Don Marco Ceccarelli Commento XIV Domenica Tempo Ordinario “A

XIV Domenica Tempo Ordinario “A” – 5 Luglio 2020
I lettura: Zc 9,9-10
II lettura: Rm 8,9.11-13
Vangelo: Mt 11,25-30

  • Testi di riferimento: Es 33,12-14; Nm 12,3; Dt 5,47-48; 12,9; 28,47-48; Gs 1,13-15; Tb 7,16; Sal
    8,2; 23,2; 95,10-11; 116,7; 119,30; Pr 9,4-6; Sap 2,13; 10,21; Sir 3,20; 6,22-28; 24,19.22; 51,23-27;
    Is 28,11-12; 29,14; Ger 2,20; 5,5; 6,16; 31,25; Lam 3,27; Sof 3,12-13; Mt 5,5; 13,11; 16,17;
    21,5.16; Mc 10,14-15; Gv 1,18; 6,44-45; 7,37; 12,37-40; 13,15; Rm 11,33; 1Cor 1,19-21; 2,11;
    14,20; 2Cor 10,1; Ef 4,20; Eb 3,11; 4,10-11; 1Pt 2,21; 1Gv 5,3; Ap 14,11-13
  1. Il rivelatore del Padre.
  • Il brano di Vangelo odierno va inquadrato nel contesto del capitolo 11 di cui costituisce la conclusione. In tale capitolo si descrive il crescente rifiuto nei confronti di Gesù; il rifiuto di riconoscerlo
    come rivelatore di Dio, come la Sapienza che è discesa dal cielo per farci conoscere Dio. All’inizio
    del capitolo Giovanni Battista interroga Cristo riguardo la sua messianicità e questi risponde mostrando le opere (11,2.5). In seguito Gesù afferma che «alla sapienza è stata resa giustizia da tutte le
    sue opere» (11,19). Vale a dire: le opere che Gesù compie sono il segno che egli è la Sapienza discesa dal cielo per rivelare il Padre (11,27) e la Sua volontà. Lui può far conoscere Dio e i suoi disegni perché è ciò che di più intimo ha il Padre. I segreti di qualcuno sono conosciuti soltanto da chi
    gli è più confidenziale; così anche per Dio (1Cor 2,11). Nell’Antico Testamento la Sapienza era ciò
    che Dio aveva di più intimo e che meglio conosceva Lui e i suoi segreti (Sap 8,4; 9,9-11.16-18;
    10,10). Gesù è l’intimissimo di Dio, è il Figlio che vive nel seno del Padre, è la sua Sapienza. Esiste
    una conoscenza intima e reciproca fra la Sapienza e Dio; solo Dio conosce la Sapienza (Gb 28,12-
    28) e soltanto la Sapienza conosce Dio (Sap 9,1-18). Ciascuno dei due rivela l’altro (Mt 11,27). Tuttavia, nonostante che Gesù sia rivelato da Dio come la Sapienza per mezzo delle opere che compie,
    egli non è riconosciuto.
  • Lo stupore negativo, possiamo dire lo sconcerto, che Gesù manifesta per la non accoglienza nei
    suoi confronti culmina nei versetti conclusivi del capitolo (quelli del brano odierno), in cui Gesù,
    quasi inaspettatamente (apparente contrasto con quanto precede), esprime una confessione di lode.
