Jesùs Manuel Garcìa Lectio Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

LECTIO – ANNO B
Prima lettura: Esodo 24,3-8


In quei giorni, Mosè andò a riferire al popolo tutte le parole del Signore e tutte le
norme. Tutto il popolo rispose a una sola voce dicendo: «Tutti i comandamenti che il Signore ha dato, noi li eseguiremo!». Mosè scrisse tutte le parole del Signore. Si alzò di
buon mattino ed eresse un altare ai piedi del monte, con dodici stele per le dodici tribù
d’Israele. Incaricò alcuni giovani tra gli Israeliti di offrire olocausti e di sacrificare giovenchi come sacrifici di comunione, per il Signore. Mosè prese la metà del sangue e la
mise in tanti catini e ne versò l’altra metà sull’altare. Quindi prese il libro dell’alleanza e
lo lesse alla presenza del popolo. Dissero: «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi
presteremo ascolto». Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: «Ecco il sangue
dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!».
 Il capitolo 24 del libro dell’Esodo narra la conclusione dell’alleanza stipulata tra il Signore Dio e Israele con la mediazione di Mosè. Questi, infatti, era stato più volte convocato da
Dio sul monte per ricevere le “parole”, riferirle poi al popolo e ritornare da Dio per portare
la risposta affermativa del popolo. Anche questa volta troviamo Mosè che «andò a riferire al
popolo tutte le parole del Signore e tutte le norme. Tutto il popolo rispose a una sola voce dicendo:
«Tutti i comandamenti che il Signore ha dato, noi li eseguiremo!» (24,3).
Ricevuto l’assenso da parte del popolo, Mosè diede inizio a un rito: prima costruì un altare con dodici stele, una per ogni tribù d’Israele (cf. 24,4), poi fece offrire da alcuni giovani
olocausti e sacrifici di comunione in onore del Signore (cf. 24,5). Infine, completò il rito così: «Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l’altra metà sull’altare. Quindi prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo. Dissero: «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto». Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo:
«Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!»
(24,6-8).
Attraverso questo rito Mosè vuole quindi esprimere una profonda realtà: egli è situato
tra i due contraenti: il primo è Dio, che viene rappresentato dall’altare; il secondo è il popolo, al quale viene di nuovo letto l’intero libro dell’alleanza affinché, in modo consapevole, possa pronunciare il suo sì.
Che cosa può unire i due contraenti, per suggellare solennemente il patto? Mosè sceglie
allora il segno del sangue, il quale, versato per metà sull’altare e per l’altra metà sul popolo, stabilisce tra i due una ”comunione”. Non è difficile, nelle parole del versetto 8, riconoscere l’analogia con il sangue di un’altra vittima, ben più importante di quegli animali sacrificati. Infatti, Gesù Cristo, sull’altare della croce, versa il proprio sangue con cui viene
aspersa l’umanità per ritrovare, finalmente la pace e la riconciliazione con il Padre (cf. Col
1,19-20). Il sangue, tra l’altro indica anche un rapporto di “parentela”, che ci viene guada-
1
SS. Corpo e Sangue di Cristo  Anno B
gnato da Gesù Cristo. In virtù di questo sangue, allora, non siamo «più stranieri né ospiti,
ma siamo concittadini dei santi e familiari di Dio» (Ef 2,19), addirittura figli di adozione di
un Padre eccezionale, che per farci entrare nella sua famiglia non ha esitato di mandare
sulla croce il suo Figlio Unigenito.
Seconda lettura: Ebrei 9,11-15
Fratelli, Cristo è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraverso una tenda
più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo, cioè non appartenente a questa
creazione. Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri
e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna. Infatti,
se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsa su quelli che sono
contaminati, li santificano purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo – il
quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente? Per questo egli è mediatore di un’alleanza nuova, perché, essendo intervenuta la sua morte in riscatto delle
trasgressioni commesse sotto la prima alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano
l’eredità eterna che era stata promessa.
 Su questa linea si trova anche lo stupendo brano della Lettera agli Ebrei. L’autore, in poche battute, evidenzia i due grandi mezzi con i quali Cristo entra nel santuario. Egli, venuto in mezzo all’umanità in qualità di sommo sacerdote dei beni futuri per il fatto che ci ha
ottenuto la redenzione eterna, entrò nel santuario «attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo, cioè non appartenente a questa creazione. Egli entrò una volta
per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue» (9,11-12).
