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Jesùs Manuel Garcìa Lectio II DOMENICA DI PASQUA

LECTIO – ANNO B
Prima lettura: Atti 4,32-35


La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e
un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra
loro tutto era comune. Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore. Nessuno infatti tra loro
era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno.
 La pericope degli Atti ci presenta una comunità cristiana che si raduna attorno agli apostoli con compattezza e spirito di servizio. Si tratta di uno dei tre celebri sommari (gli altri
si trovano in At 2,42-47; 5,12-16), con cui l’evangelista Luca tratteggia in modo ideale la
vita della comunità apostolica. La prima grande caratteristica messa in evidenza dal brano
è
il forte senso dell’unità: «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore
solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro
tutto era comune» (4,32). In effetti, si vede realizzato quello che fu l’auspicio stesso di Gesù,
il quale chiese al Padre, pronunciando la «preghiera sacerdotale», che tutti siano «uno» (cf.
Gv 17,11.21).
L’unità però sollecita ad avere maggiore considerazione delle eventuali sperequazioni
all’interno della comunità. Coerentemente, Luca sottolinea che non vi era la presenza di
«bisognosi». «Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li
vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli;
poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno» (4,34-35).
Questo dato non deve far pensare a una forma di «comunismo» ante litteram, in quanto
l’obiettivo degli apostoli e di quelli che li seguivano era già stato indicato dalla tradizione
giudaica, che conosceva bene il testo di Dt 15,4: «Del resto, non vi sarà alcun bisogno in
mezzo a voi; perché il Signore certo ti benedirà nel paese che il Signore tuo Dio ti da in
possesso ereditario». Ciò vuol dire che la benedizione del Signore è per tutti, senza preferenze.
Ma il senso ultimo di questa forma di testimonianza nella carità è immancabilmente la
potenza della risurrezione che sostiene e guida l’opera degli apostoli: «Con grande forza gli
apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore» (4,33). La potenza della Pasqua, della risurrezione di Gesù Cristo, riesce a compiere
persino il miracolo di rendere gli esseri umani solidali, pronti a condividere con chi, per
vari motivi, non è stato toccato dalla benedizione divina, rendendosi così benedizione per
il fratello. È questa forza, che si sprigiona dal Risorto, a concretizzare il segno della comu-
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nione, per cui mentalità diverse, personalità a volte contrastanti, riescono a diventare «un
cuor solo e un’anima», per servire il Regno e far risplendere sulla terra la gloria del Padre
attraverso le opere che compiono.
Seconda lettura: 1Giovanni 5,1-6
Carissimi, chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama
colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato. In questo conosciamo di
amare i figli di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti. In questo
infatti consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi. Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è
la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi
crede che Gesù è il Figlio di Dio? Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù
Cristo; non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà
testimonianza, perché lo Spirito è la verità.
 Quella «moltitudine di coloro che erano venuti alla fede» (At 4,32), al tempo degli apostoli come in tutte le epoche della chiesa, sono da definire in modo più chiaro quali «figli
di Dio». È ciò che afferma la prima lettera di Giovanni: «Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è
stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato» (5,1).
Amare cioè il prossimo implica conseguentemente amare chi da Dio è stato generato perché crede che Gesù è l’unico a cui può essere attribuita la qualifica di Cristo. Si tratta, dunque, del credente, del cristiano che professa una fede che — a giudicare dall’insistenza
dell’autore del testo biblico — dev’essere “ortodossa”. Infatti, quest’esigenza dell’ortodossia
viene confermata successivamente quando leggiamo: «Chiunque è stato generato da Dio vince
il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se
non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?» (5,4-5).
Il rapporto tra fede ortodossa e figliolanza divina appare decisamente molto stretto e,
secondo una logica coerente, chi è figlio di Dio non può che amare gli altri figli di Dio. Nel
linguaggio tipico della Prima lettera di Giovanni, l’amore viene identificato con l’osservanza dei comandamenti: «Da questo conosciamo di amare i figli di Dio: se amiamo Dio e ne
osserviamo i comandamenti, perché in questo consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi
comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi» (5,2-3). Riportiamo i testi per far
capire che, nella loro semplicità, parlano «da soli».
In questo caso, potremmo addirittura parlare di una proposta di unità della vita cristiana: perché scindere la fede dalla carità? Perché non capire che chi crede «bene» e rettamente è in grado di amare secondo il cuore di Dio? Perché non ammettere che credere in Gesù
significa essere coinvolti nella vita secondo lo Spirito, dalla forza rigenerante del Battesimo
che promana dalla Pasqua?
La vittoria sul mondo, quindi, si ottiene rendendo la propria esistenza partecipe della
Pasqua di Gesù Cristo, adoperando quei veri strumenti di testimonianza dello Spirito che
sono i sacramenti vissuti all’interno della comunione della chiesa.
Vangelo: Giovanni 20,19-31
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La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del
luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e
disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli
gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha
mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito
Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù.
Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se
non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi
e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette
in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le
mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi
hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in
presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e
perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Esegesi
Il giorno della risurrezione di Gesù dovette essere senz’altro traumatico per i discepoli,
che faticarono molto a convincersi che ciò che avevano udito dire al Maestro, ma che non
avevano mai del tutto compreso, era finalmente avvenuto. Quel giorno fu anche contrassegnato dalla paura, poiché «La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse
le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e
disse loro: «Pace a voi!» (20,19). Il testo sembra esplicito: i discepoli, per non attirare l’attenzione, o per non essere accusati di aver trafugato il corpo di Gesù dal sepolcro, si rintanarono in un luogo, sbarrando le porte per non avere la sorpresa di vedersi raggiunti dalla
polizia del Tempio. Non è ben chiaro quale fosse il luogo in cui essi si rifugiarono (una
casa di Gerusalemme?), ma è sicuro che comunque ebbero la sorpresa gradita di vedere
Gesù in mezzo a loro per «sciogliere» il timore che gravava nel loro animo e procurare,
quindi, la gioia.
Siamo di fronte al primo elemento importante di questo brano: il saluto di pace. Esso
non è, come si sarebbe forse tentati di pensare, un semplice saluto di «buonasera», perché
possiede una pregnanza particolare: in primo luogo, è pronunciato in un contesto solenne
quale la sera del giorno della risurrezione; indica poi uno stato di fatto che Gesù viene a
instaurare tra i discepoli; infine, Gesù che dona la pace manifesta tutta la potenza di «Signore» che gli compete.
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Tale saluto, reiterato dopo che i discepoli hanno constatato i segni della passione e hanno gioito nel riconoscere il Signore, viene completato dal mandato missionario: «Gesù disse
loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (20,21).
Per chi ha un minimo di dimestichezza con il Vangelo di Giovanni, questa frase non risulta nuova, poiché tante volte Gesù aveva parlato, durante la vita pubblica, del fatto che
era stato mandato dal Padre a rivelarne la volontà salvifica. Ora è il momento di associare
nell’adempimento del suo compito coloro che sono stati scelti (cf. 17,18). Essi dovranno
prolungare l’azione di Gesù nello spazio e nel tempo, assistiti dallo Spirito Santo. Perciò,
«Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (20,22-23). Il gesto
dell’alitare, molto suggestivo, suggerisce un rapporto con Gen 2,7, quando Dio «alitò» per
dare la vita all’uomo (in greco Giovanni usa lo stesso verbo adoperato dalla versione dei
Settanta). In un certo senso, Gesù «ricrea» i discepoli, costituendoli testimoni efficaci
dell’amore di Dio in mezzo all’umanità. Infatti, costoro ricevono lo Spirito Santo insieme al
preciso mandato di rimettere i peccati.
Insieme alla gioia di chi vede il Signore, il brano ci presenta anche la figura problematica di Tommaso, il cui nome significa «gemello», ma anche «doppio», «ambiguo». L’affermazione di costui è lapidaria: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio
dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo» (20,25). Anche
Tommaso, dunque, intende essere fatto partecipe di ciò che hanno vissuto i suoi compagni. Il racconto dell’evangelista Giovanni ci riferisce che ciò si verificò otto giorni dopo.
Gesù si rivolse direttamente a Tommaso, rispondendogli: «Metti qui il tuo dito e guarda le
mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!» (20,27).
Per questo fatto, Tommaso è diventato un po’ il capofila di coloro che non sono creduloni. Ma ritengo che per tale motivo ci sia anche un po’ più simpatico: con la sua obiezione,
“obbliga” Gesù a rivelare di nuovo il suo corpo di risorto che conserva i segni della passione. È senz’altro vero che sono beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno, però noi
che leggiamo a due millenni di distanza queste testimonianze abbiamo bisogno di sapere
che tra gli apostoli c’è stato qualcuno che ha avuto il coraggio di porre la stessa obiezione
che avremmo posto noi. Tuttavia, siamo invitati dal finale del brano a credere «che Gesù è il
Cristo, il Figlio di Dio» e ad avere la vita credendo nel suo nome, come è avvenuto a tanti
che ci hanno preceduto nella fede e hanno lasciato segni concreti del loro passaggio sulla
terra.
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Meditazione
Il Vangelo di questa domenica ci fa rivivere la prima settimana cristiana. L’evangelista infatti ci presenta l’apparizione del Risorto ai
discepoli la sera della Pasqua e poi quella della domenica successiva. Da allora sino ad oggi, ininterrottamente, i discepoli di Gesù
continuano a radunarsi assieme nel ‘cenacolo’, di domenica in domenica, per rivivere quella medesima Pasqua, quel medesimo incontro. Questo appuntamento settimanale divenne a tal punto determinante che soppiantò la centralità del Sabato e fece della Domenica il giorno dei cristiani. «Non possiamo vivere senza la domenica», affermavano i martiri cristiani nei primi secoli.
