chiaro e convincente – che, in ultima analisi, la fede scaturisce da un incontro e si consolida in un rapporto stretto, profondo, costante, fedele,… con il Cristo.

I Biografi del santo Padre Domenico, fondatore dell’Ordine dei Predicatori, scrivono di lui che parlava con Dio, o di Dio: questa distinzione è importante perché ci aiuta a capire la differenza tra una conoscenza reale, cioè vissuta in modo integrale, e una conoscenza teorica appresa sui libri: quest’ultima si raggiunge con l’intelletto; la prima invece coinvolge tutta la persona: corpo, mente e anima; e dura tutta la vita.

A queste condizioni, anche noi, come le vergini sagge, riconosceremo lo sposo, saremo da lui riconosciuti, e con lui entreremo al banchetto di nozze.

Qualcosa mi dice che l’enigma della gioia rimasto in sospeso domenica scorsa si sta a poco a poco facendo più chiaro. La parabola dei talenti che affronteremo tra sette giorni aggiungerà una tessera al nostro mosaico… Non mancate!

Fonte:https://www.qumran2.net/


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