Ma occorre chiarire bene a che cosa si riferisca l’autore con i termini ‘tenda” e “santuario”. Infatti, la tenda, più grande e perfetta, non può essere paragonata con la tenda che
Mosè eresse nel deserto per custodire l’arca dell’alleanza, perché designa un’altra realtà,
che era ben nota ai primi cristiani. Inoltre essa va intesa in rapporto all’altro mezzo ossia al
sangue, e alle ulteriori qualificazioni, su cui bisogna fare delle precisazioni: quando si dice
che la tenda è «non costruita da mano di uomo» ci si collega con Mc 14,58, dove i falsi testimoni, durante il processo, accusarono Gesù dicendo: «Noi lo abbiamo udito mentre diceva: Io distruggerò questo tempio fatto da mani d’uomo e in tre giorni ne edificherò un
altro non fatto da mani d’uomo». Benché tale affermazione si trovi in una deposizione di
falsi testimoni, il suo tenore orienta chiaramente a capire che non è questo che l’evangelista
considera falso, poiché un confronto con Gv 2,19 conferma che Gesù ha realmente affermato tale “profezia”. La tenda è, quindi, il corpo glorioso di Cristo, nuova creazione realizzata
in tre giorni per mezzo dell’effusione del suo sangue.
La tenda, che è il corpo glorioso di Cristo, consente all’umanità aspersa dal sangue di
lui, di entrare in contatto, o meglio in comunione, con il santuario, ossia con la santità e la
trascendenza di Dio Padre. Cristo ha, in altre parole, portato a compimento ciò che
nell’Antico Testamento era desiderato ma impossibile da realizzare. D’altronde, se Dio si
accontentava di considerare efficaci i sacrifici animali, come non doveva reputare “definiti-
1
SS. Corpo e Sangue di Cristo  Anno B
vo” quello di suo Figlio? «Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca,
sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne, quanto più il sangue
di Cristo – il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purificherà la
nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente?» (9,13-14).
In forza di tutto questo, Cristo può ben essere considerato «mediatore di una nuova alleanza, perché, essendo ormai intervenuta la sua morte per la redenzione delle colpe commesse sotto la prima alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna che è
stata promessa» (9,15).
Vangelo: Marco 14,12-16.22-26
Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?».
Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un
uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il
Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto
loro e prepararono la Pasqua. Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione,
lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e
rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue
dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto
della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».
Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

Esegesi
Il brano evangelico proposto in quest’anno liturgico ci riconduce immediatamente al
contesto insieme semplice e solenne della Pasqua. Così infatti inizia Marco: «Il primo giorno
degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a
preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?» (14,12). La Pasqua rappresentava la festa più
importante dell’anno liturgico ebraico: con essa il popolo d’Israele si ricollega ancora oggi
all’evento salvifico vissuto con Mosè e ricorda la liberazione dalla schiavitù in Egitto, emblema di liberazione da ogni qualsivoglia forma di schiavitù e dipendenza, sia materiale
che spirituale. Fondamentale risulta il patto che viene stipulato: Dio consegna la Legge e
s’impegna a essere il Dio d’Israele, svolgendo anche la funzione di padre, di soccorritore,
di giudice e medico, di ispiratore e difensore. Da parte sua, Israele promette fedeltà, cioè di
eseguire tutto ciò che il Signore comanda. Tale alleanza viene suggellata attraverso il sangue di animali quali vittime offerte in sacrificio, come poi vedremo nella prima lettura.
Alla festa di Pasqua ne fu associata un’altra, pur importante, tanto da divenire un
tutt’uno, ossia la festa degli Azzimi. Quest’ultima era connessa all’usanza primaverile agricola di iniziare l’anno nuovo con il primo raccolto dell’orzo. Perciò tale inizio veniva
1
SS. Corpo e Sangue di Cristo  Anno B
espresso con l’eliminazione del vecchio lievito (durante la settimana degli azzimi gli alimenti fatti con il lievito vecchio devono sparire, perché si mangia pane non lievitato in attesa del lievito nuovo alla fine della festa). Il tutto confluisce nella cena pasquale, quando
si mangia il pane azzimo, unitamente all’agnello, maschio, senza difetto e nato nell’anno
(cf. Es 12,5), secondo l’usanza dei pastori per la loro festa di primavera. Con questi cibi, che
indicano il rinnovarsi della vita nella tradizione pastorale e in quella agricola, Israele rammenta che la propria origine è legata all’azione salvifica e liberatrice di Dio.
Il momento in cui i discepoli pongono a Gesù la domanda circa la preparazione della
cena pasquale è quello dell’inizio della settimana degli Azzimi, il giorno in cui i sacerdoti,
nel tempio, di pomeriggio, immolavano gli agnelli che sarebbero poi stati consumati a Pasqua. Marco, però, mostra che Gesù aveva già pensato al luogo della cena e, addirittura,
indica ai discepoli pure a chi devono rivolgersi appena entrati in città: «Allora mandò due
dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca
d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in
cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una
grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in
città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua» (14,13-16). La pericope letta non
comprende i versetti che ci presentano lo smascheramento di Giuda (vv. 17-21), per cui si
passa subito al racconto dell’istituzione.
Non è certo facile commentare in poco spazio il racconto dell’istituzione dell’eucaristia,
perciò è preferibile soffermarsi sul senso del sangue in rapporto all’alleanza, argomento
poi da completare con la trattazione delle altre letture bibliche.
