IV Domenica di Pasqua (Anno C) (08/05/2022)

Vangelo: Gv 10,27-30

In varie occasioni Gesù si è proclamato il Buon Pastore. A noi oggi questo titolo non fa particolare effetto: ci sembra del tutto appropriato, pensando alla sua infinita bontà. Invece doveva suonare quanto meno sorprendente agli orecchi dei suoi ascoltatori, abituati, sulla scorta dei profeti e dei salmi, a considerare Dio come pastore del suo popolo: dichiarandosi il pastore, automaticamente Gesù si proclamava Dio. Risulta chiaro anche dal brano evangelico odierno (Giovanni 10,27-30) in cui dichiara: “Io e il Padre siamo una cosa sola”.


Con le parole seguenti, poi, egli spiega che significa essere pastore: “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e nessuno le strapperà dalla mia mano”. Parole illuminanti: quelle “pecore” di cui Gesù è il pastore non sono una massa incosciente che si muove per istinto, ma persone consapevoli e libere, che decidono di prestare ascolto e dare fiducia a quella voce, tanto da seguirla; in cambio egli assicura che nessuno potrà costringerle a una scelta diversa ed esse perciò, mantenendosi al suo seguito, potranno conseguire la vita eterna.


 Di quella vita parla la seconda lettura (Apocalisse 7): davanti a Gesù, l’Agnello innocente sacrificato ma vivo (cioè morto e risorto), sta “una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi”.


Questa è la meta, cui il Buon Pastore guida chi gli presta ascolto. Senza dimenticare che il Buon Pastore è e resta sempre lui, anche se egli ha dato incarico ad altri uomini di svolgere qui in terra questo compito: “Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle”, ha detto a Pietro e tramite lui ai suoi successori e collaboratori. Egli ha chiamato e continua a chiamare uomini a svolgere questo compito, ed è importante che i chiamati non restino sordi alla sua voce; per questo, come ogni anno la quarta domenica di Pasqua, detta del Buon Pastore, è anche la giornata di preghiera per le vocazioni sacerdotali.


L’invito che la Chiesa rivolge oggi ai fedeli, di pregare perché ci siano nuovi preti, a qualcuno potrà apparire inopportuno, dopo le recenti vicende che hanno così dolorosamente investito la Chiesa stessa proprio a proposito dei preti traditori della loro missione. Ma l’invito resta, e anzi si fa più pressante: questo, come altri eventuali scandali, richiede che tutto il popolo di Dio si impegni a salvaguardare la Chiesa come Dio la vuole, e in proposito la preghiera è un’arma potente, disponibile a tutti. Si prega perché i colpevoli si ravvedano e le loro vittime vedano risanate le loro ferite, guardando a colui che resta il Buon Pastore e non ai suoi indegni rappresentanti.

Che poi i preti possano sbagliare, non è una novità; la storia della Chiesa è cominciata con gli apostoli, e nel momento supremo di dodici che erano uno solo ha seguito Gesù sino ai piedi della croce; uno l’aveva tradito, uno l’aveva rinnegato, e gli altri se l’erano data a gambe. Eppure il Signore ha rinnovato loro la fiducia; a loro, proprio a questi pusillanimi, ha affidato la sua Chiesa. Anche i continuatori della loro missione sono uomini, e come tali, per definizione, peccatori. Tuttavia, da un lato è giusto ricordare pure i tanti che hanno vissuto e vivono il dono ricevuto con dignità, coraggio, abnegazione, seminando un bene immenso: basti accennare ai preti santi, ai missionari, a quanti altri si prodigano per i sofferenti nel corpo e nello spirito. E dall’altro lato non bisogna dimenticare chi sta dietro e sopra di loro; essi sono soltanto strumenti nelle mani dell’unico, vero Buon Pastore; a lui soltanto va il ringraziamento per il bene ricevuto attraverso i suoi ministri fedeli. Si crede non nei preti, ma in Gesù Cristo.

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