Don Marco Ceccarelli Commento XX Domenica del Tempo Ordinario

XX Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (14/08/2022)

Vangelo: Lc 12,49-53

  • Testi di riferimento: Sal 81,12; Mi 7,6; Mal 3,2-3.19; Mt 3,10-12; Mc 10,8-39; Lc 1,48; 2,34-35;
    3,16; 5,10.12-13; 11,17.23; 13,34; 18,31; 22,15.18; Gv 3,19-20; 7,43; 8,11; 9,16; 14,27; 15,18-19;
    At 14,4; 1Cor 3,13-15; 2Cor 5,16; Eb 10,32-34; 1Pt 1,6-7; 4,12-13
  1. Nel brano odierno di Vangelo appaiono alcune affermazioni di Gesù, relative alla sua persona, aventi una tonalità fortemente drammatica – quasi un pugno nello stomaco – e di non facile decifrazione. L’assenza di un contesto in cui questo discorso è pronunciato rende più difficile capirne il motivo e l’interpretazione. Vediamo allora singolarmente tali affermazioni.
  2. “Come vorrei … come sono angosciato …” (vv.49-50): il desiderio veemente di Gesù.
  • La forma così intensa, così totalizzante, con cui Gesù esprime queste frasi ci rivela che qui abbiamo a che fare non con due desideri fra tanti possibili, ma piuttosto con tutto ciò – e nient’altro di ciò che Gesù vuole realizzare con la sua esistenza fra gli uomini. Non c’è altro desiderio, interesse, scopo per Cristo se non quello di gettare un fuoco sulla terra e di compiere il battesimo che gli spetta. In definitiva non si tratta che dell’unico desiderio di compiere la volontà del Padre, che consiste nel dare la vita agli uomini, nel salvarli dalla morte. Quello che vuole Gesù è la stessa cosa che vuole il Padre. Anche Dio ha voluto che il suo popolo camminasse nella vita in comunione con Lui, obbedendo ai suoi comandi. Ma molto spesso questo non si è realizzato. Non, ovviamente, per una Sua incapacità, ma per la durezza di cuore di Israele che ha rifiutato di accogliere la salvezza. Così Gesù in Lc 13,34 pronuncia delle frasi che sembrano un’eco di tante espressioni divine presenti nell’Antico Testamento: «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati; quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli … ma voi non avete voluto». Dio voleva; Israele no. Nella prima lettura, per esempio, si descrive il rifiuto, concretizzatosi nella persecuzione contro il profeta, dell’ennesima ed estrema possibilità di salvezza che Dio stava offrendo a Gerusalemme attraverso il profeta stesso. Geremia aveva promesso che se avessero obbedito alla parola di Dio di arrendersi ai babilonesi avrebbero avuto salva la vita e la città risparmiata. Perché Dio, nonostante tutto, nonostante la nostra durezza di cuore, vuole salvarci, vuole che viviamo. Gesù porta in sé nient’altro che la stessa volontà salvifica del Padre.
  • Tale volontà si compie attraverso il “battesimo” della sua morte in croce. Egli ha questo intenso anelito affinché si realizzi ciò che la sua morte in croce significa, vale a dire il compimento della sua missione messianica di portare la salvezza agli uomini, così come è annunciato dalle Scritture (Lc 18,31; 22,37). Gesù desidera intensamente che arrivi la salvezza agli uomini, e questa salvezza passa per la sua passione: «Ho desiderato fortemente di mangiare questa pasqua con voi prima di patire» (Lc 22,15). Grazie al battesimo della sua passione gli apostoli potranno essere battezzati in Spirito Santo e fuoco (Lc 3,16; At 1,5), e propagare tale fuoco sulla terra.
  • Ciò che Gesù desidera non può non essere oggetto di desiderio anche da parte dei suoi discepoli. San Paolo si lamenta che «tutti cercano i propri interessi e non quelli di Cristo» (Fil 2,21); perché anche nella Chiesa possiamo (involontariamente?) cercare i nostri interessi, camuffandoli magari per quelli di Cristo. Ma per un cristiano non ci può essere altro interesse che quello di Cristo, quello di salvare gli uomini. Un cristiano – in quanto cristiano – non ha una volontà “privata”, non è alla ricerca di interessi personali, seppure buoni e lodevoli. È mosso invece dagli “stessi sentimenti che furono di Cristo Gesù” (Fil 2,5).
  1. Il fuoco, la pace e la divisione (v. 51).