Che cosa sia il sangue per l’uomo biblico viene chiarito da Lv 17,11.14: «Poiché la vita
della carne è nel sangue. Perciò vi ho concesso di porlo sull’altare in espiazione per le vostre vite; perché il sangue espia, in quanto è la vita […]; perché la vita di ogni essere vivente è il suo sangue, in quanto sua vita; perciò ho ordinato agli Israeliti: Non mangerete sangue di alcuna specie di essere vivente, perché il sangue è la vita d’ogni carne; chiunque ne
mangerà sarà eliminato». Esso è dunque un elemento vitale, necessario all’uomo per la sua
vita biologica della quale, in qualche modo, segna anche il limite, la peribilità. Difatti,
quando tra i giudei si voleva alludere alla fragilità della condizione umana, si usava spesso la formula basàr wadàm (carne e sangue), come Gesù stesso fece in Mt 16,17. Ma il sangue è anche elemento di trasmissione di vita da un essere a un altro. Se il sangue è legato
inscindibilmente alla vita e alla sua trasmissione, l’espressione “versare il sangue”, invece,
ha il significato di “uccidere”.
Tenendo presente tutto ciò, noi ci orientiamo alla contemplazione di Gesù crocifisso,
che non ha rifiutato di “versare il sangue”, ossia di venire ucciso per noi, perché egli sapeva bene che dal suo sangue sparso scaturisce l’espiazione e la vita per chi confida in Lui:
«E disse loro: Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti » (14,24). Egli, dunque,
è libero e sovrano nel suo donarsi a nostro favore, non solo attraverso una morte violenta,
che manifesta tutto il livore dei suoi avversari, bensì anche con l’atto di imbandire una
mensa con il pane-corpo e il vino-sangue, a sostegno della nostra cronica debolezza. È il
banchetto eucaristico, il quale, mentre ci fa ricordare la tragica morte del Giusto per eccellenza, ci restituisce la gioia di “proclamare” la sua risurrezione, per cui egli è presente e
vivo in mezzo a noi, sostenendo con fedeltà, il peso dell’alleanza.
1
SS. Corpo e Sangue di Cristo  Anno B
«Bisogna irradiare la bellezza di
ciò che è vero e giusto nella vita,
perché solo questa bellezza
rapisce veramente i cuori
e li rivolge a Dio».
(Carlo Maria Martini)
Monte Etna (Sicilia) – 2021
1
SS. Corpo e Sangue di Cristo  Anno B
Meditazione
Sullo sfondo dell’ultima cena di Gesù si stende idealmente la grande scena dell’alleanza
al Sinai. Nella cornice aspra e solitaria di quel monte del dialogo tra Dio e Israele si compie
un rito, solennemente descritto dal capitolo 24 dell’Esodo. Il sangue è il simbolo della vita,
l’altare è il segno della presenza di Dio, il popolo è tutto attorno all’altare come un’unica
comunità spirituale. Il sangue sacrificale è versato da Mosè sull’altare e sul popolo, quindi
su Dio e sull’uomo. Un patto di sangue lega ormai il Signore e Israele in una relazione di
intimità e di amore. È proprio a quelle parole che Gesù rimanda nell’ultima sera della sua
vita terrena, quando nella «grande sala con i tappeti» del Cenacolo celebra la cena
pasquale coi suoi discepoli.
Il rito pasquale giudaico entrava nel vivo con la benedizione del pane nuovo azzimo,
cioè senza lievito (Esodo 12-13). «Sii lodato tu, Signore, Dio nostro, re del mondo, che hai
fatto nascere pane dalla terra»; così si esprimeva l’antica benedizione del pane. A quel
punto il capofamiglia spezzava la focaccia azzima e la offriva ai commensali in segno di
comunione e di benedizione. Gesù, pur seguendo il rituale, ne offre all’improvviso un
significato sorprendente e inedito. Decisive, infatti, sono le parole della sua “benedizione
del pane”: «Prendete, questo è il mio corpo», che nel linguaggio semitico significano
semplicemente e paradossalmente: «Questo sono io stesso». Spezzando quel pane e
offrendolo ai commensali Cristo stabiliva con loro un legame di comunione profonda,
facendo sì che essi entrassero nella sua stessa vita, nella sua morte e nella sua gloria.
Nel rito giudaico, alla consumazione del pane azzimo e dell’agnello pasquale seguiva la
benedizione solenne del calice, che spesso veniva anche inghirlandato. Anche a questo
punto Gesù imprime al rituale una svolta con le parole del suo “ringraziamento” (in greco
il termine è “eucaristia”): «Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per
molti». È qui che riecheggiano le parole di Mosè al Sinai: il vino della Pasqua è ora il
sangue di Cristo e il sangue di Cristo crea l’alleanza piena e perfetta tra Dio e l’uomo. È un
«sangue versato per molti», espressione orientale per indicare che è il sangue di una
persona sacrificata per salvare tutti gli uomini.