In quella prima Pasqua i discepoli sono radunati nel cenacolo. La
porta della casa è chiusa per paura ‘dei giudei’; in verità più che le
porte del cenacolo sono chiuse quelle del cuore. Ma il Signore risorto irrompe ugualmente nella sala e si ferma in mezzo a loro: subito
li saluta, e poi mostra loro il suo corpo segnato dalle ferite. Sembra
volerli assicurare che è il Gesù di sempre, il loro amico, e che continuerà a stare con loro. Soffia quindi su di loro il suo Spirito e li invia
per il mondo come testimoni del Vangelo. Manca Tommaso, quella
sera. E quando gli altri discepoli gli raccontano l’accaduto egli mostra tutto il suo scetticismo: «Se non vedo nelle sue mani il segno
dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto
la mia mano nel suo fianco, non credo». È una pagina evangelica
davvero molto ricca di significato spirituale. Subito viene alla mente
una prima considerazio-ne. Perché l’evangelista, nel narrare il momento centrale del Vangelo e della vita della comunità cristiana
quale è la Pasqua, si sofferma con una qualche ostinazione a sottolineare l’incredulità di Tommaso? Perché mettere in evidenza questo
‘peccato’ così radicale? L’apostolo non fa certo una bella figura; e il
suo atteggiamento è tutt’altro che esemplare.
L’evangelista vuole sottolineare che non mancano difficoltà e problemi nel credere; essi sono presenti fin dalle prime generazioni,
anzi fin dalle prime ore di vita della comunità cristiana. Ma non siamo sul piano delle questioni e dei dibattici teorici. Tommaso non è
l’uomo razionalista o del fatto concreto, e neppure l’uomo positivo
che non si lascia andare all’emozione o al sentimento, insomma un
duro ed essenziale. Il Tommaso dei Vangeli, infatti, era capace di
sentimenti vigorosi, forti, energici. Quando, ad esempio, Gesù decise di andare a trovare Lazzaro morto, nonostante il pericolo che
correva, egli fu il primo a prendere la parola: «andiamo anche noi a
morire con lui» (Gv 11,16). E ancora, quando Gesù parlava ai discepoli della sua prossima partenza, fu sempre lui, Tommaso, a chiede-
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re: «Signore, non sappiamo dove vai, come possiamo conosce la
via» (Gv 14,4). Non voleva insomma allontanarsi dal Maestro. E tutti
avremmo voluto essere accanto a lui in quei momenti.
Tuttavia, quella sera del primo giorno dopo il sabato, Tommaso ha
di fatto accettato che la resurrezione di Gesù, annunciatagli con gioia dagli altri apostoli, è solo un discorso, solo una parola vuota, anche se desiderabile e bella. E risponde subito con il suo discorso,
con il suo credo: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e
non metto la mia mano nel suo fianco, non credo». E il credo di un
uomo non cattivo; anzi, generoso. È il credo di tante persone, le
quali più che razionaliste sono egocentriche, prigioniere di sé e delle proprie sensazioni. È il credo di chi pensa sia vero solo quello che
tocca, anche se falso; o di chi crede sia falso quello che non riesce a
toccare, sebbene sappia che è vero. Insomma, è il «non credo» di
un mondo di egocentrici, che facilmente diventa un mondo pigro,
ingiusto e persino violento. L’egocentrismo porta sempre ad essere
increduli, perché si resta sempre e comunque prigionieri delle proprie sensazioni, di quello che si vede e di quello che si tocca. Non si
crede a null’altro.
Gesù, tuttavia, sembra accettare la sfida di Tommaso. La domenica
seguente torna di nuovo tra i discepoli. Questa volta è presente anche Tommaso. E con lui siamo presenti anche noi. Gesù entra ancora una volta, a porte chiuse, e si rivolge subito al discepolo invitandolo a toccare con le mani le sue ferite. E aggiunge: «Non essere incredulo, ma credente!». L’evangelista sembra suggerire che Tommaso, in realtà, non abbia toccato le ferite di Gesù; gli sono bastate
le parole rivoltegli dal Maestro. Esse lo hanno colto nella sua verità
di incredulo, come accadde al pozzo di Giacobbe quando Gesù con
le sue parole svelò alla samaritana la verità della sua vita. La Parola
del Signore, il Vangelo, distrugge la presunzione, l’orgoglio e la fiducia smisurata che Tommaso ha in se stesso e nelle sue convinzioni,
e con lui anche noi. Oggi il Vangelo chiede di umiliarsi un poco, di
guardare oltre se stessi. Sì, assieme a Tommaso, dobbiamo inginocchiarci anche noi davanti al risorto ed esclamare: «Mio Signore e
mio Dio!» Non si tratta di un Dio o di un Signore qualunque, bensì
del «mio» Dio e «mio» Signore. Il mio «Tu». La fede è proprio questo rapporto particolarissimo: dare del «tu» a Dio riconosciuto come
Padre. La fede non è allora la professione dei momenti solenni, anche! È piuttosto la fede di ogni giorno, della sconfitta dell’egocentrismo e dell’orgoglio, dell’autosufficienza e dell’arroganza, per sentire
vicina ed indispensabile la compagnia forte e tenera di Gesù risorto.
Il calore di questa amicizia scioglie la durezza e sconfigge l’incredulità. Gesù, parlando a Tommaso, aggiunge: «Beati quelli che non
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hanno visto e hanno creduto!». È la beatitudine della fede. Una beatitudine decisiva per noi che veniamo dopo. Tommaso ci viene incontro in questa domenica e ci parla della beatitudine di accogliere
il Vangelo, della gioia di inginocchiarci davanti al Signore e dirgli
con il cuore: «Mio Signore e mio Dio!».
