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Alberto Vianello”Se uno cerca veramente Dio”




Briciole dalla mensa – 5° Domenica di Quaresima (anno B) –  21 marzo 2021

LETTURE Ger 31,31-34   Sal 50   Eb 5,7-9   Gv 12,20-33




COMMENTO

Poco prima della sua passione, Gesù si riconosce come un chicco di grano che deve lasciarsi morire per portare frutto: un’immagine semplice, ma molto rivelativa. Il paradigma sacrificale (rinunciare alla vita) è sostituito da quello esistenziale (dare la vita attraverso la morte): anche in natura vediamo che la vita è prodotta dalla morte. Così Gesù accetta la prospettiva della sua morte non come un atto eroico di rinuncia alla propria esistenza, in nome di Dio, ma come atto che attraversa la morte per produrre vita per gli uomini.
Gesù parla di un «chicco di grano caduto in terra»: la terra è la condizione che favorisce la morte, ma anche provoca la vita. Se infatti un seme muore e germoglia fuori della terra, la piantina non cresce, perché non può mettere le radici della vita, così come fa solo nella terra. Sta a significare che è nella vita di tutti giorni quella terra, cioè quel luogo sul quale noi siamo chiamati a lasciarci morire per moltiplicare la vita: come fa il seme, che da solo produce una pianta con tanti altri semi. Quindi non può esserci una morte fuori della vita quotidiana, magari come una ascesi religiosa. Infatti la Scrittura dice di dar via sì beni, ma per darli ai poveri. E Gesù rimprovera severamente chi non dà il sostentamento ai propri genitori per dare invece le offerte al tempio.
Tutto questo esclude una lettura sacrificale degli atti di offerta a Dio e agli altri: un papà e una mamma “si sacrificano” per i loro figli non nella logica della frustrante rinuncia, ma in quella dell’appassionata e generosa dedizione nel dare vita, non solo fisicamente, ma soprattutto esistenzialmente.
 
Ancora, l’immagine del chicco che muore nella terra ci rivela che la morte fa parte della vita, e non l’opposto. Ogni organismo vivente, fin dalla sua nascita, è destinato alla morte: non è una sua sconfitta, né una contrarietà. Anzi, in molti organismi vegetali è, appunto, il naturale passaggio ad un’altra forma di vita: più feconda e ricca. Da quando Gesù ci ha legati a sé, con la sua morte e la sua risurrezione, il nostro destino è diventato simile a quello del chicco di grano: la morte è solo un passaggio a una vita moltiplicata, cioè più piena. La morte vera, quella definitiva, sarebbe «rimanere soli»: la preoccupazione eccessiva per se stessi ci isola desolatamente. La vita diventa un deserto, invece di un campo di grano.
 
È molto significativo che l’avvicinarsi a Gesù di persone che erano considerate senza fede susciti in Lui delle immagini agresti di fecondità. Infatti, quando vengono da Gesù i samaritani di un villaggio, avvertiti dalla donna incontrata al pozzo, Gesù vede in loro campi di grano che biondeggiano (cfr. Gv 4,35). Nel brano di questa domenica, ci sono dei «Greci», cioè dei pagani, che desiderano incontrarlo nella fede, e Gesù, da questo fatto, legge addirittura se stesso come chicco di grano destinato a portare vita. È paradossale, se consideriamo il contesto: i capi religiosi tramano per ucciderlo, Giuda sta per tradirlo, gli apostoli sono ormai estranei a ciò che sta per accadere, la gente del popolo lo cerca solo per curiosità o per morboso interesse di vedere come va a finire lo scontro con i capi; e Lui, Gesù, constata nuovi orizzonti della sua vita perché un po’ di uomini “senza Dio” si interessano della sua persona! Ma a Gesù non importano i numeri e le qualità religiose delle persone: per Lui vale soltanto se uno «cerca veramente Dio» (regola di San Benedetto). Anche la Chiesa, oggi, deve ripartire da questo: uscire dalle prestazioni del sacro, mettersi in umile cammino per poter dialogare con tutti senza barriere identitarie o categorie confessionali. Essere Chiesa che sa anche morire ai propri piani, perché viva l’unico progetto, quello di Dio, di vedere i più lontani, ovvero i più bisognosi, essere attirati solo da Gesù Cristo, a cui la Chiesa deve poi portare.
 
Gesù, come chicco di grano che si lascia morire sulla terra dell’umanità, non va solo contemplato, ma anche seguito: «Se uno mi vuol servire mi segua». Non si aderisce a Gesù con una dottrina, ma con la disponibilità alla diaconia. Questo vocabolo del servizio ricorre solo qui nel Vangelo di Giovanni, che preferisce esprimerlo con il gesto della lavanda dei piedi: un amore rivelato dal farsi inferiore alla persona amata. Invece qui il significato della diaconia è espresso dal suo opposto che è la ricompensa divina: «Il Padre lo onorerà». L’onore è dato solo al Padre celeste e al suo Figlio, che è il riconoscimento della loro opera di salvezza: «Il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi vuole» (cfr. Gv 5,21-23). Ma il Padre onora l’uomo perché vi vede l’opera di salvezza di suo Figlio. Il servizio sta dunque nell’apertura e nella docilità a quest’opera di Gesù in noi: come Lui, si tratta di diventare chicco di grano che produce frutto attraverso il dono di sé. Accogliere la salvezza non è passività, ma lasciar operare in noi la morte di Cristo, perché in noi agisca anche la sua salvezza, che il Padre riconosce e accoglie.
Così può capitare di vivere, come Gesù, un profondo turbamento; ma l’appello al Padre non chiede di essere liberati, ma di attraversarlo come il raggiungimento proprio di quell’ora nella quale il chicco di grano si consegna alla terra per moltiplicare il frutto della sua vita. Solo in Gesù questa dolorosa consegna non è sterile volontarismo, ma gesto di fecondità come un parto.
 
Alberto Vianello

Fonte:https://www.monasteromarango.it/


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