don Lucio D’abbraccio “Chi è Gesù per noi?”

Commento al Vangelo della XXI Domenica del Tempo Ordinario Anno A (23 agosto 2020)

Chi è Gesù per noi?

Nel brano del Vangelo che la liturgia odierna ci ha fatto proclamare abbiamo ascoltato che «Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: “La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”». Certamente con il titolo di «Figlio dell’uomo» Gesù intende riferirsi a quella figura di Salvatore profetizzata da Daniele (cf Dn 7,13-14) e attesa dai credenti di Israele per la fine dei tempi. Ma è importante notare che in questo modo egli prende anche una misteriosa distanza da sé, parlando di sé come di un altro, alla terza persona, senza autoreferenzialità. I discepoli riportano l’opinione corrente che vedeva in Gesù un profeta (cf Mt 13,57; 14,5): secondo alcuni egli sarebbe Giovanni il Battista risorto dai morti, come già aveva sostenuto Erode (cf Mt 14,2); secondo altri sarebbe il nuovo Elia, il grande profeta rapito da Dio in cielo (cf 2Re 2,1-18); secondo altri ancora, in lui rivivrebbe Geremia, il profeta duramente perseguitato dalla classe sacerdotale del suo tempo. Ma, dopo tutte queste risposte, Gesù stesso, annota l’evangelista, chiede direttamente ai discepoli: «Ma voi, chi dite che io sia?». Uno solo di loro, Simon Pietro, risponde senza esitazione: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Egli riconosce in Gesù il Cristo, cioè il Messia, il Re di pace e di giustizia atteso da Israele in favore di tutta l’umanità; non solo, ma discerne in lui il Figlio di Dio, ossia il rivelatore ultimo e definitivo del Padre agli uomini (cf Gv 1,18).

Pietro fa questa affermazione non in qualità di «portavoce» dei Dodici, bensì mosso da una forza interiore, da una rivelazione che gli poteva venire solo da Dio, come Gesù sa riconoscere: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli». Per conoscere Gesù, dunque, non bastano la carne e il sangue (cioè, non bastano l’intelligenza, la cultura, lo studio, la preparazione): occorre una luce dall’Alto. Questa luce si chiama fede ed assomiglia ad un raggio luminoso che riesce ad entrare soltanto nella persona umile: la persona nella quale non esiste il muro dell’orgoglio.

Orbene, proprio in quanto destinatario di questo dono di grazia che Simone riceve da Gesù un nome nuovo, Kefa’, Pietro, accompagnato da una precisa missione: «tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa». Pietro, quell’uomo fragile che stava affondando nelle acque del lago, ma al quale è stato cambiato il nome per indicare una precisa missione (cf Gv 1,42), è proclamato da Gesù fondamento della sua comunità, la chiesa, e la roccia capace di confermare i fratelli nella fede (cf Lc 22,32): è solo per questa volontà del Signore, non in forza delle sue doti personali, che egli appare come «primo» nella lista dei Dodici (cf Mt 10,2) e riceve dal Signore stesso la missione, ossia l’autorità di governo: «A te darò le chiavi del regno dei cieli» e quella disciplinare «tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

Non dobbiamo meravigliarci della scelta di Gesù: l’Antico Testamento è pieno di episodi che rivelano il criterio ispiratore delle scelte di Dio. Limitiamoci a ricordare alcuni clamorosi esempi: Dio chiama Abramo, un vecchio, e gli fa una promessa paradossale (cf Gen 15, 5); Dio chiama Mosè, un balbuziente, e gli ordina di andare dal faraone (cf Es 3, 10-12); Dio chiama Gedeone, membro della famiglia più povera della tribù di Manasse, e lo invia ad affrontare la pericolosa aggressione dei madianiti (cf Gdc 6, 15-16); Dio sceglie Davide, l’ultimo dei figli di Jesse, e lo costituisce re d’Israele (cf 1Sam 16, 11-13); Dio posa lo sguardo sulla piccolezza di una serva e la sceglie come culla dell’avvenimento più grande della storia: l’Incarnazione del suo unico Figlio (cf Lc 1, 26-38). Con lo stesso criterio Gesù sceglie Pietro e lo costituisce fondamento visibile della sua chiesa.

Pietro non sarà esente da errori e cadute. Questo però non deve scandalizzarci né indurci a sminuire l’autorità di Pietro. La chiesa di Cristo, pertanto, non può esistere se essa non viene costruita costantemente sulla roccia scelta da lui: Pietro e il successore di Pietro, che è il Papa. La fede ci dà la certezza che su questa pietra umanamente debole e fragile, Cristo, con la sua onnipotenza, costruisce la sua chiesa. Fidiamoci di Dio e non resteremo confusi in eterno!

Il dialogo tra Pietro e Gesù sfocia sul silenzio imposto da quest’ultimo ai discepoli in merito alla propria qualità messianica: «ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo».

Al termine di questo brano evangelico domandiamoci: «Chi è Gesù per me?». Egli ci ama in modo unico e ci chiede di appartenere totalmente a lui. Più che parlare di lui, dobbiamo amarlo, testimoniarlo, guardare a lui per tentare di fare qualche cosa che egli ha fatto e ha insegnato. Egli è il nostro amico: possiamo noi dire altrettanto?

Preghiamo il Signore perché ci aiuti ad amarlo e ad annunciare la Buona Novella uniti al Papa che «è il navigatore che ha superato le burrasche della storia, che porta il soccorso della verità e cura gli interessi di tutti i cittadini dello spirito» (G. Marconi).

Fonte:https://donluciodabbraccio585113514.wordpress.com/