Il brano degli Atti degli Apostoli, ove si descrive la vita della prima
comunità cristiana, mostra la beatitudine concreta che scaturisce
dalla fede nel Signore risorto. La fede non è un atto intellettivo semplicemente, non è l’adesione a delle verità astratte; è piuttosto uno
stile di vivere, un atteggiamento che compenetra tutta la vita. La
fede è la comunione con Dio e i fratelli. Scrivono gli Atti: «la moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e
un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli
apparteneva, ma fra loro tutto era comune». La vittoria della vita
sulla morte iniziava nel giorno di Pasqua il suo itinerario storico: la
comunione sconfiggeva la solitudine, l’amore distruggeva la distanza, la fraternità bruciava l’indifferenza. Il seme della resurrezione
era stato gettato e iniziava a germogliare. Di domenica in domenica
noi cristiani siamo convocati per rivivere e far crescere in noi e nel
mondo la Pasqua di resurrezione.
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L’immagine della domenica
«Non c’è notte
che non veda il giorno».
(William Shakespeare)
Tramonto a Guardia Piemontese – 2015
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Preghiere e racconti
Beati quelli che non hanno visto e credono
Gesù entra a porte chiuse. Eppure alla sua resurrezione, la pietra
del sepolcro è rotolata e la porta del sepolcro si è aperta. […] Ma
qui egli entra e le porte sono chiuse, affinché quelli che dubitavano
della resurrezione fossero presi da stupore al suo ingresso e da questo prodigio fossero condotti come per mano all’altro prodigio. […]
Gli apostoli, nascosti in una casa, vedono il Cristo. Egli entra a porte
chiuse. Ma Tommaso, che in quel momento era assente, rimane incredulo. Desidera vedere Gesù con i suoi occhi e rifiuta i racconti
degli altri di-scepoli. Chiude le orecchie e vuole aprire gli occhi.
L’impazienza lo brucia, quando pronuncia queste parole: «Se non
metto il mio dito nel segno dei chiodi e se non metto la mia mano
nel suo costato, non crederò» (Gv 20,25). Troppo esigente per credere, Tommaso sfoga la sua diffidenza, sperando così che il suo desiderio sia esaudito. «I miei dubbi non spariranno se non quando lo
vedrò, dice. Metterò il mio dito nei segni dei chiodi e abbraccerò
quel Signore che tanto desidero.
Rimproveri la mia incredulità, ma colmi i miei occhi. Incredulo,
quando lo vedrò, crederò quando lo stringerò tra le mie braccia e lo
contemplerò. Voglio vedere le mani trafitte, che hanno guarito le
mani che hanno trasgredito. Voglio vedere quel costato che ha
scacciato la morte dal suo fianco. Voglio essere il testimone del Signore e non do peso alla testimonianza altrui. I vostri racconti esasperano la mia impazienza. La buona novella che mi portate non fa
che ravvivare il mio turbamento. Non guarirò di questo male se non
tocco colui che le guarisce». Ma il Signore appare di nuovo e dissipa
contemporaneamente la tristezza e il dubbio del suo discepolo. Che
dico? Non dissipa il suo dubbio, colma la sua attesa. Entra a porte
chiuse e con questa visione incredibile conferma la non creduta resurrezione. Trova un nuovo motivo di stupore per convincere Tommaso. «Metti il tuo dito nel segno dei chiodi» (Gv 20,27), gli dice. Tu
mi cercavi quando non c’ero, approfittane ora. Conosco il tuo desiderio nonostante il tuo silenzio. Prima che tu me lo dica, so che cosa
pensi. Ti ho sentito parlare, e benché invisibile, ero accanto a te, accanto ai tuoi dubbi, e senza farmi vedere, ti ho fatto aspettare per
meglio vedere la tua impazienza. «Metti il tuo dito nei segni dei
chiodi, metti la tua mano nel mio costato e non essere più incredulo, ma credente». Allora Tommaso lo tocca, tutta la sua diffidenza si
dissolve e colmo di una fede sincera e di tutto l’amore che si deve a
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Dio, esce in un grido: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28). E il Signore gli dice: «Perché hai veduto, hai creduto. Beati quelli che non
hanno visto e credono!» (Gv 20,29). Tommaso, porta la buona notizia della mia resurrezione a quelli che non hanno veduto. Conduci la
terra intera alla fede non della visione, ma della parola. Va’ tra i popoli e le città barbare e insegna loro a portare sulle spalle la croce
invece delle armi. Annunciami: crederanno e mi adoreranno. Non
esigeranno altre prove. Di’ loro che sono chiamati per grazia e contempla la loro fede. In verità: «Beati quelli che non mi hanno veduto
e hanno creduto!».
(BASILIO DI SELEUCIA, Omelia sulla santa Pasqua 2-4, PG 28,1084A1085C).
Quelle ferite di Gesù sono l’alfabeto dell’amore
I discepoli erano chiusi in casa per paura dei Giudei. La paura è la
paralisi della vita. Ciò che apre il futuro e fa ripartire la vita sono invece gli incontri. Gesù lo sa bene. I suoi sono scappati tutti, l’hanno
abbandonato: che cosa di meno affidabile di quel gruppetto allo
sbando? E tuttavia Gesù viene. È una comunità dove non si può stare bene, porte e finestre sbarrate, dove manca l’aria e si respira dolore. Una comunità chiusa, ripiegata su se stessa, che non si apre,
che si sta ammalando. E tuttavia Gesù viene.
