P. Gaetano Piccolo S.J. Commento XXXII Domenica del Tempo Ordinario – Anno C

XXXII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)  (06/11/2022)

Vangelo: Lc 20,27-38

«Quando dico: Ho il potere di dare la vita,

sono il tuo aiuto.

Quando dico: L’anima mia è triste fino alla morte,

sono il tuo specchio».

Sant’Agostino, Discorso 375/B, 3

La meditazione sulla morte

Una lunga tradizione spirituale ha considerato la meditazione sulla morte come una fonte di ispirazione per orientare la propria vita. Sant’Ignazio di Loyola per esempio contempla, tra i modi per fare una scelta, anche quello di immaginarsi in punto di morte: guardando la vita da quella prospettiva quale decisione avrei voluto prendere? Devo considerare, come se fossi in punto di morte, il criterio e la misura che allora vorrei aver tenuto nella presente elezione; e così regolandomi, prenderò fermamente la mia decisione. [EE 186] Questo insegnamento spirituale ha la sua radice nella Scrittura, in modo particolare in quell’espressione del Salmo 89 in cui l’orante chiede al Signore di «insegnarci a contare i nostri giorni e arriveremo alla sapienza del cuore» (Sal 89,12).

Una fine che rivela

Chi ha vissuto l’esperienza di accompagnare persone negli ultimi momenti della vita sa bene che si muore come si è vissuto. Perciò il nostro modo di guardare alla fine della vita rivela il modo in cui stiamo vivendo, ma dice molto anche della nostra immagine di Dio. Alcuni vedono la morte come la conclusione drammatica dell’esistenza, altri riconoscono in essa un passaggio necessario per continuare a vivere nell’eternità, quell’eternità che per il cristiano è iniziata nel giorno del battesimo. Cosa c’è dietro questi modi diversi di intendere la morte? Sono probabilmente espressioni di come percepiamo la vita: alcuni la considerano un possesso da difendere gelosamente, altri come un tempo che siamo condannati a vivere, altri forse come un dono per cui ringraziare e da restituire.

Impegnati a possedere

Il Vangelo di questa domenica mette in evidenza attraverso la figura dei Sadducei un modo molto comune di intendere la morte e ne svela le motivazioni. I Sadducei sono innanzitutto ebrei che non credono a molte cose: non credono agli angeli, non credono agli spiriti, accettano solo i primi cinque libri della Bibbia, e soprattutto non credono nella risurrezione dai morti! Sono decisamente pragmatici e hanno ridotto all’essenziale le cose in cui credere: non c’è tempo per queste cose! I Sadducei sono infatti impegnati a far prosperare il loro latifondo: sono, per intenderci, grandi proprietari terrieri e una delle loro paure riguarda proprio il rischio che il patrimonio vada disperso. Sono fortemente aggrappati ai loro beni e hanno paura di perderli. Forse per questo motivo ironizzano, come si vede dal racconto che sottopongono a Gesù, un istituto, quello del levirato, estremamente importante per un ebreo. La legge del levirato imponeva infatti al fratello di un uomo, defunto senza lasciare figli, di prendere in sposa la moglie del fratello per dare una discendenza al fratello morto. Non si tratta di un capriccio, ma di un modo per permettere al defunto di vedere l’avvento del Messia attraverso gli occhi della sua discendenza. Questa pratica ovviamente non è ben vista dai Sadducei perché implica l’eventuale ripartizione del latifondo tra gli eredi, minacciando in tal modo il valore della proprietà.

Oggetti da possedere

Raccontando la storia di questa donna rimasta vedova e dell’incapacità di generare, di coloro che la prendono in moglie, i Sadducei stanno parlando, senza accorgersene, di se stessi. Quegli uomini infatti prendono questa donna in moglie, la considerano come uno dei tanti oggetti della loro proprietà. Hanno una visione utilitaristica della vita. E, quando guardi la realtà da questo punto di vista, anche le persone diventano oggetti da usare. I Sadducei somigliano a quelle persone che vedono solo il proprio interesse e sono pronte a sacrificare anche la dignità delle persone pur di garantire il proprio successo e la propria soddisfazione.

L’illusione del possesso

Tutti gli uomini di questo racconto muoiono senza dare vita, sono incapaci di generare. E i Sadducei sono proprio così: sono talmente attaccati alle loro cose che la loro vita diventa sterile, sono incapaci di donare. Quando infatti siamo attaccati alle nostre cose, agli affetti, ai ruoli, alla nostra immagine, alla salute…non ci rendiamo più conto che in realtà non possediamo proprio nulla e che in fondo ci stiamo solo illudendo di poter gestire quello che abbiamo. Proprio la morte infatti ci dimostra che nulla è nostro e che ci può essere tolto da un momento all’altro!

L’immagine di Dio

I Sadducei, come forse anche noi, non si sono resi conto che quello che c’è nella loro vita, anche la loro proprietà, è un dono che può essere perso in qualunque momento. E se tutto è un dono, tutto rimanda a colui che è la fonte del dono. Ecco perché il modo in cui guardiamo alla morte svela anche quale immagine di Dio abbiamo. Tutto appartiene a Dio, noi stessi apparteniamo a lui. Ma tutto quello che è in Dio è vita perché in Dio non c’è la morte. Il nostro destino si gioca allora sul riconoscimento di questa appartenenza: se siamo di Dio, se siamo in lui, se apparteniamo a lui, non ci può essere morte nella nostra vita. Non ci può essere morte vuol dire che non trovano spazio in noi tutti quegli atteggiamenti di morte che sono l’invidia, la critica, il giudizio, la violenza, l’odio etc… La meditazione sulla morte ci porta allora a riconsiderare il nostro rapporto con le cose e a prendere consapevolezza di quale sia il nostro rapporto con Dio.

Leggersi dentro

– Se oggi fosse l’ultimo giorno della tua vita, come valuteresti le decisioni significative che hai preso?

– Quale immagine di Dio emerge dal tuo modo di guardare la morte?

P. Gaetano Piccolo S.I.

Compagnia di Gesù (Societas Iesu)

Fonte:http://www.clerus.va/


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