    Gesù “confessa” le imperscrutabili vie del Padre che ha “nascosto queste cose” (= non ha permesso
    che fossero comprese le opere di Gesù) ai sapienti, ma le ha rivelate ai bambini (vedi sotto). Cosa
    Dio ha rivelato a questi bambini che è rimasto invece nascosto ad altri? Primo: Che Cristo è il Figlio
    del Padre. Questo può essere rivelato solo dal Padre (Mt 16,17); perciò se non si è disposti ad ascoltare Dio non si può riconoscere Cristo. Qualsiasi miracolo Cristo possa fare è inutile se non si è disposti a riconoscere Dio. D’altra parte Dio si può riconoscere soltanto attraverso il Figlio; per questo occorre imparare da lui. Secondo: Che il giogo di Cristo è dolce e leggero (11,29-30). Ciò che
    sembra estremamente pesante e mortale, diventa per coloro che imparano da Cristo un “riposo”. Ciò
    che appare come uno scandalo e una stoltezza, diventa per coloro che sono istruiti da Dio una sapienza (1Cor 1,17-25). Cristo è la Sapienza incarnata da cui occorre imparare. Il “mio giogo” è il
    giogo di cui Cristo si è caricato, cioè la volontà del Padre, ma è anche Cristo stesso, la Sapienza fatta carne, sotto la quale occorre piegare il collo, e nella quale si trova il riposo.
  1. La Sapienza.
  • Come la Sapienza personificata dell’AT (vedi testi di riferimento) Gesù invita gli “affaticati” e i
    “sovraccaricati” a recarsi da lui e ad imparare da lui, dalla sua mitezza e umiltà, le quali, come già
    interpretava san Clemente (1Clem 16) consistono nel suo comportamento di Servo di Jahvè secondo
    Is 53. Esattamente quanto Gesù indica anche in Gv 13,15 dopo la lavanda dei piedi.
  • Rivelata ai “bambini” (nepioi). La rivelazione divina non raggiunge tutti. Anche se Dio «vuole che
    tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità» (1Tm 2,4), l’affermazione di Gesù svela che non tutti si trovano nella condizione adeguata per accogliere la rivelazione, per capire
    dalle sue opere che lui è l’inviato di Dio. Nel contesto del cap. 11 costoro sono rappresentati dalle
    città che Gesù rimprovera perché hanno rifiutato di convertirsi nonostante i tanti miracoli visti
    (11,20-24). La condizione di nepios (infante, bambino, lattante) sta ad indicare la condizione di chi
    deve imparare ed è disposto a farlo (cfr. i diversi passi di san Paolo in cui si usa questo termine:
    1Cor 3,1; 13,11; ecc.). Occorre «non diventare bambini in quanto a comprensione, ma essere nepios
    in quanto al male; invece perfetti in quanto a comprensione» (1Cor 14,20). Solo in questo caso, solo
    se si è nell’atteggiamento di chi sa di dover imparare si è in grado di ricevere la rivelazione della
    Sapienza. I “sapienti e i dotti” sono coloro che presumono di conoscere e perciò non si pongono
    nell’atteggiamento di chi deve imparare. I “bambini” sono invece coloro sanno di avere bisogno di
    imparare e si pongono alla scuola della Sapienza, cioè di Cristo; sono coloro che sono disposti ad
    accogliere l’invito di Gesù: “venite a me … imparate da me …”. I bambini a cui vengono rivelati i
    “misteri del regno” (Mt 13,11) sono i discepoli di Cristo.
  • Nascosta ai “sapienti e intelligenti”. L’incapacità di riconoscere anche ciò che è palese viene
    dall’accecamento dell’orgoglio. In Gv 12,37-40 si dice che «sebbene avesse compiuto tanti segni
    davanti a loro, non credevano in lui»; e questo perché Dio «ha reso ciechi i loro occhi …». È quella
    cecità causata dalla pretesa di possedere già la verità, la conoscenza delle cose, e quindi di non aver
    bisogno di alcun cambiamento. È la pretesa di volere comprendere la realtà secondo gli schemi della propria ragione, o secondo i modelli delle proprie abitudini. Ma le vie di Dio – cioè i suoi modi di
    agire – non sono le vie dell’uomo. Così Mosè, in Es 33,13 chiede al Signore di fargli conoscere la
    sua via, affinché egli possa conoscere Lui. Dio si fa conoscere non direttamente, perché nessuno
    può vedere Dio, ma attraverso le sue vie, cioè il suo agire in mezzo agli uomini. Per questo Gesù
    mostra le sue opere, che sono le opere di Dio. Per conoscere Dio dobbiamo essere in grado di vedere e comprendere le sue vie. Ma per fare questo occorre quella mitezza e umiltà indispensabili per
    accettare che le vie di Dio sono molto diverse dalle nostre, che non sono secondo i nostri schemi.