E non al di sopra, non a distanza, ma “viene e sta in mezzo a loro”.
Non nell’io, non nel tu soltanto, lo Spirito abita nel cuore delle relazioni, è come il terzo tra i due, collante delle vite. Viene e sta in
mezzo. Lui, il maestro dei maestri, ci insegna a gestire l’imperfezione delle vite. Il suo metodo non consiste nel riproporre l’ideale perfetto, nel sottolineare la nostra distanza dal progetto, ma nell’avviare processi: a chi sente i morsi della paura, porta in dono la pace; a
chi non crede, offre un’altra occasione: guarda tocca metti il dito; a
chi non ha accolto il soffio del vento dello Spirito, lui spalanca orizzonti.
Il suo metodo umanissimo, che conforta la vita, sta nell’iniziare percorsi, nell’indicare il primo passo, perché un primo passo è possibile
sempre, per tutti, da qualsiasi situazione. Il gruppo degli apostoli
aveva tentato di coinvolgere Tommaso: abbiamo visto il Signore.
Ma lui, che era il più libero di tutti, lui che aveva il coraggio di entrare e uscire da quella casa, non ci sta: io non mi accontento di paro-
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le. Se lui è vivo, come fate ad essere ancora qui rinchiusi, invece di
uscire nel sole del mondo? Se lui è vivo, la nostra vita cambia!
Ed ecco Gesù che entra, sta in mezzo, e dice: Pace a voi. Non un augurio, non una promessa, è molto di più, una affermazione: la pace
è con voi, è qui, è iniziata; non è merito, è dono. Poi si rivolge a
Tommaso: Metti qui il tuo dito. Gesù aveva educato Tommaso alla
libertà interiore, a dissentire, l’aveva fatto coraggioso e grande in
umanità. Per farlo ancora più grande, gli fa un piccolo rimprovero,
ma dolcemente, come si fa con gli amici: non essere incredulo… Rispetta i suoi tempi, e invece di imporsi, si propone: Metti, guarda,
tocca.
La risurrezione non ha richiuso i fori dei chiodi, non ha rimarginato
le labbra delle ferite. Perché la morte di croce non è un semplice incidente da superare: quelle ferite sono la gloria di Dio, il punto più
alto dell’amore, la grande bellezza della storia. Su quel corpo l’amore ha scritto il suo racconto con l’alfabeto delle ferite, le uniche che
non ingannano. Indelebili ormai come l’amore stesso.
(Ermes Ronchi)
“Pace a voi!”
Il vangelo di oggi, ottavo giorno dopo la Pasqua, ci testimonia due
manifestazioni del Risorto, una avvenuta la sera dello stesso giorno
della scoperta del sepolcro vuoto, l’altra avvenuta il primo giorno
della settimana seguente. D’altronde resta difficile separare le due
manifestazioni, perché entrambe sono strettamente collegate, anzi
la seconda è solo un’appendice della prima.
Sappiamo che, nell’ora della cattura di Gesù al Getsemani, tutti i discepoli fuggirono pieni di paura: temevano di essere coinvolti in
quel processo che avrebbe portato Gesù alla condanna e alla morte.
Secondo il quarto vangelo, solo Pietro e un altro discepolo avevano
tentato di vedere cosa accadeva, seguendo Gesù fino al cortile della
casa del sommo sacerdote (cf. Gv 18,15); ma poi anche Pietro, spaventato per essere stato riconosciuto, se n’era andato (cf. Gv 18,16-
18.25-27).
Quelli che avevano abbandonato tutto per seguire Gesù (cf. Mc
1,18.20), hanno finito per abbandonare Gesù e fuggire tutti (cf. Mc
14,50). Perché? A causa della paura! La paura è una potenza terribile: quando si impadronisce di noi, ci toglie ogni forza, ogni possibilità di resistenza, ci rende innanzitutto vili, perché ci toglie la respon-
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sabilità: nel nostro caso la responsabilità della fede, dell’amore, della speranza.
Quei discepoli coinvolti nella vita di Gesù per alcuni anni, che lo
avevano seguito e da lui erano stati ammaestrati e fatti crescere
come credenti, sopraggiunta l’ora della prova, della “crisi”, hanno
paura; e la paura debilita la loro fede, fa dimenticare il loro amore
reale per Gesù, annebbia la loro esile speranza.
Essi dunque non rispondono: negano la loro identità, i loro rapporti
con Gesù, e dunque stanno in casa al chiuso, “per paura dei giudei”
(dià tòn phóbon tôn ioudaíon). Le porte della casa dove avevano celebrato l’ultima cena con Gesù sono chiuse, in attesa che ritorni la
calma, la sicurezza, così che possano fare ritorno in Galilea, alle loro
case. È il terzo giorno dopo la morte di Gesù ed è quasi sera.
Certo, hanno saputo da Maria di Magdala che il sepolcro è vuoto (cf.
