Monastero Marango “Una zattera per naufraghi”

XXX Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)  (23/10/2022)

Vangelo: Sir 35,15-17.20-22; Sal 33; 2Tm 4,6-8.16-18; Lc 18,9-14

COMMENTO

Gesù racconta una parabola «per alcuni (ma siamo tutti coinvolti) che avevano l’intima presunzione (letteralmente: «avevano maturato la fiducia di se stessi»; sottinteso: «e non di Dio») di essere giusti e disprezzavano gli altri». L’accento della denuncia, da parte del nostro Signore, sta nel tenere insieme i due elementi. È falsa una religione che, affermando presuntuosamente la propria giustizia, inevitabilmente finisce con il «nientificare» (letteralmente) chi non la pratica, o non può praticarla. La religione cristiana è inderogabilmente la religione dell’inclusione, non dell’esclusione.
Non si possono dire cristiane le società che affermano le loro pretese radici di fede e le oppongono ad altre società che le avrebbero negate. Il cristianesimo è tutto l’opposto del piantare bandierine di appartenenza (puramente strumentale) per potere escludere altri. La nostra Costituzione italiana è radicalmente cristiana, senza mai nominare le “radici”. Perché si ispira alla visione cristiana della società, che mette al centro l’uomo e la sua dignità da rispettare e promuovere, e non il denaro e il potere. Così vi si afferma la logica “cristiana” della cura particolare per l’uomo povero, emarginato, negato, straniero.
 
«Due uomini salivano al tempio a pregare» non c’è pregiudizio né prevenzione: Dio accoglie tutti, a semplice titolo della propria umanità; è l’uomo, invece, che distingue, separa e giudica. E per far questo si serve della religione.
«Il fariseo pregava così tra sé». Il testo letterale è molto più forte ed esplicito: «Pregava stando rivolto verso se stesso». Ha fatto se stesso dio. Infatti, lo pseudo-ringraziamento rivolto a Dio non è altro che un lungo elenco di prestazioni religiose, che vanno ben oltre le prescrizioni stesse della Legge. Quest’uomo non ringrazia per quello che Dio fa per lui, ma per quello che lui fa in favore di Dio. La fede è umiliata a contabilità di azioni meritorie gettate in faccia a Dio e agli altri. È la perversione della religione, che invece deve essere costituita da quei gesti che esprimono la relazione con il Signore sotto il segno dello Spirito e della gratuità dell’amore.
Anche oggi serpeggiano forme così deviate tra i cosiddetti “buoni cristiani”. È necessaria una radicale purificazione delle immagini di Dio (e dell’uomo religioso) a partire dal Cristo crocifisso.
 
«Io non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano». Sembra fede, invece è paganesimo, ateismo allo stato puro. Perché Gesù ci ha continuamente insegnato che solo il rispetto dell’altro può esprimere la mia fede. L’orgoglio è il vero peccato dell’uomo (cfr. Sal 19,14), perché gli fa credere di bastare a se stesso, «ha fiducia di se stesso», e non di Dio.
Oggi viviamo in un mondo nel quale il disprezzo, l’insulto, l’offesa dell’altro sono continui. Si ha bisogno di negare e abbassare l’altro per celebrare se stessi. Forse anche per insicurezza, ma non vorrei che questo finisse con diventare una “buona ragione” per permettere tale disumanità. Questa “mondanità” è entrata anche nella Chiesa, perché non si ascolta il Vangelo, e men che meno un testo così esplicito come il brano di questa domenica. Si vuole distinguere fra cristiani di destra e di sinistra, ma esiste un unico Vangelo: quello che dice che se dai del peccatore a qualcuno non te ne tornerai a casa affatto «giustificato», ma condannato.
 
«Il pubblicano invece»: bellissima la congiunzione oppositiva posta qui. Sta a rivelare un altro mondo: quello di chi sa di essere peccatore, e perciò non ha occhi e rifiuto nei confronti degli altri. Davvero mi basta il mio peccato, invece di andare a giudicare e condannare gli altri. Non so se arrivo ad eccedere il sentimento del pubblicano parafrasando così il suo stare davanti a Dio: «Ti ringrazio che sono come gli altri uomini, ladri…». Non ringrazia certo per i suoi peccati, ma perché, riconoscendoli, così si impara a non bastare a se stesso, e si aggrappa a Dio.
Giuseppe Dossetti diceva che la Chiesa è come una zattera per naufraghi: ci si sta solo a titolo del proprio naufragio. E, standoci dentro, se si considera davvero il proprio naufragio, non si ha alcuna ragione per rifiutare ad alcuno la zattera, quando questi si presenti lui pure a titolo del proprio naufragio.
 
«O Dio, abbi pietà di me peccatore». Sono le uniche e laconiche parole del pubblicano. Il verbo greco usato (ilàszeti) non è esattamente quello classico, eleìson: suggerisce, così, – più che la compassione – la fine di una condanna e il ristabilimento di una relazione: «Sii riconciliato con me». In verità, questo era proprio lo scopo del sacrificio mattutino che si offriva al tempio. Forse il pubblicano “offre” a Dio il suo essere peccatore, perché, nella sua materna bontà, vinca il suo peccato e lo faccia sentire amato, proprio perché bisognoso, nella sua lontananza da Dio e da se stesso.
 
