Don Marco Ceccarelli Commento Ss. Trinità “A”

Ss. Trinità “A” – 7 Giugno 2020
I lettura: Es 34,4-6.8-9
II lettura: 2Cor 13,11-13
Vangelo: Gv 3,16-18

  • Testi di riferimento: Gen 1,26-28; Es 3,13-15; 32,11-14; Ger 10,16; Mt 28,19; Mc 1,9-11; 16,16;
    28,19; Lc 19,10; Gv 1,18; 3,36; 6,40; 12,47-48; 16,12-15; 17,3.21-24; Rm 5,5.8-10; 8,32.34; 2Cor
    5,19-21; Gal 2,20; 4,4; Ef 2,4-7; 4,4-6; 2Ts 2,16; 1Tm 1,15-16; Eb 1,1-3; 2,3; 12,25; 1Pt 1,2; 2Pt
    1,4; 1Gv 3,1.16; 4,8-10.19; 5,10.12
  1. Il mistero della Trinità.
  • Se la rivelazione centrale dell’Antico Testamento consiste nell’unicità di Dio, quella del Nuovo
    Testamento risiede nel fatto che quell’unico Dio è in tre Persone. L’evento Cristo e la venuta dello
    Spirito Santo hanno condotto gli apostoli alla conoscenza di questa verità per loro impossibile da
    raggiungere prima. Gesù aveva detto loro che non erano in grado di comprendere tutto, ma che la
    venuta dello Spirito li avrebbe guidato alla verità intera (Gv 16,12-13). E, giustamente, mai avrebbero potuto, loro che erano ebrei, cresciuti nella fede di un stretto monoteismo, comprendere come
    in Dio ci sia un Padre, un Figlio e uno Spirito Santo, senza una reale e profonda illuminazione dall’alto.
  • Conoscere con precisione – per quanto sia possibile a degli essere umani – la realtà di Dio non è
    un esercizio accademico, intellettuale, ma un presupposto indispensabile per la vita degli uomini.
    Gesù ha detto che la vita eterna sta nella conoscenza di Dio e di colui che Egli ha inviato (Gv 17,3).
    “Conoscere” nel linguaggio biblico non ha tanto una connotazione intellettuale, quanto esperienziale. Si conosce ciò di cui si è fatta una esperienza profonda. Si conosce Dio per l’esperienza che si è
    fatto di Lui nella propria esistenza. Ma siccome Dio è l’invisibile per antonomasia, tale esperienza
    ci è stata trasmessa dal Dio incarnato, Gesù Cristo. Soltanto colui che Egli ha inviato può rivelarci
    esattamente chi sia Dio. Per questo chi lo rifiuta si condanna da solo (vedi Vangelo odierno) a rimanere nelle tenebre; perché soltanto alla luce di ciò che Dio è possiamo penetrare il mistero di quello
    che noi siamo, e regolarci di conseguenza.
  1. L’uomo immagine di Dio Trinità.
  • San Paolo, parlando ad Atene, pone gli intellettuali dell’epoca davanti ad una svolta copernicana:
    «Essendo (noi) stirpe di Dio, non dobbiamo ritenere che la divinità sia simile a oro o argento o pietra, impronta dell’arte e immaginazione dell’uomo» (At 17,29). L’uomo religioso e il filosofo hanno
    cercato di comprendere Dio partendo da quello che conoscevano, cioè da se stessi e dalle realtà
    create. La divinità così concepita è un riflesso, una “proiezione” di quello che l’uomo capisce di sé
    e del creato. In un certo senso è un dio ad immagine dell’uomo. La concezione del divino che si riscontra in un popolo e nella sua cultura ne rivela la propria concezione antropologica. Paolo però
    dice che questo modo di ragionare non è corretto, perché Dio non “procede” dall’uomo, ma è
    l’uomo a provenire da Dio (At 17,28); e quindi occorre conoscere Lui per conoscere chi siamo noi.
    Il problema è che prima ciò non era possibile. Ma ora Dio si è rivelato, si è fatto conoscere in Cristo. Ora possiamo conoscere il “Dio ignoto” e, grazie alla conoscenza di Lui, giungere ad una retta
    comprensione di chi siamo noi e quale sia il senso profondo della nostra esistenza.
  • Lo Spirito di verità, facendoci conoscere Dio, ci permette di conoscere chi è l’uomo – immagine
    di Dio – chi siamo noi, qual è la nostra vocazione e la nostra realizzazione. L’affermazione per cui
    Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza (Gen 1,26-28) risulta senza significato, rimane
    incomprensibile, se Dio è inconoscibile. Ma Dio si è fatto conoscere in Cristo e nello Spirito Santo.
    Facendoci conoscere che Dio è una comunione d’amore, lo Spirito ci svela in cosa consiste la felicità a cui siamo chiamati. Se l’uomo smette di guardare a questo Dio svelato, se l’uomo continua a
    pretendere di volere arrivare alla verità su se stesso e sulla realtà senza la luce del Dio noto, rimane