    Dobbiamo accettare di lasciarci istruire. Per gli orgogliosi, per i sapienti di questo mondo, questo è
    inaccettabile. Soltanto gli umili potranno comprendere la via di Dio, che è Cristo, e attraverso di lui
    conoscere il Padre. Per questo se si vuole accogliere la salvezza occorre imparare da Cristo che è
    mite e umile di cuore. Lui che essendo Dio, si è umiliato (Fil 2,6-8), accettando la via del Padre, il
    disegno che il Padre aveva su di lui per la salvezza degli uomini. Soltanto così si giungerà al riposo,
    cioè al conseguimento di quella terra promessa (cfr. Es 33,14) che è il regno di Dio per coloro che
    lo accolgono.
  1. Il giogo e il riposo.
  • Il “giogo” indica la sottomissione a qualcuno o qualcosa (Gen 27,40; Lv 26,13; Dt 28,48; ecc.).
    Chi è sottomesso riconosce che c’è qualcosa o qualcuno superiore a lui. Quando Dio libera il popolo dalla schiavitù al Faraone, non lo fa per renderlo autonomo, ma perché presti un servizio a Lui. È
    in fondo un cambio di giogo, così come indicato in Ger 2,20 e 5,5. Ovviamente il giogo di Dio, il
    servire Lui, l’obbedire ai suoi comandi, è molto diverso del giogo, del servizio, dei comandi del Faraone. È inevitabile per l’uomo essere sottomesso a qualcuno, portare un giogo. La letteratura sapienziale invita l’uomo a sottomettersi al giogo della torah, o della sapienza (vedi testi di riferimento). Dio invita l’uomo a prendere il Suo giogo, a servire Lui, per non essere invece sottomesso ai
    suoi nemici (Dt 28,47-48). Allo stesso modo Cristo invita i suoi discepoli a prendere il suo giogo e
    ad imparare da lui; egli è la torah incarnata, è la sapienza vivente. Egli stesso però si è sottomesso al
    giogo del Padre e invita a seguire le sue orme. Per portare il suo giogo occorre la sua mitezza e la
    sua umiltà; quella umiltà che si è mostrata nel suo abbassamento dalla condizione divina alla croce
    (Fil 2,6-11).
  • Chi fa questo trova il riposo. Il “riposo” a cui Dio ha condotto Israele è la terra promessa (vedi testi di riferimento), il luogo dove il popolo poteva vivere nella comunione con Lui. Non si trova riposo nella completa autonomia, nell’essere svincolati da qualsiasi cosa e da chiunque. Di fatto questo è impossibile a delle creature così limitate come siamo noi. Il riposo, la pace, lo shalom, risiede
    nella comunione con Dio. Il riposo è il “luogo” dove si abita stabilmente sentendosi in pace, senza
    cioè desiderare di cambiare posto, perché si ha ben chiaro che non c’è altro luogo migliore che quello. Questo “luogo” è Dio. Il nostro cuore non trova pace finché non riposa in Dio. E la via per arrivare a Dio è Cristo. È lui che ci introduce – che ci insegna, che ci mostra come entrare – nel riposo
    della terra promessa, della comunione con Dio. Il contrario è l’inquietudine di chi non trova mai pace (cfr. Mt 12,43), di chi ha sempre bisogno di qualcos’altro, di qualche altra situazione migliore di
    quella che sta vivendo. Cristo è l’immagine esemplare di colui che ha trovato riposo nella volontà
    del Padre. In questo consiste la sua mitezza e umiltà.
  • Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/

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