Gesù indirizza infine ai suoi discepoli un ultimo messaggio che si affaccia sul suo futuro:
egli annunzia che, dopo la cena eucaristica e la pausa buia della morte, berrà il calice del
vino nuovo nel regno di Dio. È il banchetto della perfezione celeste cantato da Isaia,
durante il quale si «eliminerà la morte per sempre e il Signore Dio asciugherà le lacrime su
ogni volto» (25,8; vedi Apocalisse 21,4). La cena eucaristica che noi oggi celebriamo nella
solennità del Corpo e del Sangue del Signore è, quindi, una pregustazione di un’intimità
senza incrinature e senza frontiere con Dio. È per questo che l’eucaristia domenicale è
celebrata sempre «nell’attesa della venuta» gloriosa del Cristo. L’eucaristia è espressione
della presente vicinanza di Dio al suo popolo, che pellegrina in mezzo alle oscurità della
storia, ma è anche squarcio di luce verso la speranza che il dolore e la morte saranno
espulsi dalla storia. Quando celebriamo l’eucaristia dovremmo scoprire un bagliore del
senso ultimo della vita nostra e dell’umanità, anche se attorno – come in quella sera –
calano le tenebre della morte, si consuma il tradimento.
1
SS. Corpo e Sangue di Cristo  Anno B
Preghiere e racconti
«Amen»
Celebrando l’eucaristia, la comunità ecclesiale partecipa al gesto di autoconsegna e di
compassione di Gesù, lo rivive in sé e accetta di lasciarsi plasmare da esso, impegnandosi
a trasformare i rapporti tra gli uomini in rapporti di consegna e di compassione.
L’eucaristia porta in sé la forza di cambiare in ciò che essa è coloro che la celebrano e
mangiano di quell’unico pane e bevono di quel calice. Una prospettiva che trova il suo
fondamento nell’atto stesso di istituzione dell’eucaristia ed appare tipica della patristica e
della grande tradizione teologica. Basta ricordare, per tutti, uno straordinario testo di
Agostino rivolto ai battezzati che, per la prima volta, si accostavano alla mensa eucaristica:
alla mensa eucaristica:
«Se voi siete il corpo e le membra di Cristo, il vostro mistero è deposto sulla tavola del
Signore: voi ricevete il vostro proprio mistero!
Voi rispondete “Amen” a ciò che voi siete, e con la vostra risposta sottoscrivete. Sentite
dire: “Corpus Christi, il Corpo di Cristo” e rispondete: “Amen”! Siate dunque membra del
corpo di Cristo, affinché il vostro “Amen” sia vero».
(S. AGOSTINO, Sermo 272, in PL 38, 1247).
«Tutti furono colmati di Spirito Santo» (At 2,4).
Queste parole di Mosè fanno riferimento alla storia d’Israele, che Dio ha fatto uscire
dall’Egitto, dalla condizione di schiavitù, e per quarant’anni ha guidato nel deserto verso
la terra promessa. Una volta stabilito nella terra, il popolo eletto raggiunge una certa
autonomia, un certo benessere, e corre il rischio di dimenticare le tristi vicende del passato,
superate grazie all’intervento di Dio e alla sua infinita bontà.
Allora le Scritture esortano a ricordare, a fare memoria di tutto il cammino fatto nel
deserto, nel tempo della carestia e dello sconforto. L’invito di Mosè è quello di ritornare
all’essenziale, all’esperienza della totale dipendenza da Dio, quando la sopravvivenza era
affidata alla sua mano, perché l’uomo comprendesse che «non vive soltanto di pane, ma …
di quanto esce dalla bocca del Signore» (Dt 8,3).
Oltre alla fame fisica l’uomo porta in sé un’altra fame, una fame che non può essere
saziata con il cibo ordinario. E’ fame di vita, fame di amore, fame di eternità. E il segno
della manna – come tutta l’esperienza dell’esodo – conteneva in sé anche questa
dimensione: era figura di un cibo che soddisfa questa fame profonda che c’è nell’uomo.
Gesù ci dona questo cibo, anzi, è Lui stesso il pane vivo che dà la vita al mondo (cfr Gv
6,51). Il suo Corpo è il vero cibo sotto la specie del pane; il suo Sangue è la vera bevanda
sotto la specie del vino. Non è un semplice alimento con cui saziare i nostri corpi, come la
manna; il Corpo di Cristo è il pane degli ultimi tempi, capace di dare vita, e vita eterna,
perché la sostanza di questo pane è Amore.
1
SS. Corpo e Sangue di Cristo  Anno B
Nell’Eucaristia si comunica l’amore del Signore per noi: un amore così grande che ci
nutre con Sé stesso; un amore gratuito, sempre a disposizione di ogni persona affamata e
bisognosa di rigenerare le proprie forze. Vivere l’esperienza della fede significa lasciarsi
nutrire dal Signore e costruire la propria esistenza non sui beni materiali, ma sulla realtà
che non perisce: i doni di Dio, la sua Parola e il suo Corpo.
