Ascensione del Signore (Anno C)  (29/05/2022)

Vangelo: Lc 24,46-53

La prima lettura ci mostra in modo chiaro la grande pazienza di Gesù nei confronti dei suoi discepoli. Avevano trascorso tre anni con lui, durante i quali il Maestro aveva ripetuto innumerevoli volte di non essere un capo politico, un rivoluzionario, il fondatore di un partito. Aveva ribadito in continuazione che il suo regno non è di questo mondo. Quando la gente venne per farlo re, lui scappò. Non era venuto per liberare Israele dalla dominazione dei Romani e, tanto meno, per combattere battaglie militari o politiche.

Eppure, nonostante questo, abbiamo ascoltato, all’inizio degli Atti degli Apostoli, una cosa che lascia sconcertati: “Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?”.

Non si tratta di una domanda da poco. È una cosa molto grave.

Nonostante il lungo tempo trascorso insieme, nonostante le lunghe “catechesi” ascoltate, le missioni vissute in sua compagnia, le condivisioni continue, la mentalità non è cambiata. Questi uomini che seguono Gesù sono ancora fermi nel loro modo di pensare e non hanno ancora accolto il punto centrale del suo messaggio: Egli non è venuto per ricostruire un regno politico, ma per insegnarci una nuova Via, basata sull’amore e sul vivere da figli di Dio.

C’è da notare che non si tratta di persone che sono state guidate da un “catechista” qualsiasi, ma sono individui che sono stati catechizzati dal Figlio di Dio in persona.

Questo ci dice una cosa sulla quale dobbiamo riflettere: è possibile “usare” Gesù per i propri scopi. Seguirlo annuendo e dicendo che siamo d’accordo con lui, che accettiamo la sua proposta e vogliamo mettere in pratica il suo Vangelo. Ma nel profondo, nel cuore della persona, le motivazioni iniziali non cambiano, si spera “fino all’ultimo” di approfittare di lui per realizzare il nostro punto di vista. “Fino all’estremo”.

Il momento del distacco è importante perché fa emergere le vere motivazioni della sequela, quelle così intime da essere perfino inconsce, quelle che non avremmo il coraggio di nominare perché sono talmente profonde che non riusciamo a vederle con chiarezza. Ma il distacco rende tutto, improvvisamente, più chiaro.

I suoi discepoli volevano ristabilire il regno di Israele, volevano cacciare i Romani e riorganizzare la propria autonomia. Volevano l’indipendenza politica e la dignità del proprio popolo. Per fare questo, hanno utilizzato Gesù.

Se pensiamo bene, lo stesso Giuda Iscariota ha tradito Gesù per questo. Ha fatto di tutto per portarlo al proprio modo di pensare. Non lo ha tradito per mancanza di amore. Gli voleva molto bene. Ma quando ha visto che Gesù avrebbe tirato dritto per la sua strada e non avrebbe fatto ciò che lui voleva, allora ha deciso di tagliare totalmente il rapporto e di “farlo fuori”.

La pazienza di Gesù si nota nella sua risposta. É sempre pronto a ricominciare da capo, come un maestro che ripete per l’ennesima volta la lezione a un bambino che non vuole impararla. Nelle sue parole non c’è alcun segno di nervosismo o delusione: sa fin dall’inizio cosa c’è nel cuore di ciascuno.

Per rinforzare le motivazioni non pure, promette l’aiuto dello Spirito Santo, che non realizzerà una specie di lavaggio del cervello nei discepoli, ma, rispettandone il modo di pensare, li trasformerà in evangelizzatori e testimoni. È questo il miracolo della Pentecoste,

La bimillenaria tradizione della chiesa ha fatto fiorire nella liturgia degli elementi preziosi.

Nel rito delle esequie, troviamo queste parole: “Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta, ma trasformata, e mentre si disfa questo corpo, nostra dimora sulla terra, tu ci prepari una abitazione eterna nei cieli”.

Dolore e gioia si mescolano: alla sofferenza del distacco dalla persona amata, si unisce la speranza di un bene maggiore. La speranza non cancella il dolore. Le due cose sussistono, una accanto all’altra. Ma la seconda illumina la notte della prima.

Quando arriva la morte, il cristiano sa che la vita non finisce. Semplicemente si trasforma. Si conclude la vita su questa terra, ma inizia la vita nel cielo. La persona continua a vivere, ma in una nuova dimensione. Continuerà ad esserci vicina e in comunione con noi, anche se noi non potremo più vederla con gli occhi corporei. Non si allontana da noi ma, paradossalmente, è più vicina di prima. Tutto questo, però, in una nuova dimensione.

Con l’Ascensione Cristo è entrato “nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore” ci dice la lettera agli Ebrei. Cioè: sarà più vicino di prima, ma in modo differente. Non ci sarà più una vicinanza fisica, tangibile, bensì una spirituale, efficace, salvifica.

Ora “abbiamo un sacerdote grande nella casa di Dio”.

La preghiera eucaristica di oggi aggiunge: “non si è separato dalla nostra condizione umana, ma ci ha preceduti nella dimora eterna, per darci la serena fiducia che dove è Lui, capo e primogenito, saremo anche noi, sue membra, uniti nella stessa gloria”. 

La lettera agli Ebrei aggiunge: “Ora abbiamo piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne”.

Gesù è salito al cielo per aprirci la strada: noi lo seguiremo e staremo assieme a lui, nella gloria.

L’orazione iniziale della Messa del’Ascensione dice chiaramente questa fede: “Nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria”.

Un ultimo appunto: l’ascensione di Gesù segna l’inizio della missione della Chiesa, l’inizio del cambiamento del mondo. Quanto è cambiato il mondo là dove è arrivata la Parola di Gesù e dove lui è stato adorato nella sua divinità! Quante sofferenze sono state alleviate là dove sono arrivati i discepoli obbedienti al Signore! Quante iniziative di amore e di pace si sono sviluppate là dove Gesù, nascosto nei cieli, è stato annunciato, benedetto e amato!

“Alzate le mani, Gesù li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo”.

Questa benedizione di Gesù si effonde sull’umanità intera. Le sue braccia sono ancora alzate per benedire e intercedere. Anche oggi.

Le parole conclusive della Messa odierna sono: “Suscita in noi, Signore, il desiderio della patria eterna, dove hai innalzato l’uomo accanto a te nella gloria”.

Chiediamo al Signore che la Chiesa possa sempre svolgere, anche nelle situazioni più difficili e ostili, la sua missione di annuncio della patria eterna e di proclamazione della dignità della persona umana.

Fonte:https://www.omelie.org/