Figlie della Chiesa Lectio XII Domenica del Tempo Ordinario

A monk holding two small birds perched on his hands in an old stone courtyard

Domenica 21 Giugno (DOMENICA – Verde)
XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Ger 20,10-13   Sal 68   Rm 5,12-15   Mt 10,26-33

di Figlie della Chiesa🏠home

Nella meditazione possiamo partire dalla orazione Colletta, che così ci fa pregare:

O Dio, che affidi alla nostra debolezza l’annuncio profetico della tua parola, liberaci da ogni paura, perché non ci vergogniamo mai della nostra fede, ma confessiamo con franchezza il tuo nome davanti agli uomini”.

Questa preghiera mi aiuta a cogliere la grande fiducia che il Signore ripone in ciascuno di noi. Nonostante la nostra fragilità e i nostri limiti, Egli si affida a noi perché possiamo annunciare la sua Parola e testimoniare il suo amore. Spesso ci sentiamo piccoli davanti all’immensità di questo amore, eppure il Maestro continua a fidarsi di noi e a inviarci nel mondo, perché il suo amore raggiunga ogni uomo.

Nel Vangelo di questa XII domenica il Signore ci incoraggia con forza: per ben tre volte ci invita a non temere. Non dobbiamo avere paura delle parole o dei giudizi degli uomini, perché la verità, alla fine, viene sempre alla luce. E la verità non è un’idea astratta, ma è il Signore stesso, come Egli stesso ci insegna, dicendo: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6).

Proviamo allora a contestualizzare il brano evangelico. Ci troviamo al capitolo 10 del Vangelo di Matteo, all’interno del grande discorso di invio rivolto agli apostoli dopo la loro chiamata. Gesù parla con chiarezza, non nasconde loro le difficoltà che dovranno affrontare. Poco prima, infatti, aveva detto: “Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più quelli della sua famiglia” …

Questo significa che, se il Maestro è stato calunniato e osteggiato, lo stesso accadrà anche ai discepoli. Essi devono essere consapevoli che non riceveranno un trattamento migliore di quello riservato al loro Signore, ma proprio in questo cammino sono chiamati a rimanere saldi, senza lasciarsi vincere dalla paura.

Giovanni Crisostomo, a tal proposito, così scrive nel commento al vangelo di Matteo: “Cristo non toglie le prove, ma dona qualcosa di più grande: il coraggio di affrontarle. Non promette ai discepoli di essere risparmiati dalle persecuzioni, ma li rende più forti della paura, mostrando che nulla può accadere senza il permesso di Dio”.

È proprio in questo contesto che emerge con forza l’invito alla parresía. I discepoli di Gesù, e con loro tutti i credenti lungo la storia, sono chiamati a vivere questa libertà e questo coraggio della parola. È quella franchezza evangelica che non trattiene nulla, che non teme di annunciare tutta la verità del Vangelo, anche quando questo comporta un prezzo alto da pagare. Non è una strada facile: può significare incontrare opposizione, incomprensione, emarginazione, fino anche alla persecuzione. Del resto, i profeti sono stati spesso martiri della Parola, testimoni che hanno pagato con la vita la fedeltà alla verità. Cipriano di Cartagine così si esprime a tal proposito, senza mezzi termini: “Non può dire di credere in Cristo chi ha paura di confessarlo. La fede si prova nella prova”.

Ma che cos’è davvero la parresía? È una parola liberata dalla paura, una parola che nasce da un legame profondo e vitale con la verità. Non è semplicemente parlare: è lasciarsi abitare dalla verità stessa, fino al punto che essa diventa forza, sostegno e nutrimento della propria vita. È una parola che coinvolge l’esistenza, che espone, che mette in gioco. È il coraggio di dire ciò che è vero anche quando questo può scombinare, provocare, persino ferire. Non per durezza, ma per fedeltà. La parresía, infatti, sceglie la via esigente della libertà: preferisce la verità all’accomodamento, la sincerità all’adulazione, il rischio alla sicurezza. È una parola che non cerca il consenso a tutti i costi, ma rimane salda nel rigore del Vangelo, anche quando questo significa andare controcorrente.

A questo punto, però, il Signore non si limita ad annunciare le difficoltà: dona anche una parola che sostiene e che consola. Il suo invito è chiaro e si ripete con forza: “Non abbiate paura”.

Non è un’esortazione superficiale, perché nasce da una certezza profonda: noi siamo preziosi agli occhi di Dio. Gesù lo esprime con immagini semplici ma potentissime: i passeri, che pure hanno così poco valore agli occhi degli uomini, non cadono a terra senza che il Padre lo sappia. E poi aggiunge qualcosa di ancora più sorprendente: “Voi valete più di molti passeri… perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati”.

Queste parole ci rivelano uno sguardo di amore personale e concreto: Dio si prende cura di ciascuno di noi, conosce la nostra vita, le nostre fatiche, le nostre paure. Nulla di ciò che viviamo gli è indifferente.

Allora la paura può lasciare spazio alla fiducia. Non perché le difficoltà scompaiano, ma perché sappiamo di non essere soli. Il discepolo è chiamato a vivere nel mondo con coraggio, non confidando nelle proprie forze, ma nell’amore fedele di Dio. Dietrich Bonhoeffer, “commentando le parole di Gesù “Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure, nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro (lett. “senza il Padre vostro”)” (Mt 10,29), ha scritto: “Certamente, non tutto quello che accade è semplicemente ‘volontà di Dio’. Ma alla fine comunque nulla accade ‘senza che Dio lo voglia’ (Mt 10,29); attraverso ogni evento cioè, quale che sia eventualmente il suo carattere non-divino, passa una strada che porta a Dio”. E il monaco Luciano Manicardi, facendo riferimento alle parole di Bonhoeffer, così dice: “Questa fiducia nella presenza di Dio anche nel non-divino, nell’enigmatico, nelle ostilità e nelle persecuzioni, nelle sofferenze sopportate per il vangelo, dice la sua paternità fedele nei nostri confronti e sconfigge la paura. Aiuta a non scoraggiarsi nelle inevitabili tribolazioni. E anche per questa via ci viene mostrata la dimensione di coraggio insita nella fede. La fede rende coraggiosi”.

Il Vangelo, infine, ci pone davanti a una scelta: riconoscere Gesù davanti agli uomini oppure nasconderlo per paura. “Chi mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio”.

È un invito forte a una fede autentica, che non rimane nascosta e si traduce in vita, in parole, in testimonianza. Non si tratta di gesti straordinari, ma di scelte quotidiane: nel modo di vivere, di parlare, di amare.

Forse proprio qui possiamo fermarci a chiederci: in quali situazioni faccio fatica a testimoniare la mia fede? Dove mi lascio bloccare dalla paura o dal giudizio degli altri?

Chiediamo al Signore la grazia di una fede libera e coraggiosa, capace di fidarsi di Lui anche nelle difficoltà, e di annunciare con semplicità e verità il suo amore nel mondo.

Origene ci ricorda: “Confessare Cristo davanti agli uomini non è solo parlare, ma vivere in modo tale che tutta la vita diventi testimonianza”.


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