Se ci guardiamo attorno, ci accorgiamo che ci sono tante offerte di cibo che non
vengono dal Signore e che apparentemente soddisfano di più. Alcuni si nutrono con il
denaro, altri con il successo e la vanità, altri con il potere e l’orgoglio. Ma il cibo che ci
nutre veramente e che ci sazia è soltanto quello che ci dà il Signore! Il cibo che ci offre il
Signore è diverso dagli altri, e forse non ci sembra così gustoso come certe vivande che ci
offre il mondo.
Allora sogniamo altri pasti, come gli ebrei nel deserto, i quali rimpiangevano la carne e
le cipolle che mangiavano in Egitto, ma dimenticavano che quei pasti li mangiavano alla
tavola della schiavitù. Essi, in quei momenti di tentazione, avevano memoria, ma una
memoria malata, una memoria selettiva.
Ognuno di noi, oggi, può domandarsi: e io? Dove voglio mangiare? A quale tavola
voglio nutrirmi? Alla tavola del Signore? O sogno di mangiare cibi gustosi, ma nella
schiavitù? Qual è la mia memoria? Quella del Signore che mi salva, o quella dell’aglio e
delle cipolle della schiavitù? Con quale memoria io sazio la mia anima?
Il Padre ci dice: «Ti ho nutrito di manna che tu non conoscevi». Recuperiamo la
memoria e impariamo a riconoscere il pane falso che illude e corrompe, perché frutto
dell’egoismo, dell’autosufficienza e del peccato. Tra poco, nella processione, noi seguiremo
Gesù realmente presente nell’Eucaristia. L’Ostia è la nostra manna, mediante la quale il
Signore ci dona se stesso.
A Lui ci rivolgiamo con fiducia: Gesù, difendici dalle tentazioni del cibo mondano che
ci rende schiavi; purifica la nostra memoria, affinché non resti prigioniera nella selettività
egoista e mondana, ma sia memoria viva della tua presenza lungo la storia del tuo popolo,
memoria che si fa “memoriale” del tuo gesto di amore redentivo. Amen.
(Dall’Omelia di Papa Francesco per la messa celebrata sul sagrato di San Giovanni in
Laterano per il Corpus Domini, 19 giugno 2014).
Il nascondimento di Dio nell’eucaristia
Anche in questa lettera voglio tornare per un istante sul tema dell’eucaristia, perché
l’eucaristia può definirsi a buon diritto il sacramento in cui Dio si nasconde. Che c’è di più
comune di un po’ di pane e di un bicchiere di vino? Che c’è di più semplice delle parole:
«Prendete e mangiate, prendete e bevete: questo è il mio corpo e sangue. Fate questo in
memoria di me»?.
Mi sono trovato spesso con degli amici intorno a una piccola tavola, ho preso del pane
e del vino e ho ripetuto le parole dette da Gesù quando si congedò dai suoi discepoli.
Niente di speciale o di spettacolare, nessuna grande folla, nessun canto straordinario,
nessuna formalità. Solo alcune persone che mangiano un pezzo di pane che non basta a
sfamarli e bevono un sorso di vino che non basta a dissetarli. Eppure… in questo
1
SS. Corpo e Sangue di Cristo  Anno B
nascondimento è presente Gesù risorto e si rivela l’amore di Dio. Come Dio si fece uomo
per noi nel nascondimento, così pure nel nascondimento egli si fa per noi cibo e bevanda.
Tanta gente passa vicino all’eucaristia senza curarsene, eppure l’eucaristia è il più grande
avvenimento che possa accadere tra noi uomini.
Durante il mio soggiorno all’‘Arca’, in Francia, ho scoperto la stretta relazione tra il
nascondimento di Dio nell’eucaristia e il suo nascondimento nel popolo di Dio. Mi ricordo
che una volta madre Teresa mi disse che non si può vedere Dio nei poveri, se non lo si
vede nell’eucaristia. Quelle parole mi sembrarono allora un po’ esagerate; ma ora che ho
passato un anno intero con gli handicappati comincio a capirne meglio il significato. Non è
realmente possibile vedere Dio negli esseri umani, se non lo si vede nella realtà nascosta
del pane che scende dal cielo. Fra gli esseri umani puoi vedere tipi di ogni specie: angeli e
demoni, santi e bruti, anime caritatevoli e malevoli maniaci del potere. Tuttavia, è solo
quando hai imparato per esperienza personale quanto Gesù si curi di te e quanto egli
desideri essere il tuo cibo quotidiano, è solo allora che impari anche a vedere ogni cuore
come dimora di Gesù. Quando il tuo cuore è toccato dalla presenza di Gesù nell’eucaristia,
ricevi occhi nuovi, capaci di conoscere la stessa presenza nel cuore degli altri. I cuori si
parlano fra loro. Il Gesù che è nel nostro cuore parla al Gesù che è nel cuore dei nostri
fratelli e delle sorelle. È questo il mistero eucaristico di cui noi facciamo parte. Noi
vogliamo vedere dei risultati e se possibile – vogliamo vederli subito. Ma Dio opera in
segreto e con pazienza divina. Partecipando all’eucaristia riuscirai un po’ alla volta a
comprendere questa verità. E allora il tuo cuore potrà cominciare ad aprirsi al Dio che
soffre in chi ti sta intorno.