Gv 20,2); Pietro e l’altro discepolo, recatisi alla tomba, hanno confermato le parole di Maria (cf. Gv 20,10), la quale ha anche testimoniato: “Ho visto il Signore!” (Gv 20,18). La situazione resta però di
aporia, perché la paura prevale su questo annuncio, che pure conferma le promesse di Gesù: “Vado e tornerò da voi” (Gv 15,28); “Un
poco e non mi vedrete più, un poco ancora e mi vedrete … e la vostra tristezza si cambierà in gioia” (Gv 16,16.20).
Regnava dunque la paura quando “Gesù venne, stette in mezzo a
loro e disse: ‘Pace a voi!’”. Ecco la venuta del Gesù vivente perché
risorto da morte, la venuta del Kýrios, del Signore. Viene e sta in
mezzo a loro, con una presenza che si impone, che raduna, attira,
fa comunità! È proprio Gesù? Sì, per questo mostra le mani e il petto. Le mani trafitte per la crocifissione, ma soprattutto quelle sue
mani che avevano toccato, accarezzato, consolato i suoi fratelli, da
lui chiamati amici (cf. Gv 15,13-15).
Le mani che avevano toccato i malati, che avevano spezzato il pane
prima di porgerlo loro, che avevano stretto, abbracciato. Che tristezza saper solo contemplare i buchi, le ferite, e non vedere le
mani! Eppure i discepoli non solo avevano ascoltato tante volte
Gesù, e dunque ne riconoscevano la voce, ma avevano sentito il
contatto con lui attraverso le sue mani, lo avevano sentito vicino attraverso le sue mani.
Toccare è un’azione che lascia un sigillo su chi è toccato… Poi Gesù
mostra il petto ferito dalla lancia nell’ora della morte: il petto sul
quale il discepolo amato ha reclinato il capo nell’ultima cena (cf. Gv
13,25; 21,20), è anche il petto che egli ha visto colpito da uno dei
soldati e dal quale sono usciti sangue e acqua (cf. Gv 19,33-37).
Mani che hanno toccato, accarezzato, amato, che mai hanno colpito
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qualcuno; petto aperto, ferito, che dice il suo aver dato tutto, anche
il cuore…
Il Risorto dice parole brevissime ma straordinarie, che illuminano
quella theoría, quello “spettacolo” (Lc 23,48): “Pace a voi!”. Poi fa
anche un gesto, respira forte e alita sui discepoli per trasmettere
loro il suo respiro, il suo soffio, il suo Spirito: “Ricevetelo!”. In pochi
secondi – diremmo noi in modo inadeguato – avviene tutto, accade
il necessario ephápax, una volta per tutte.
Perché se quel soffio effuso sui discepoli diventa il loro respiro, allora essi hanno lo stesso respiro di Gesù, il quale respirava perdonando i peccati degli uomini e delle donne che incontrava. Quello era il
suo respiro che, soffiato su di noi, toglieva la polvere, purificava,
cancellava le colpe: Gesù chiede solo che, avendo il suo respiro, anche noi siamo capaci di perdono verso tutti…
E Tommaso? Quella sera non è con gli altri, e nei suoi ragionamenti
pensa di dover toccare i buchi delle mani e del costato, per credere,
mentre non sa che è Gesù ora a doverlo toccare. Ma quando Gesù
viene di nuovo e Tommaso lo vede, vede le sue mani e il suo petto,
allora non tocca, non mette il dito per verificare; no, si inginocchia e
confessa: “Mio Signore e mio Dio!”, la più alta e la più esplicita confessione di fede in tutti i vangeli.
Per la fede non bisogna né vedere né toccare, come pensava Tommaso, ma occorre essere visti da Gesù ed essere toccati dalle sue
mani, che sono sempre una carezza, una stretta di mano; e rarissime volte ecco anche un bacio, in cui il suo respiro diventa il nostro.
Gesù si rivela “toccandoci”, soprattutto toccandoci con “il suo corpo” e “il suo sangue”.
(Enzo Bianchi)
L’ho cercato, ma non l’ho trovato
“Così dice la sposa: “Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l’amato nel mio cuore; l’ho cercato,
ma non l’ho trovato. Mi alzerò e farò il giro della città; per le strade e per le piazze; voglio cercare
l’amato del mio cuore. L’ho cercato, ma non l’ho trovato. Mi hanno incontrato le guardie che fanno
la ronda: avete visto l’amato del mio cuore? Da poco le avevo oltrepassate, quando trovai l’amato del
mio cuore” (Ct 3,1-4).
Mi colpisce anzitutto la duplice ripetizione: “L’ho cercato ma non l’ho trovato”. Che
cosa concluderebbe l’animus, cioè quella parte di noi che è calcolatrice ed efficientista? Se
non l’hai trovato, vuol dire che non è per te, che forse è troppo alto, che non sei fatto per
lui, che sei sulla strada sbagliata.
Invece l’anima, più profonda, intuisce.
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II Domenica di Pasqua  Anno B
Ricordo il titolo di un libro scritto da un ateo, che riporta le parole del Cantico, in latino:
“Quaesivi et non inveni”. E l’autore racconta la sua ricerca di Dio affermando di non essere riuscito razionalmente a trovarlo.
