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Don Marco Ceccarelli Commento II Domenica dopo Natale “B”

II Domenica dopo Natale “B” – 3 Gennaio 2021
I Lettura: Sir 24,1-4.8-12
II Lettura: Ef 1,3-6.15-18
Vangelo: Gv 1,1-18

  • Testi di riferimento: Es 16,10; 33,18-20; Dt 4,6; 1Re 8,10-11; Gb 28,1-28; Pr 1,20-33; 2,6; 8,1.22-
    30; Sap 7,7; 9,13-17; Is 7,14; 9,5; 11,2; 55,11; Ger 24,7; 31,33-34; Ez 37,27; 43,1-5; Bar 3,9-4,4; Gl
    3,17; Mt 11,26; 28,20; Lc 1,31; Gv 14,9.26; Rm 8,28-30; 2Cor 4,6; Ef 2,12; Fil 2,7-8.13; 3,10-14;
    Col 1,9.15-18; 2,2-3; 1Ts 5,8-9; Tt 2,12.14; Eb 1,3; 2,4.14; 1Gv 3,2-3; 4,12; 5,20; Ap 21,3.23
  1. La Sapienza incarnata.
  • Questa domenica collocata fra le festività natalizie, ma che non coincide con nessuna festa particolare, ci dà la possibilità di sottolineare un altro aspetto importante del Natale, quello della Sapienza
    divina che è discesa dal cielo e che si offre come cibo. Nella prima lettura si parla appunto di questa
    Sapienza che è uscita dalla bocca di Dio, come una “parola” [Attenzione! La nuova traduzione del
    lezionario non segue il testo greco. Bah!?!]. La Sapienza è ciò che è più vicino a Dio, ciò che Egli
    ha di più intimo e che quindi può farlo conoscere agli uomini. Così, pur abitando nei cieli, essa cerca un posto sulla terra dove abitare; finché Dio le comanda di “fissare la sua tenda” in Giacobbe. E
    se continuassimo la lettura del capitolo vedremmo anche che tale Sapienza invita a saziarsi dei suoi
    prodotti. Essa offre se stessa come il vero cibo che sazia e non nausea (24,18-20). Questo ricorda da
    vicino quel lungo discorso che si trova in Gv 6 in cui Gesù presenta se stesso come il vero pane disceso dal cielo per dare la vita agli uomini; tale pane è la sua stessa carne (v. 51). Come la Sapienza,
    Cristo è allo stesso tempo colui che prepara un banchetto e il cibo di tale banchetto.
  • A questo punto possiamo capire come il Vangelo odierno, il prologo di Giovanni, sia connesso
    con la prima lettura. Gesù è il Verbo, la Parola, che è presso Dio e che è Dio stesso. Il Verbo immateriale, uscito dalla bocca di Dio, si fa carne, cioè si fa persona umana, identico a noi, e fissa la sua
    tenda in nobis (v. 14). Questa carne, la sua persona, è il pane disceso dal cielo (6,51) per dare la vita
    agli uomini. Perché non c’è alcuna vita senza nutrimento. Il vero cibo che non perisce è la persona
    stessa di Cristo. Lui è la Sapienza incarnata che si fa cibo e che offre se stesso per la vita degli uomini. Questo si manifesta per la prima volta a Betlemme, la casa del pane, dove un bambino riempie quella mangiatoia vuota, riempie il vuoto, la mancanza di nutrimento. Ora la greppia non è più
    vuota. La Sapienza è discesa dal cielo nella casa del pane per dare agli uomini il vero cibo affinché
    non periscano.
  1. La luce del mondo.
  • Nel Vangelo odierno – il Prologo di Gv – domina il discorso sulla rivelazione, portata dal Verbo
    fatto carne, attraverso il tema della luce (7 volte) e della verità (3 volte). Il Verbo è la vera e piena
    rivelazione di Dio. Egli è anche colui che ha fatto tutte le cose. Qui abbiamo un altro collegamento
    con la figura della Sapienza. Infatti la Sapienza ha avuto un ruolo nell’attività creatrice, come si afferma in Pr 8,22 e Sap 9,1-2. Dio si vuol far conoscere agli uomini perché la vita eterna sta nella
    conoscenza dell’unico vero Dio (Gv 17,3). La Sapienza è ciò che ci permette di conoscere la verità
    su Dio perché essa risiede presso di Lui. Per questo Dio la vuole concedere agli uomini. Gli uomini
    sono in grado di riconoscere la verità perché sono stati fatti dal Verbo (Gv 1,3.9; Col 1,16). Noi portiamo una impronta divina, siamo ad immagine di Dio. Siamo stati creati per mezzo del Verbo e lui
    stesso è venuto nel mondo; eppure il mondo non lo ha riconosciuto (Gv 1,10). Per tanto tempo gli