Dunque, il fariseo offre a se stesso le sue prestazioni religiose, mentre il pubblicano offre a Dio il suo peccato, sperando la sua misericordia. Per questo Gesù rovescia le parti: il perfetto e super uomo religioso se ne torna a casa non gradito a Dio. Le sue opere saranno pesate come peccati, perché se n’è servito per condannare gli altri. Mentre il pubblicano se ne torna «giustificato»: il Signore si apre alla relazione con lui, e lo fa sedere a mensa con sé, meraviglia di comunione d’amore, per chi ha conosciuto solo peccati, ma non ha chiamato gli altri: «peccatori».
 
Alberto Vianello
 
 
Bella una Chiesa fatta di tanti piccoli gruppi di credenti – cercatori che si raccontano come va la vita e cosa vi aggiunge il Vangelo. I cristiani in niente si differenziano dal resto degli uomini se non perché confrontano il pensiero della vita col racconto che Gesù ne fa, alla fine convinti che non c’è rivelazione che il futuro possa aggiungere. Il tempo ci è dato per viverci la passione, l’abbandono e la fiducia. Dice san Paolo: “…Io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”.
Siamo nel mondo, siamo mondo anche noi e non è semplice fare la differenza, conservare la fiducia nella prova e rimettersi a Dio, quando è forte il sospetto che Egli non ci sia o se c’è si occupi d’altro. Tutta la liturgia svolge il tema perenne dei perdenti e dei poveri che alla fine guardano in alto. Noi siamo moderni, ma cosa cambia? Non siamo provati? Abbiamo soluzioni intermedie, ma al dunque “solo in Dio riposa l’anima”, recita il Salmo 61, e il primo proclama “beato l’uomo che confida nel Signore”.
Siamo pur sempre ‘mondo’. Gesù avverte: “State attenti al lievito dei farisei, di Erode, dei sadducei”. Del vivere in superficie, del far coincidere la correttezza con l’abito, la conoscenza con le parole acconce, il valore con il potere. Certe maniere formali prevedono l’uso delle scuse. “Mi scusi, posso?”, “Scusate, disturbo?”. Che bello, segno di civiltà che avanza. Magari! In situazioni più critiche si scappa. “Io non ho colpa, è stato lui…”. Succede che ci si sbagli, dov’è la colpa? Quale ferita ci spinge a negare la responsabilità? “Io non c’entro”. Tale ferita è un problema di igiene della mente o dell’anima? E se si è costretti dall’evidenza ad ammettere un torto fatto, lì per lì ci aggiungiamo una sfilza di giustificazioni. Siamo mossi dall’urgenza di saperci al coperto, incolpevoli. L’imperativo è non perdere la faccia. Si chiama improntitudine, faccia tosta. Un giudizio sociale di immagine incombe sopra e dentro di noi, che è pura ideologia. Sempre stato, certo. In più oggi c’è il mercato che impone il modello dell’efficienza, giacca e cravatta. Il fariseo lava l’esterno, allunga i filatteri, si mette in vista nelle piazze, è ligio ai precetti, paga tutte le decime, contende ai maestri la conoscenza, riconosce che la sua condizione di vincente gli viene da Dio e lo ringrazia. È religioso e questo fa la differenza con i farisei di oggi che, nonostante ipocrisie, inadempienze sostanziali, attribuiscono solo a sé, alla propria abilità di saperci fare l’immagine di successo che si sono costruiti, l’andare a fronte alta, facce di bronzo in una società di uomini, ominicchi e quaquaraquà, per dirla con Sciascia. Il solo pensiero di sentirsi a posto è farisaico. Il guaio non è sbagliare ma perdere la faccia. Allora? Negare tutto. Bisogna farsi santi per dire: “Sono stato io” e non è vero.
Non ne siamo fuori, altrimenti non ci riguarderebbe l’avvertimento: “Guardatevi dal lievito dei farisei”.
A conti fatti ci sentiamo meglio rappresentati dal pubblicano, la cui autocoscienza sentiamo più autentica e vera: attira benedizione.
Proprio lui che ruba il denaro ai concittadini, ne tiene gran parte per sé e il resto ai Romani, non sa come acquistare uno sguardo di misericordia su di sé, ancor meno può attenderselo da Dio, neanche osa alzare gli occhi né si figura di camminare al passo con lui come si fa tra amici, è lontano… ma non ha altri a cui dire il peso che porta! “Potessimo esser accolti con il cuore contrito e lo spirito umiliato…”. Così in Daniele 3. Questo basta, quello che i non credenti non immaginano di fare, che i credenti faticano a fare.
Qual è la differenza con il fariseo? Questi ha una coscienza leggera, ma ne fa motivo di vanto, si compiace d’essere messo meglio di ‘quell’altro’. Che ha gravi responsabilità e le riconosce per intero, non gioca alle belle statuine, non va in cerca di attenuanti, di riscritture psicologiche. Nemmeno risolve la questione in sé, non chiude. E la differenza la fa la misericordia di Dio.
Il pubblicano ci permette di riconoscere quanto Dio ci manca, quanto ce lo facciamo mancare! Pare proprio che solo una sincera autocoscienza e un definitivo abbandono siano capaci di incontrare un’infinita misericordia.
 
Valerio Febei e Rita

Fonte:https://www.monasteromarango.it/


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