  • Prima ancora di chiederci quale sia il loro significato, occorre prendere seriamente le parole di Gesù «Sono venuto a portare la pace sulla terra? No, ma la divisione». Per quanto ci piaccia – e possa piacere ai nostri eventuali ascoltatori – riempirci la bocca delle parole di misericordia che appaiono nei Vangeli e in tutta la Scrittura, sta di fatto che sia negli uni che nell’altra appaiono, spesso, anche parole molto dure. E forse non è del tutto corretto trascurare tanti testi evangelici soltanto perché ci urtano, perché ci rimangono indigesti, o semplicemente perché non contribuiscono a rafforzare la nostra idea di cristianesimo. Lo stesso vale per queste espressioni di Gesù riguardo la divisione che lui porta, addirittura in ambito familiare. È un aspetto questo che non calza molto con certe nostre idee buoniste; ma nemmeno con quell’immagine che la Scrittura stessa ci dà riguardo all’era messianica, quell’era di shalom annunciata dai profeti (Is 11,6-9). L’affermazione di Gesù è scandalosa perché la divisione è il contrario dello shalom che il Messia deve portare (cfr. Lc 2,14).
  • Si può notare comunque che il v. 51 può essere facilmente letto in parallelo al v. 49. Vale a dire: Gesù è venuto a portare sulla terra sia il fuoco che la divisione. Probabilmente si vuole indicare la stessa cosa. Il fuoco nell’Antico Testamento era un mezzo usato da Dio per realizzare il suo giudizio (Gl 3,3; Mal 3,2-3.19). Anche il contesto del nostro brano sembra quello del giudizio divino; un giudizio che provoca sempre, inevitabilmente, una divisione (Mt 13,47-50; 25,32). Anche in Mt 3,10-12, in un discorso chiaramente relativo al giudizio di Dio, si usa la stessa metafora del fuoco abbinandola anche con il battesimo in Spirito Santo che Cristo è venuto a portare. C’è un giudizio divino (e anche questo è uno dei punti che non gradiamo tanto) che si realizza già, prima ancora della fine dei tempi, nella presenza di Cristo. L’accoglienza o la non accoglienza di lui attua questo giudizio.
  1. “Da ora in poi” (v. 52).
  • L’espressione apo tou nun è tipica di Lc e indica sempre (vedi testi di riferimento) il momento, il nun, della manifestazione di Dio che cambia radicalmente l’esistenza di una persona e il corso della sua vita. È il momento che segna la rottura con il passato e l’inizio di qualcosa di completamente nuovo (At 18,6; 2Cor 5,16). Il fattore determinante che opera la svolta è la presenza di Cristo; con lui inizia una nuova era (Lc 22,18.69). Non c’è incontro con Cristo che non determini un “da ora in poi”, una svolta radicale, una definitiva rottura con il passato, un punto di non ritorno (Gv 8,11). È l’incontro con la salvezza e la vita che Gesù è venuto a portare sulla terra. Per questo Cristo diventa, “da ora in poi”, il punto di riferimento fondamentale per la propria esistenza. Ma paradossalmente questi beni sommi che egli ci ha portato finiscono per diventare fonte di divisione fra coloro per cui Gesù è il riferimento unico e coloro che invece hanno altre realtà di riferimento. Chi non ha incontrato Cristo non può capire perché si può vivere totalmente per lui. Non può capire che lui riempie totalmente la vita di una persona tanto da farle percepire tutto il resto come insignificante.
  • La venuta del regno di Dio sulla terra provoca uno scombussolamento della realtà umana, del regno dominato dal principe di questo mondo. La venuta del regno è causa di turbamento (Mt 2,3; At 19,23). Questa venuta pone gli uomini davanti ad un giudizio, davanti ad una scelta: se accogliere questo regno, cioè se riconoscere in esso la vita, la felicità, o rimanere attaccati alle proprie idee di felicità, alle proprie ricchezze. Il cristiano ha capito che la felicità non si realizza in questo mondo perché il regno di Dio non è di questo mondo (Gv 18,36). Per questo è disposto a relativizzare tutte le realtà di questo mondo, anche quelle più buone, pur di conseguire il regno. A tal fine è disposto a lasciarsi privare di tutto e a lottare fino al sangue (seconda lettura).
  • Cristo è un segno contraddittorio, di risurrezione per alcuni e di caduta per altri (Lc 2,34). Egli crea divisione perché è venuto a dividere il regno del demonio (cfr. Lc 11,17-20). Per chi si sente schiavo di questo regno, per chi soffre in esso, è arrivato il liberatore e la “risurrezione”; per chi ama il regno del demonio, per chi si trova bene in esso, la venuta di Cristo è causa di “caduta”. Il cristiano non appartiene più a questo mondo, al regno del demonio; poiché ha accolto Cristo “d’ora in poi” egli appartiene al suo regno.

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/


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