    uomini sono andati come brancolando nel buio nel tentativo di conoscere la verità. In quei tempi
    Dio è passato sopra all’ignoranza umana; ma ora non è più così, perché la luce è apparsa (At 17,27-
    30). Perciò ora non c’è più giustificazione per chi rifiutasse di accogliere la verità. Perciò «chi crede
    in lui non è condannato; chi invece non crede è già condannato …E questa è la condanna: la luce è
    venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato di più le tenebre della luce» (Gv 3,16-19). Il Dio invisibile si è reso visibile nel Figlio, si è fatto conoscere nella persona di Cristo. Egli ci ha rivelato
    l’inconoscibile Dio (Gv 1,18). Se prima di Cristo gli uomini potevano sperare nella salvezza divina,
    ora che essa c’è se non l’accogliamo, in che cosa possiamo più sperare? La salvezza è già presente.
    La luce è già in mezzo a noi. Dio non ha condannato nessuno, nemmeno quelli che lo hanno ucciso.
    Ma chi non vuole vedere la luce, chi non vuole accogliere la salvezza, “è già condannato”, cioè si
    sta autocondannando a vivere una vita di falsità, senza più speranza in un futuro diverso, perché la
    salvezza è già venuta. Il Natale ci dice che non dobbiamo più cercare soluzioni ai nostri problemi in
    cose che non esistono o che ancora non abbiamo, perché la soluzione c’è già, e non ce ne sarà
    un’altra. La luce sta già in mezzo a noi.
  • Il paradosso del Natale è questo: la luce è venuta, ma gli uomini hanno ancora la possibilità di non
    accoglierla e rimanere nelle tenebre. È un paradosso, perché quando si accende la luce le tenebre
    spariscono automaticamente. Ma la luce divina non ha voluto imporsi. Dio non è un prepotente che
    si impone con la forza. Lascia all’uomo la libertà di accoglierlo o rifiutarlo. Così l’apparizione di
    Dio in mezzo agli uomini fa apparire immediatamente anche un contrasto, la netta opposizione di
    chi lo rifiuta, manifestata per esempio nell’atteggiamento del re Erode. La cosa incredibile è che,
    pur essendo fatti per mezzo di lui, molti non lo riconoscono. Siamo stati creati per mezzo di una Sapienza di cui portiamo le caratteristiche, e dovremmo facilmente essere in grado di riconoscere la
    verità delle cose. Eppure si nota fra gli esseri umani una propensione per la falsità che li porta a voler credere alle menzogne più facilmente che alla verità. Così l’astrologia e l’oroscopo sono diventati scienza e il Natale folklore. Così ciò che è passeggero ed effimero è vissuto come se fosse eterno, mentre l’Eterno è vissuto come se fosse un mito. Curiosamente, una volta che la menzogna è entrata nel mondo con l’inganno del serpente accolto dai progenitori, accade che l’uomo non riesca
    più ad accettare facilmente la verità. È come se il peccato avesse prodotto una debolezza che porta
    l’uomo a rifiutare la verità e a preferire la menzogna. Il peccato si mostra come l’incapacità di
    ascoltare Dio, come l’incapacità di accogliere la verità. La prima verità che l’uomo dovrebbe riconoscere è proprio quella che lui non è Dio. Se invece l’uomo si fa dio non c’è più spazio per nessun
    Dio che gli voglia parlare.
  • Il Natale ci chiama alla fede, cioè a riconoscere che Dio c’è e che è apparso in mezzo a noi. Ci invita a ricevere da Dio lo Spirito di sapienza e di rivelazione per meglio conoscerlo (seconda lettura).
    Ci chiama a non avere paura della luce, della verità, perché è proprio la verità che ci fa liberi. Dio si
    è fatto conoscere in Cristo e possiamo ascoltarlo e obbedirgli, perché Cristo è ancora vivo e abita in
    mezzo a noi nella sua Chiesa. Se andiamo al presepe andiamoci con questa fede e non per folklore.
    Se andiamo a Betlemme andiamoci per adorare il Dio con noi e non per ucciderlo, come ha voluto
    fare Erode.

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/


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