Si è evidentemente fermano all’animus, lo ha cercato attraverso i ragionamenti esteriori
e, a un certo punto, si è stancato. La personalità completa è quella che dice: “L’ho cercato e,
dal momento che non l’ho trovato, lo cerco ancora di più, lo cerco con maggiore amore”.
Non l’ho trovato vicino a me, e allora: “Mi alzerò e farò il giro della città; per le strade e per le
piazze; voglio cercare l’amato del mio cuore” (Ct 3,2). Qui leggiamo l’estasi interiore, la presenza già nascosta di Dio che opera.
Questo è importante per capire a fondo noi stessi. In noi c’è un dinamismo della ricerca
di Dio, che opera anche quando non lo troviamo, e opera di più. Se diamo voce a tale dinamismo, che è già la grazia dello Spirito santo, il dito dello Spirito santo che scrive la lettera
di Dio in noi, noi entriamo nella totalità della nostra persona, che è ricerca razionale e logica, ma poi ricerca affettiva, amorosa. Ed entriamo anche a conoscere meglio il mistero di
Dio che è amore. Amore non significa soltanto efficienza, produzione di beni in serie; amore è libertà di Dio, capacità di amare ciascuno in modo diverso, gusto di nascondersi per
farsi trovare. Quando arriviamo a comprendere qualcosa di questo mistero di Dio che è
Trinità di amore, gioco di amore perenne in sé, che è dono, non ci stupiamo più scoprendo
che Dio talora si nasconde a noi per acuire nel nostro cuore il desiderio di cercarlo e per
darci la gioia di ritrovarlo.
Dio è vitalità infinita, inventività continua nell’amore, libertà assoluta.
(Carlo Maria MARTINI, Incontro al Signore risorto, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2009, 52-
53).
Mio Signore e mio Dio!
Tommaso, uno dei discepoli, non era forse un uomo, uno come tanti? Gli altri discepoli gli dicevano: Abbiamo visto il Signore, ma lui ribatteva: Se non lo toccherò, se non metterò il dito nel suo fianco,
non crederò (Gv 20,25). Te lo annunziano dei messaggeri dell’evangelo e tu non credi? A loro ha creduto il mondo e il discepolo non
crede. Di loro è stato detto: II loro messaggio si è diffuso su tutta la
terra e le loro parole fino ai confini del mondo [Sal 18 (19),5]. Dalla
loro bocca escono parole che giungono fino ai confini del mondo e
tutto il mondo crede; tutti insieme annunciano la buona notizia a
uno solo e questi non crede. Non era ancora il giorno fatto dal Signore [Sal 117 (118),24]; le tenebre erano ancora sull’abisso; nelle
profondità del cuore umano c’erano le tenebre. Ma venga lui, il capo
di quel giorno e gli dica con pazienza e mitezza, non con ira, perché
egli è medico: «Vieni, vieni, tocca, e credi. Tu hai detto: Se non toccherò, se non metterò il mio dito, non crederò. Vieni, tocca, metti il
dito. E non essere incredulo, ma credente. Vieni, metti il dito. Conoscevo le tue ferite; per te ho conservato la mia cicatrice». E Tommaso mettendo la mano raggiunse la pienezza della fede. E qual è
questa pienezza? Che Cristo non venga creduto soltanto uomo, né
soltanto Dio, ma uomo e Dio. Questa è la pienezza della fede, poiché il Verbo si è fatto carne e ha abitato in mezzo a noi (Gv 1,14). E
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quel discepolo, dopo che gli furono presentate le cicatrici e le membra del suo Salvatore perché le toccasse, non appena le ebbe toccate, esclamò: Mio Signore e mio Dio (Gv 20,28). Toccò l’umanità, riconobbe la divinità; toccò la carne, volse gli occhi al Verbo, poiché il
Verbo si è fatto carne e ha abitato in mezzo a noi. Il Verbo ha sopportato che la sua carne fosse appesa al legno, che fosse fissata coi
chiodi, che venisse trafitta dalla lancia, che fosse deposta nel sepolcro. Lo stesso Verbo risuscitò la sua carne, la presentò agli occhi dei
discepoli perché la vedessero, la fece toccare con mani. Toccano ed
esclamano: Mio Signore e mio Dio!
(AGOSTINO, Discorsi 258, 3, in Opere di sant’Agostino 32/2, pp.
826-828).
L’inquietudine della notte della fede
Ripartire da Dio vuol dire sapere che noi non lo vediamo, ma lo crediamo e lo cerchiamo così come la notte cerca l’aurora. Vuol dunque dire vivere per sé e contagiare altri
dell’inquietudine santa di una ricerca senza sosta del volto nascosto del Padre. Come Paolo fece coi Galati e coi Romani, così anche noi dobbiamo denunciare ai nostri contemporanei la miopia del contentarsi di tutto ciò che è meno di Dio, di tutto quanto può divenire
idolo. Dio è più grande del nostro cuore, Dio sta oltre la notte.
Egli è nel silenzio che ci turba davanti alla morte e alla fine di ogni grandezza umana;
Egli è nel bisogno di giustizia e di amore che ci portiamo dentro; Egli è il Mistero santo che
viene incontro alla nostalgia del Totalmente Altro, nostalgia di perfetta e consumata giustizia, di riconciliazione e di pace.
