Don Paolo Scquizzato Commento VI Domenica del Tempo Ordinario

VI Domenica del Tempo Ordinario,

Mc 1, 40-45Condannati a vivere fuori dai centri abitati, i lebbrosi erano semplicemente dei morti viventi. Esclusi dalla famiglia, dal contesto sociale e soprattutto dal mondo religioso, vivevano da castigati da Dio, in quanto la lebbra era l’impietosa visibilizzazione dei loro peccati (Nm 12, 9-10; 2Sam 3, 2). “Un bambino nato morto” (Nm 12, 12).La lebbra è il nostro limite, gli spazi d’ombra che facciamo fatica ad accogliere, la ferita che ci separa da noi stessi e dagli altri. Siamo lebbrosi quando ci sentiamo sporchi e inadatti, sbagliati e non amabili.Il vangelo di oggi ci suggerisce che proprio ciò che crediamo motivo di divisione è invece possibilità di un abbraccio che risana e riabilita.Non esiste in noi zona d’ombra che abbia il potere di sottrarci alla vita, e quindi da Dio. Ciò che reputiamo male si rivela come il diritto di avvicinarci a lui.«Lo voglio» (v. 41b). Bellissimo. Il Dio di Gesù vuole solo ‘figli guariti’, a differenza del dio della norma e della religione che vuole unicamente ‘servi migliori’.Il potere religioso distingue da sempre le persone in puri ed impuri. Separa i giusti dai peccatori, chi ce la fa a forza di prestazioni e i fragili e i recidivi. Ma non c’è bestemmia più grande che separare le persone in nome di un Dio e di una presunta legge religiosa.Per troppo tempo abbiamo bandito dalla Chiesa quelli ritenuti, chissà poi in nome di chi o di che cosa, lebbrosi, impuri, intoccabili, ‘non dei nostri’, chi la pensa diversamente, chi obbedisce solo alla propria coscienza, le donne, i malati di mente, i mancini, gli omosessuali, i divorziati risposati, e molti altri. In nome di un dio fittizio e diabolico, ovvero separatore, abbiamo diviso l’umanità in due parti, una destinata a cadere sotto il suo tremendo giudizio – ovvero della Chiesa – l’altra composta da chi ce l’ha fatta e in quanto tale destinata alla beatitudine eterna.Ma Dio non è un giudice celeste, è solo forza vitale che si espande all’interno dell’umano – qualsiasi umano – perché possa giungere a compimento nella bellezza e nella pienezza dell’essere.

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