(H.J.M. NOUWEN, Lettere a un giovane sulla vita spirituale, Brescia, Queriniana, 7
2008,
78).
Parola ed eucaristia
L’eucaristia, con tutta la realtà sacramentale che da essa promana, è memoria della
Pasqua di Gesù, non nel senso psicologico del ricordo, sulla misura e secondo le leggi della
memoria umana, bensì nella luce della potenza dell’amore divino manifestato nella
Pasqua. In Gesù morto e risorto Dio proclama e attua la sua amorosa volontà di vicinanza
all’uomo, di presenza nella storia, di perdono del peccato, di vittoria sulla morte, di inizio
di una vita nuova. L’eucaristia è la concreta modalità storica con cui l’amore onnipotente
di Dio, culminante nella Pasqua di Gesù, raggiunge il suo intento di rendersi realmente
presente e operante in ogni momento della storia umana.
L’eucaristia è presenza viva e reale di Gesù, del suo mistero, del suo sacrificio, della sua
Pasqua. Tutta la vicenda di Gesù, dall’incarnazione del Figlio preesistente alla dolorosa
umiliazione del Crocifisso, alla glorificazione del Cristo risuscitato e datore dello Spirito, si
ripropone a noi nell’eucaristia, in forza dell’interiore efficacia del sacrificio pasquale.
(Carlo Maria MARTINI, Incontro al Signore risorto, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI),
2009, 142-143).
1
SS. Corpo e Sangue di Cristo  Anno B
Diventare segni di Cristo amore
Lo Spirito di Cristo che ha parlato per mezzo dei profeti, e che nel Cristo morto e
risorto ha ridato al mondo la speranza dell’amore, è presente e operante nella Chiesa, che
non cessa di ripresentare all’uomo d’oggi l’istanza suprema della verità e della carità [ … ].
La Chiesa, infatti, ha la missione, umile e ardente, povera e fiduciosa insieme, di
riconciliare con l’amore la società e di restituire l’unità al mondo.
Noi Chiesa, come comunione d’amore, come luogo della perfetta amicizia, siamo
chiamati, partendo dalla nostra povertà, fragilità, dal nostro peccato, a essere principio da
cui procede la vita autentica del singolo; siamo chiamati come Chiesa – perché Gesù ci ama

  • a essere il noi del mondo riconciliato che ha come legge suprema, e in un certo senso
    unica, la carità, cioè l’amore gratuito e autentico.
    Questa Chiesa, di cui siamo grati di essere membra e servitori, ci presenta Gesù,
    esempio e fonte di carità perfetta principalmente nell’eucaristia. È Gesù nell’atto di dare la
    vita per te che ti viene proposto nel mistero della Cena.
    O Gesù, Cristo amore,
    manifesta la tua presenza in mezzo a noi!
    Fa’ che ci accostiamo alla tua cena
    non come Giuda, che pensa ai suoi trenta denari:
    ma come Pietro che ti dice: Signore, purificami interamente!
    Lavami piedi, testa e tutte le membra,
    purifica ogni mio amore sbagliato,
    rendimi capace di amore vero.
    Fammi, o Signore, segno di unità
    nella tua Chiesa;
    fammi strumento della tua pace nel mondo!
    (Carlo Maria MARTINI, Incontro al Signore risorto, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI),
    2009, 156-157).
    Il mistero del corpo e del sangue
    Concluse le antiche feste della Pasqua che si celebravano per ricordare l’antica
    liberazione dalla schiavitù d’Egitto del popolo di Dio, Cristo è passato alla nuova Pasqua e
    ha voluto che la chiesa la celebrasse in memoria della sua redenzione. Al posto della carne
    e del sangue dell’agnello sostituì il mistero del suo corpo e del suo sangue. […] Egli stesso
    spezza il pane che porge ai discepoli per dimostrare che il suo corpo sarà in futuro
    spezzato non contro la sua volontà, ma, come dice altrove, egli ha il potere di offrire la sua
    vita da se stesso e di riprenderla di nuovo (cfr. Gv 10,18). E prima di spezzare il pane, lo
    benedice con la grazia sicura del sacramento perché insieme con il Padre e lo Spirito santo
    ricolma di grazia divina la natura umana che ha assunto per sottostare alla passione.
    Benedisse dunque il pane e lo spezzò perché volle sottomettersi alla morte in modo da
    dimostrare che in lui era veramente la potenza della divina immortalità e insegnare così
    che il suo corpo ben presto sarebbe risorto dalla morte. «E preso un calice, rese grazie, lo
    1
    SS. Corpo e Sangue di Cristo  Anno B
    diede loro e tutti ne bevvero» (Mc 14,23). Nell’imminenza della passione rese grazie dopo
    aver preso il pane. […] E lui che non meritò affatto di soffrire, umilmente nella sofferenza
    benedisse per mostrare come deve comportarsi chiunque non soffre per propria colpa.
