P. Fabrizio Cristarella Orestano Commento XVIII Domenica Tempo ordinario – Anno A

Benvenuto Tirsi da Garofalo (1481-1559): Moltiplicazione dei pani e dei pesci” (1528-31). (Far Eastern Art Museum di Khabarovsk  in Russia).

DICIOTTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Is 55, 1-3; Sal 144; Rm 8, 35.37-39; Mt 14, 13-21

 Se si segue Gesù per amore, come le folle di questo racconto evangelico che culminerà nella moltiplicazione dei pani, non si fanno calcoli, si parte e basta, si sta dove Lui sta, fosse anche un deserto…l’amore rende avventati…

            Così sono queste folle di cui ci narra Matteo ma così sono, in fondo anche i discepoli…si segue Gesù e basta! La sua parola attrae e “seduce”, non si può fare a meno di seguirlo quando veramente lo si è incontrato e lo si è incontrato per quello che davvero Lui è: il solo che ha parole di vita (cfr Gv, 6, 68); le folle hanno intuito questa verità e non fanno calcoli di tempo o di provviste.

            Gli apostoli si accorgono di questa “imprudenza” e danno un consiglio dettato dal solito buon-senso: è opportuno tornare indietro, andare lì dove si trovi ciò che è utile e rispondente a quei bisogni “dimenticati” per stare con Gesù…notiamo che non sono le folle a chiedere pane, sono i discepoli che quasi “tornano in se stessi” rendendosi conto di quella avventatezza.

            Come al solito la risposta di Gesù spiazza. Non c’è bisogno che vadano altrove. La soluzione è in quello stesso deserto in cui si sono inoltrati per seguire Lui. I discepoli, così, ricevono un ordine incomprensibile: Date loro voi stessi da mangiare.

            Le loro risorse sono però davvero risibili: cinque pani e due pesci.

            È vero: quando ci si mette alla sequela di Gesù le nostre risorse sono sempre scarse ed insufficienti rispetto alle domande che Lui ci fa, rispetto alle vere necessità della sequela e del rimanere con Lui.

            Che fare? È necessario consegnarsi a Gesù. Quando Gesù ci cattura (cfr Fil 3,12) solo Lui è la risposta alle nostre vite. Catturati da Cristo, catturati dal suo amore, solo nel suo amore possiamo trovare risposte piene dinanzi alle nostre insufficienze.

            La cosa meravigliosa è essere “caduti” nelle mani di Dio… Sì, è meraviglioso essere sedotti da Lui, è meraviglioso diventare “avventati” per Lui… è vero che l’autore della Lettera agli Ebrei dice che “è terribile cadere nelle mani di Dio” (cfr Eb 10,31) ma è terribile per chi a quelle mani non vuole affidarsi, è terribile per chi di quelle mani ha paura, per chi disprezza quelle mani…la folla di questa scena di Matteo è caduta nelle mani di Colui che la ama e da cui si sente amata (ne sentì compassione … una compassione viscerale, materna, come ci suggerisce il verbo greco “splanchnίzo”).

            Il suo amore moltiplica il nostro poco e lo rende molto per moltitudini. Il poco dei discepoli diventa cibo abbondante per quelle folle “sventate” … quelle folle che si sono fidate di Lui. Che grande libertà è mettersi a quella sequela senza fare calcoli o previsioni! In questa libertà di amore si incontra un amore libero e pieno che rende capaci le nostre vite di ciò che pareva impossibile.

            I deserti fioriscono, le povertà diventano abbondanza nelle mani del Messia Gesù. È  meraviglioso stare nelle sue mani.

            La scena della moltiplicazione dei pani ha certo una valenza teologica collegata da Matteo all’Esodo in cui nel deserto il Signore provvide il pane per quelli che di Lui si erano fidati, per quelli che si erano “imbarcati” in una vicenda “folle” lasciandosi alle spalle un Egitto, sì di catene, ma anche di sicurezze, per un deserto libero ma colmo di incertezze. Il richiamo a Esodo Matteo ce lo dà con la citrazione del “deserto” e con quella chiara reminiscenza che emerge nell’espressione cinquemila uomini senza contare le donne e i bambini (cfr Es 12,37).  Il racconto è poi anche profezia del banchetto eucaristico in cui la nostra povertà, offerta all’altare di Cristo, diviene la ricchezza infinita del suo Corpo e del suo Sangue per la nostra vita; per questo è anche il banchetto messianico che Davide imbandì simbolicamente quando benedisse il popolo nel nome del Signore e, a tutto il popolo di Israele, distribuì una pagnotta per ciascuno (cfr 2Sam 6, 19).

            Per Israele compito del Re-Messia è assicurare il pane al popolo e qui Gesù compie proprio un gesto profetico e rivelativo per dichiarare, sulla linea di quell’episodio di Davide, di essere proprio Re-Messia. Il tutto è infatti preceduto dal ritirarsi di Gesù; in questo fare “anachòresis” è come se Gesù cercasse spazi di intimità con se stesso e con il Padre, spazi con cui rifugge dal dover rivelare tutto apertamente e “pericolosamente” ; il pericolo Gesù lo coglie nei fraintendimenti possibili della sua realtà e missione…le folle qui però diventano per Gesù un richiamo forte, la loro presenza insistente e tutta abbandonata a Lui senza calcoli diventa per Gesù una domanda di rivelazione; la commozione del suo cuore diventa guarigione delle loro infermità ma soprattutto rivelazione di essere il Re-Messia che provvede pane al suo popolo. Così, con un gesto di amore, Gesù spezza quei pani e dona vita e promesse.

            Il gesto di moltiplicare il pane richiede però da Gesù un pane già esistente, quei cinque pezzi di pane…Gesù non fa “che le pietre diventino pane” (cfr Mt 4,3), come aveva suggerito il diavolo in un altro deserto; fare dalle pietre pane sarebbe un cedere alla tentazione di saltare l’umano e la fatica dell’umano; moltiplicare invece il pane è altro: è la fatica dell’uomo che in Gesù trova fecondità e moltiplicazione; direi che trova trasfigurazione.

            Quel pane abbondante è poi consegnato alla Chiesa come ulteriore mandato; ai discepoli aveva detto Date loro voi stessi da mangiare…ma questo vale per sempre. Le dodici ceste avanzate ne sono un segno: la Chiesa è chiamata a narrare il Messia nutrendo e fecondando l’umano, è chiamata a essere risposta a chi rischia se stesso per essere con Gesù, per cercare in Lui il senso della storia; la Chiesa nei deserti che si aprono dinanzi ai cercatori di Dio deve spalancare le vie di Cristo e non le vie asfittiche del buon-senso; la Chiesa dovrà incoraggiare a restare nel deserto, lì dove Cristo chiede di stare per lottare in sua compagnia e non deve spingere a tornare “nei ranghi” delle logiche mondane dove tutto pare più facile. Facile infatti non significa vero. La Chiesa deve dare ali, non spezzarle, deve aprire orizzonti, non chiuderli, deve sostenere i “sogni”, non spegnerli con il maledetto “buon-senso” mondano, la Chiesa è incaricata da Gesù a custodire quelle ceste di pane avanzato, non solo perché dovrà custodire il Pane Eucaristico e donarlo sempre, ma soprattutto perché custodisca ciò che quei pani moltiplicati significano nel senso del rischio, dell’abbandono, della ricerca di vie “altre” e non allineate con il mondo e con le sue meschine sicurezze.

P. Fabrizio Cristarella Orestano