II Domenica di Pasqua (Anno C) (24/04/2022)

Vangelo: Gv 20,19-31

Io sono il primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi”

Al cuore dell’annuncio del libro di Apocalisse sta una presenza, è il Risorto al centro dell’annuncio pasquale quale comunicazione di speranza e di vita. Il libro dell’Apocalisse testimonia una rivelazione: è proposta a cogliere il disegno di Dio nella storia a partire dalla chiave di lettura di tutta la storia: al centro sta Gesù Cristo presentato come colui che si è rialzato, il risorto. E’ lui il primo e l’ultimo, che non è stato tenuto prigioniero della condizione della morte ma è uscito dalla morte, ed ha ora potere su ogni potenza di morte e di male. E’ un potere per modo di dire perché è la critica ad ogni potere: è la debolezza dell’amore quella che si è rivelata sulla croce.

Questa parola di Cristo: ‘io sono il vivente’, una delle prime forme dell’annuncio pasquale con utilizzo della metafora della vita, apre una prospettiva di speranza per tutta la storia che va verso l’ultimo e in lui troverà compimento. Se lui, il crocifisso, l’umiliato del Golgota è il vivente, l’esito della storia e il futuro dell’umanità non stanno nella morte ma nella vita e in una vita che sconfigge tutte le forze che si oppongono, di morte e di male. E’ un messaggio carico di speranza per il nostro impegno nell’oggi a ricercare tutto ciò che prepara questo incontro con lui primo e ultimo.   

Nel vangelo compare una parola sul rapporto tra vedere e credere. Gesù aveva detto ‘ se non vedete segni e prodigi, voi proprio non credete’ (Gv 4,48) e Tommaso vive l’attitudine di chi dice ‘Se non vedo e non metto la mia mano… non crederò’.

Il racconto del venire di Gesù e del suo stare in mezzo dopo la sua morte è un lento e progressivo percorso del credere. In Tommaso è riassunto il cammino di ogni discepolo che vive la fatica di aprirsi ad un nuovo modo di incontrare Gesù. Non è facile il percorso della fede: questa passa per momenti di crisi e domande. E’ percorso di singoli e che coinvolge le comnità.  Nella comunità – ci dice questa pagina – c’è posto per chi vive il faticoso passaggio dal credere perché alla ricerca di segni, al credere ‘senza avere visto’.  

Contemporaneamente al credere c’è anche una insistenza sul vedere: ‘ i discepoli gioirono al vedere il Signore’ (v.20). Gli dissero allora gli altri discepoli ‘abbiamo visto il Signore’ (v.25) ma egli disse loro ‘ se non vedo…’. Il cammino di Tommaso è presentato come problematico proprio riguardo al ‘vedere’ Gesù. D’altra parte il vedere è rapportato al credere: ‘se non vedo… non crederò’. Le parole stesse del risorto sono tutte concentrate su questo rapporto tra il vedere e il credere: ‘guarda le mie mani…e non essere più incredulo ma credente’, fino all’espressione della beatitudine: ‘perché hai veduto hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno’ (v.28).

Tommaso stesso si apre alla resa del credere di fronte a Gesù che gli pone davanti i segni della passione, le mani, il costato. Il percorso del credere ha bisogno di essere accompagnato da Gesù stesso che conduce a superare l’attesa di segni: non si sottrae a dare a vedere dei segni. Questi sono i segni della sofferenza, le ferite del crocifisso. E’ il crocifisso che è risorto, il medesimo … e i segni da rintracciare che a lui rinviano – nei quali fissare la propria sete di vedere – sono i segni della sofferenza di tutti i crocifissi della storia. Il quarto vangelo suggerisce non solo come Tommaso si apra ad un riconoscimento di fede – ‘Mio Signore e mio Dio’ – , ma anche come la beatitudine del credere senza vedere costituisca la felicità (beati significa felici) possibile per chi ora potrà incontrare Cristo risorto ‘vedendo’ in modo nuovo, in un ‘vedere’ che vada oltre i segni, nell’accogliere la testimonianza. Al termine di questo brano l’evangelista dice perché il vangelo stesso è stato scritto: ‘molti altri segni fece Gesù… ma non sono stati scritti: Questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché credendo, abbiate la vita nel suo nome’. Il vangelo è tutto riferito ad un percorso del credere che conduca a comprendere e accogliere la vita. Ed è anche questa comunicazione di vita a chi incontriamo, il dono e responsabilità che deriva dall’accogliere il vangelo.

Negli Atti degli apostoli Luca sintetizzano in brevi tratti le caratteristiche principali della vita della comunità cristiana dopo la Pasqua. La comunità (chiesa) è convocata dalla parola del Signore: importanza particolare è data allo stare insieme, e un senso di ammirazione e gioia pervade tale esperienza. ‘portavano gli ammalati nelle piazze… tutti venivano guariti’. Coloro che solitamente erano nascosti allo sguardo sono posti al centro: dalla vita della comunità sgorga una forza capace di aprire futuro e speranza, la guarigione per chi è malato. La sofferenza non è l’ultima parola della vita umana. Una forza nuova di salvezza spinge la comunità a farsi carico delle sofferenze, ad incontrare le persone vulnerabili e sofferenti che erano tenute in disparte e che ora vengono portate fuori: ora sono poste al centro e Luca vede nella guarigione i segni della salvezza proveniente da Cristo e dalla sua morte. E le folle accorrono da diverse direzioni e malati e sofferenti stanno al centro.

Alessandro Cortesi op

Fonte:https://alessandrocortesi2012.wordpress.com/