    nelle tenebre e vive miseramente. La filosofia greca esistente al tempo di Gesù era pervenuta alla verità che occorre “vivere secondo natura”. Il cristianesimo ha permesso di fare un salto in avanti:
    possiamo vivere secondo l’Autore di tale natura, il Dio in tre Persone, perché tale Dio si è fatto conoscere. La creatura può vivere secondo il Creatore. Rivelando se stesso, Dio rivela chi è l’uomo e
    quindi in cosa consista l’agire umano. Come afferma il Concilio, «Cristo, che è il nuovo Adamo,
    proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo a se stesso e
    gli manifesta la sua altissima vocazione» (Gaudium et Spes 22). Dalla conoscenza di Dio deriva la
    conoscenza di quello che l’uomo deve fare o evitare, perché solo il Dio che lo ha creato può fargli
    comprendere ciò che gli fa bene o male.
  • Dio non ci ha messo a disposizione soltanto la possibilità di conoscerlo, ma anche la capacità di
    poter vivere secondo tale conoscenza. L’amore di Dio viene versato nel cuore del credente per mezzo dello Spirito Santo (Rm 5,5). Tale amore non consiste in un sentimento e nemmeno semplicemente in un atteggiamento caritativo verso gli altri. L’amore in Dio è la sua “essenza”, perché Dio è
    amore (1Gv 4,8). Con lo Spirito Santo l’uomo riceve la natura divina (2Pt 1,4), diventa realmente
    figlio di Dio (Gv 3,1). E questo nuovo “essere” lo spinge a vivere in maniera consequenziale. Per
    questo «chi non ama non ha conosciuto Dio» (1Gv 4,8), perché non è possibile avere ricevuto lo
    Spirito che ci ha fatto conoscere il Dio Trinità e che ha lo ha versato in noi e poi non amare. E
    l’amore dei figli di Dio si manifesta nella stessa forma in cui si è manifestato quello del Padre che
    ha donato il suo Figlio (1Gv 4,9).
  1. Anche un cristiano praticante può avere una conoscenza di Dio falsata, frutto di una proiezione
    personale. Questo lo si evince dal comportamento, possiamo dire dall’etica, che non di rado si constata nei frequentatori di chiese. Il popolo di Israele nel deserto, mentre Jahvè si svelava a Mosè,
    produceva un jahvè a sua immagine (Es 32,1-6). Non era un altro dio; era, secondo loro, lo stesso
    Jahvè che li aveva liberati dall’Egitto (v. 4), ma compreso secondo le loro categorie. Così è anche
    per non pochi cristiani che hanno un rapporto con un Dio che non è quello che si è rivelato. Ad Efeso Paolo incontra dei cristiani che non avevano nemmeno sentito parlare dello Spirito Santo (At
    19,2). Non si può comprendere Dio secondo le nostre categorie, altrimenti quello non è più Dio, ma
    un idolo. La tentazione dell’idolatria nasconde il desiderio di produrre un’etica a proprio piacimento: un dio a mia immagine mi dirà anche cose a mia immagine. Nel momento in cui Dio rivela se
    stesso, l’uomo non può più farsi immagini di Dio, perché deve soltanto accogliere la verità su Dio
    così come Egli ce la mostra. Dobbiamo accettare lo svelamento di Dio nella nostra vita. Dobbiamo
    accettare che Dio è più grande di noi ed è Lui a farsi conoscere come Egli è veramente. Non si può
    conoscere veramente Dio se non così come Lui si fa conoscere ed è. La verità non è un prodotto
    dell’uomo. L’uomo può conoscere, accogliere e possibilmente amare la verità, ma non fabbricarla.
    P.S.
    Poiché Dio si è fatto conoscibile, dovremmo prendere gusto nella contemplazione della Trinità. Il
    termine “contemplazione” non sembra molto familiare all’uomo contemporaneo, forse perché a tale
    uomo – cioè a noi – questo termine ha un suono di inutile passività. Eppure continuamente viviamo
    nella contemplazione di realtà che davvero non lasciano alcun beneficio, se non invece addirittura
    un danno, al nostro essere. Ma il nostro Dio è la vera bellezza, è l’estrema bellezza, è il fascinans
    (oltre che tremendum). Il nostro Dio è bellissimo. Guardarlo, contemplarlo, nella sua Trinità, nella
    sua Gloria, estasiati dalla sua bellezza, come fa un infante che in braccio alla madre ne contempla
    sorridendo il volto immerso in una pace infinita (Sal 131,2), è una beatitudine che solo pochi mortali hanno capito, benché disponibile a tutti.
  2. Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/

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