    Infatti, nel momento stesso in cui per compiere ogni giustizia si addossa il peso della
    nostra colpa, rende ugualmente grazie al Padre proprio per mostrare in che modo
    dobbiamo sottometterci alla correzione. «E disse loro: Questo è il mio sangue della nuova
    alleanza, versato per molti» (Mc 14,24). Poiché il pane rinvigorisce il corpo, mentre il vino
    agisce sul sangue, misticamente il primo si riferisce al corpo di Cristo e il secondo al suo
    sangue. Ma poiché è necessario che noi restiamo in Cristo e Cristo in noi, il vino del
    Signore si mischia nei calici con l’acqua, dato che Giovanni testimonia: «Le acque sono i
    popoli» (Ap 17,15). A nessuno è consentito di fare offerta di sola acqua o solo vino, come
    neppure di grano che non sia stato impastato con l’acqua per fame pane. E questo perché
    non si pensi che il corpo debba essere separato dalle membra, o che Cristo abbia
    sopportato la passione non per amore della nostra redenzione, o che noi possiamo essere
    salvati e offerti al Padre senza la passione di Cristo.
    (BEDA IL VENERABILE, Commento al vangelo di Marco 4, COL 120, pp. 611-612).
    La singolarità dell’eucaristia
    «Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro» (Gv 21, 18). Questa comunione
    di mensa tra Gesù e i suoi, anche se non è un’eucaristia propriamente detta, riprende il
    vocabolario eucaristico del Nuovo Testamento e ci invita a riflettere sulla cena e
    sull’eucaristia.
    L’eucaristia, così come è accolta nella fede della Chiesa, presenta un aspetto
    sorprendente, che sconvolge l’intelligenza e commuove il cuore. Siamo di fronte a uno di
    quei gesti abissali dell’amore di Dio, davanti ai quali l’unico atteggiamento possibile
    all’uomo è una resa adorante piena di sconfinata gratitudine.
    L’eucaristia non è solo la modalità voluta da Gesù per rendere perennemente presente
    l’efficacia salvifica della Pasqua.
    In essa non è presente soltanto la volontà di Gesù che istituisce un gesto di salvezza; in
    essa è presente semplicemente (ma quali misteri in questa semplicità!) Gesù stesso.
    Nell’eucaristia Gesù dona a noi se stesso. Solo lui può lasciare in dono a noi se stesso,
    perché solo lui è una cosa sola con l’amore infinito di Dio, che può fare ogni cosa.
    Certo, occorre badare anche agli strumenti umani, di cui Gesù si serve. Poiché la
    Pasqua rivela e insieme celebra l’amore di Dio che attrae l’uomo a sé, troviamo plausibile
    che Gesù nell’ultima cena abbia valorizzato la tensione alla comunione con Dio espressa
    nel gesto del mangiare insieme e soprattutto abbia fatto riferimento al valore
    commemorativo dell’alleanza, che era proprio della liturgia pasquale veterotestamentaria.
    È quindi normale e doveroso che la Chiesa, nel configurare concretamente la liturgia
    eucaristica, abbia assunto nel passato e debba assumere e aggiornare continuamente le
    espressioni celebrative provenienti dalla nativa spiritualità umana e dalla liturgia
    veterotestamentaria.
    Ma tutto questo è percorso e oltrepassato da una novità assoluta: è tale la forza di
    camminare manifestata e attuata nel sacrificio della croce, che essa rende presente
    1
    SS. Corpo e Sangue di Cristo  Anno B
    nell’eucaristia il Cristo stesso nell’atto di donarsi al Padre e agli uomini per restare sempre
    con loro.
    Gesù, che già in molti modi attrae a sé la Chiesa con la forza del suo Spirito e della sua
    Parola, suscita nella Chiesa la volontà di obbedire al suo comando: «Fate questo in
    memoria di me» (Lc 22,19).
    E quando la Chiesa, nell’umiltà e nella semplicità della sua fede, obbedisce a questo
    comando, Gesù, con la potenza del suo Spirito e della sua Parola, porta l’attrazione della
    Chiesa a sé al livello di una comunione così intensa, da diventare vera e reale presenza di
    lui stesso alla Chiesa: il pane e il vino diventano realmente, per quella misteriosa
    trasformazione che è chiamata transustanziazione, il corpo dato e il sangue versato sulla
    croce; nei segni conviviali del mangiare, bere, festeggiare si attua la reale comunione dei
    credenti col Signore; le funzioni sacerdotali si svolgono non per designazione o delega
    umana, ma per una reale assunzione dei ministri umani nel sacerdozio di Cristo, secondo
    le modalità stabilite da Cristo stesso.
    L’eucaristia si presenta così come la maniera sacramentale con cui il sacrificio pasquale
    di Gesù si rende perennemente presente nella storia, dischiudendo a ogni uomo l’accesso
    alla viva e reale presenza del Signore.