Come il credente Manzoni, anche noi dobbiamo lasciarci interrogare da ogni dolore:
dallo scandalo della violenza che sembra vittoriosa, dalle atrocità dell’odio e delle guerre,
dalla fatica di credere nell’Amore quando tutto sembra contraddirlo. Dio è un fuoco divorante, che si fa piccolo per lasciarsi afferrare e toccare da noi. Portando Gesù in mezzo a
voi, non ho potuto non pensare a questa umiliazione, a questa “contrazione” di Dio, come
la chiamavano i Padri della Chiesa, a questa debolezza. Essa si fa risposta alle nostre domande non nella misura della grandezza e della potenza di questo mondo, ma nella piccolezza, nell’umiltà, nella compagnia umile e pellegrinante del nostro soffrire.
(Carlo Maria MARTINI, Incontro al Signore risorto, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2009,
66).
Il dubbio che porta al tramonto
Si narra che un alpinista, fortemente motivato a conquistare
un’altissima vetta, iniziò la sua impresa dopo anni di preparazione.
Deciso a non spartire la gloria con alcuno, iniziò l’impresa senza
compagni.
Iniziò l’ascesa ma si fece tardi, sempre più tardi, senza che egli si
decidesse ad accamparsi, insistendo nell’ascesa. Ben presto fu
buio.
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La notte giunse bruscamente sulle alture della montagna, sicchè
non si poteva vedere assolutamente nulla. Tutto era tenebra, il buio
regnava sovrano, la luna e le stelle erano coperte dalle nubi.
Salendo per un costone roccioso, a pochi metri dalla cima, scivolò e
precipitò nel vuoto, cadendo a velocità vertiginosa. Nella caduta,
l’alpinista poteva appena vedere delle macchie scure e sperimentare la sensazione di essere risucchiato dalla forza di gravità. Continuava a cadere…e in quegli attimi angosciosi, gli passarono per la
mente gli episodi più importanti della sua vita.
Rifletteva, ormai vicino alla morte. D’improvviso avvertì il violento
strappo della lunga fune che aveva assicurato alla cintura.
In quel momento di terrore, sospeso nel vuoto, non gli rimase che
gridare:
”Dio mio, aiutami!”
Improvvisamente una voce grave e profonda dal cielo gli domandò:
”Cosa vuoi che io faccia?”
“Mio Dio, salvami!”
“Credi realmente che io possa salvarti?”
“Sì, mio Signore. Lo credo”
Allora, recidi la corda che ti sostiene!”
Ci fu un momento di silenzio;
poi l’uomo si avvinse ancora più fortemente alla corda.
Il resoconto della squadra di soccorso, afferma che l’alpinista fu
trovato, ormai morto per congelamento, fortemente avvinghiato
alla corda… A soli due metri dal suolo…
Tu sai Tommaso…
Pure per noi sia Pasqua, Signore:
vieni ed entra nei nostri cenacoli,
abbiamo tutti e di tutto paura,
paura di credere, paura a non credere…
Paura di essere liberi e grandi!
Vieni ed abbatti le porte dei cuori,
le diffidenze, i molti sospetti:
tutti cintati in antichi steccati!
Entra e ripeti ancora il saluto:
«Pace a tutti», perché sei risorto;
e più nessuno ti fermi: tu libero
di apparire a chi vuoi e ti crede!
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II Domenica di Pasqua  Anno B
Torna e alita ancora il tuo spirito
come il Padre alitò su Adamo:
e dal peccato sia sciolta la terra,
che tutti vedono in noi il Risorto.
Credere senza l’orgoglio di credere,
credere senza vedere e toccare!…
Tu sai, Tommaso, il dramma degli atei,
tu il più difficile a dirsi beato!
(D. M. Turoldo)
Ma io credo!
Signore, non ho visto,
come Pietro e Giovanni,
le bende per terra e il sudario
che ricopriva il tuo volto,
ma io credo!
Non ho visto la tua tomba vuota,
ma io credo!
Non ho messo, come Tommaso,
le mie dita nel posto dei chiodi,
né la mia mano nel tuo costato,
ma io credo!
Non ho condiviso il pane con te
nel villaggio di Emmaus,
ma io credo!
Non ho partecipato alla pesca miracolosa
sul lago di Tiberiade,
ma io credo!
Sono contento, Signore,
di non avere visto,
perché io credo!
(Credo Signore! Professioni di fede per ragazzi e giovani, Leumann,
Elle Di Ci, 2001, 52).

  • Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:
  • Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.

– La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

  • Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006- .
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  • J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.
  • J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret. II: Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2011.
  • J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, L’infanzia di Gesù, Milano/Città del Vaticano, Rizzoli/Libreria Editrice
    Vaticana, 2012.
  • E. BIANCHI et al., Eucaristia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche. Anno B, Milano, Vita e Pensiero,
    2008.
  • COMUNITÀ DI S. EGIDIO, La Parola e la storia, Milano, Vita e Pensiero, 2011.
  • J.M. NOUWEN, Un ricordo che guida, in ID., Mostrami il cammino. Meditazioni per il tempo di Quaresima, Brescia, Queriniana, 2003.

Fonte:CATECHISTA2.0


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