Paolo Ricciardi “Gesù attraversava la Samaria e la Galilea e entrò in un villaggio”

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)  (09/10/2022) Vangelo: Lc 17,11-19 

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea e entrò in un villaggio.

In pieno cammino sinodale, l’invito della Chiesa italiana è quello di “aprire alcuni cantieri”, di cui il primo è quello “della strada e del villaggio”. Imitiamo Gesù che non sta fermo e, lungo la strada, entra nei villaggi, si accosta alle persone di ogni tipo. Anche noi, come Chiesa, non possiamo “passare oltre” e non aver paura di entrare in quei villaggi inesplorati, dove c’è gente che si sente ai margini anche della comunità e con cui siamo in debito di ascolto.

I lebbrosi sono immagine dei più lontani, quelli che, per vari motivi vogliamo tenere isolati. Ora che stiamo pian piano uscendo dal “distanziamento sociale”, non ci accorgiamo che ci sono persone che vivono un distanziamento anche “ecclesiale”. È ciò che del resto è emerso anche dal primo anno di cammino sinodale.

Il lebbroso a quei tempi era un impuro anche a livello culturale. La malattia, associata al peccato, era segno di esclusione dalla religione. Ed è così che i lebbrosi si stringono tra loro e gridano al Signore. Lo chiamano “Gesù”, come solo farà il cieco di Gerico e il ladrone. C’è una confidenza che vuole vicinanza, certi che “Dio salva”.

La guarigione non avviene all’istante ma prevede un cammino. I dieci si aggrappano con quel che resta della vita alla parola di Gesù e si mettono in cammino.

Vedendosi guariti, però, uno solo sente il bisogno di ritornare da Gesù per dirgli quanto sia grande la sua riconoscenza. La riflessione è questa: ci sono persone – e se fossimo anche noi tra questi? – che non sanno mai dire grazie.

Attenzione, anche se a tutti fa piacere essere ringraziati, il “Grazie” non accresce chi lo riceve, tanto meno Dio, ma serve a chi lo dice. Perché “dire grazie” ci ricorda la nostra condizione di gente bisognosa di aiuto, di creature che si elevano al creatore, di figli che riconoscono di avere un padre. Chi di noi non si è sentito ripetere più volte da papà e mamma, dopo aver ricevuto un regalo o un favore da qualcuno: “Come si dice?” e noi, magari sottovoce, consapevoli di essere in ritardo e di aver pensato più al dono che al donatore abbiamo risposto. “Grazie!”

Verrebbe voglia allora di dire a qualcuno: “Tira fuori una buona volta dal tuo cuore un grazie che sia come un’esplosione di gioia, un grazie caldo, generoso, affettuoso che crei un legame di amicizia e celebri la bellezza di tutto ciò che è bello”.

Ma questo rimprovero dovremmo riservarlo a noi stessi dal momento che ci capita di passare intere giornate senza che ci salga dal cuore un “grazie” a Dio.

Eppure il racconto di Luca non si limita ad offrire una lezione elementare di educazione… C’è un particolare che lo rende più ricco e significativo: protagonista della gratitudine è uno straniero, addirittura un samaritano, qualcuno che per il giudeo era un essere spiritualmente appestato.

Un samaritano lebbroso era doppiamente appestato: non solo spiritualmente ma anche fisicamente… ma in quel gruppo di lebbrosi c’era posto anche per lui. Fino a quando si trovano a condividere la stessa condizione di dolore, tra quei dieci non c’è traccia delle vecchie divisioni.

Mentre prima il samaritano era l’eretico, il traditore, il deviazionista irrecuperabile, ora è uno che è alla pari degli altri, può gridare: “Gesù maestro, abbi pietà di noi!”. Si potrebbe parlare di un ecumenismo fondato sulla sofferenza.

Il pensiero va a quello che si è verificato nei periodi di prova della storia, come quello della pandemia. Quando si è colpiti dalle stessa sorte non è possibile non sentirsi tutti solidali e fratelli. Il dolore ci rende fratelli, ma quando si ritrova la salute si ripropongono le divisioni di un tempo.

Ora avviene il vero miracolo, che converte la sua esclusione in elezione, per cui diventa lui il personaggio esemplare, non solo nel fatto di aver saputo dire “grazie”, ma nell’averlo detto prima ancora di ottenere dai sacerdoti il certificato che avrebbe attestano la guarigione e quindi la possibilità di essere reintegrato nella società.

Prima del tempio di pietra dove celebrare l’avvenuta guarigione, era importante inginocchiarsi davanti a Gesù, perché in lui si era manifestata la salvezza di Dio. Prima della legge, del tempio, dei sacerdoti, delle regole anche per noi cristiani, c’è la persona di Gesù. Perché Gesù non è solo colui che guarisce, ma colui che salva.

L’esempio del samaritano si traduce per noi in un invito a scoprire tante persone che sono colpite da qualche nota negativa che le rende escluse ai nostri occhi, coloro che per motivi religiosi o morali vivono sotto un giudizio che li esclude dal nostro mondo e li condanna. Eppure, prima di condannare, ci potrebbero essere tante cose da apprezzare.

Perché non apprezzare chi, per esempio, è capace ancora di dire “grazie” in un mondo che sembra aver prosciugato le fonti della gratitudine? Perché non apprezzare chi è insofferente di ogni formalismo e privilegia i movimenti che nascono da una libertà interiore, là dove la vera legge che conta è quella dell’amore? Sono tanti i samaritani attorno a noi che meritano non solo rispetto, ma una profonda ammirazione.

Dal punto di vista religioso potrebbero essere passibili di tanti divieti perché non vivono “situazioni regolari” ma a volte si tratta di persone che, per aver incontrato il Signore in qualche momento importante della vita, hanno capito che soltanto lui ci può liberare da ogni lebbra e ci fa rivivere come creature nuove. Può succedere allora che, camminando sulle strade che portano agli appuntamenti più diversi, sentano il bisogno di fare un mezzo giro, come ha fatto il samaritano, per ritornare da quel Gesù la cui immagine è rimasta impressa in modo incancellabile in loro.

Anche in questo momento della storia, tra pandemia e guerra – in cui molti “lontani” si sono ritrovati credenti e molti “credenti” si sono ritrovati lontani – è sempre uno su dieci che torna a “fare eucaristia”. Ma spesso è ancora un Samaritano, più convinto, più assetato, più desideroso di “fare comunione”. Egli, toccato dall’amore di Gesù e della Chiesa, ci aiuterà a metterci in cerca degli altri nove guariti perché scoprano, facendo eucaristia, che ha molto più valore essere salvati.

E starà a noi, membri della comunità cristiana che vivono il cammino sinodale, accogliere tutti per offrire al mondo il Signore, la sua Parola, la sua Grazia.

Per dire con loro segretamente e quasi timidamente “grazie”, ma con una sincerità e un’emozione che forse tanti che frequentano le nostre chiese non hanno mai provato.

Fonte:https://www.omelie.org/


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