    Si tratta di prodigi che fioriscono su quel prodigio di inesauribile amore, che è il
    mistero pasquale. D’altra parte si potrebbe dire che si tratta della cosa più semplice: Dio,
    nell’eucaristia di Gesù, prende sul serio la propria volontà di alleanza, cioè la decisione di
    stare realmente con gli uomini, di accoglierli come figli, di attrarli nell’intimità della sua
    vita.
    (Carlo Maria MARTINI, Incontro al Signore risorto, vol. II: Dalla croce alla gloria, Cinisello
    Balsamo, San Paolo, 2007, 91-94).
    Non di solo pane vive l’uomo
    Che cosa voleva dire Gesù affermando che l’uomo non vivrà di solo pane? Perché usa
    questa espressione al futuro invece che al presente? Il Maestro ci vuole far comprendere
    che la vita vera, quella che attende l’uomo, non la puoi conseguire con i beni materiali. Essi
    tutt’ al più permettono alla carne e al sangue di sopravvivere nel frammento di tempo
    presente, ma senza le prospettive che si aprono sull’ eternità. Se vuoi vivere in pienezza,
    oltre i limiti dello spazio e la corrosione del tempo, devi nutrirti di un altro pane, il pane
    della vita, che viene dal cielo e non dalla terra: «Se uno mangia di questo pane vivrà in
    eterno» (Gv 6,51). Caro amico, la realtà del nostro tempo è sotto i tuoi occhi. Guardati
    intorno ed esamina la tua situazione esistenziale. Quante sono le persone che hanno fame
    del pane vivo che dà la vita eterna? Quanti sono quelli che sentono il bisogno di cercare
    Gesù e di scoprirlo nella loro vita? I beni materiali sono divenuti una droga, di cui hanno
    continuamente bisogno, ma che li irretiscono nella tela che il ragno infernale tende
    instancabilmente. Non attendere che la clessidra del tempo si sia svuotata del tutto per
    renderti conto dell’inganno mortale.
    (Padre Livio FANZAGA, Fa’ posto a Dio, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2009, 9).
    1
    SS. Corpo e Sangue di Cristo  Anno B
    Nel tuo tabernacolo
    Signore Gesù,
    c’è grande silenzio nel tuo tabernacolo.
    Dov’è la tua luce? Chi sente la tua voce?
    Chi ode i tuoi passi?
    Nel tuo tabernacolo, o Signore,
    tutto è immobile, tutto è silenzio, tutto è mistero.
    Eppure, ogni giorno la tua parola invita alla lode.
    Eppure, ogni giorno, tu imbandisci una mensa
    per coloro che ti amano.
    Davanti al tuo santo altare
    quanti hanno ritrovato la fede,
    quanti hanno riacquistato la grazia,
    quanti si sono votati alla tua causa!
    Tu solo conosci l’intima storia di innumerevoli anime
    che qui, dinanzi a te,
    hanno espresso la loro gioia,
    hanno versato calde lacrime,
    hanno ritrovato fiducia e speranza.
    Nel tuo tabernacolo, o Signore, c’è pienezza di vita.
    Tu parli, o Signore.
    Tu ascolti, o Signore,
    Tu ami, o Signore.
    Preghiera
    Signore Gesù,
    con gioia ci prostriamo in adorazione presso il tuo santo altare.
    Con te, o Gesù,
    tutto è merito di vita eterna,
    tutto è luce che rischiara la vita,
    tutto aiuta a proseguire il cammino,
    tutto è dolcezza… anche il dolore!
    Tu sei fonte copiosa di purissima gioia.
    Gioia che cominciamo a gustare qui,
    nella valle del pianto,
    e che sarà piena quando ci svelerai la tua gloria:
    al gaudio della fede subentrerà quello della visione.
    Signore Gesù,
    tu, pane vivo disceso dal cielo, ci basti.
    Non abbiamo bisogno di altri.
    Tu sei la nostra vita.
    1
    SS. Corpo e Sangue di Cristo  Anno B
    Tu sei la nostra gioia.
    Tu sei il nostro tutto.
    Ci affidiamo a te:
    nostro conforto,
    nostro gaudio,
    nostra pace.
    (Paolo VI).
  • Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:
  • Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.

– La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

  • Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006- .
  • J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.
  • J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret. II: Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2011.
  • J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, L’infanzia di Gesù, Milano/Città del Vaticano, Rizzoli/Libreria Editrice
    Vaticana, 2012.
  • E. BIANCHI et al., Eucaristia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche. Anno B, Milano, Vita e Pensiero,
    2008.
  • COMUNITÀ DI S. EGIDIO, La Parola e la storia, Milano, Vita e Pensiero, 2011.
  • J.M. NOUWEN, Un ricordo che guida, in ID., Mostrami il cammino. Meditazioni per il tempo di Quaresima, Brescia, Queriniana, 2003.