Mons.Francesco Follo Lectio “Convertiamoci per essere pietre vive del Tempio vivo: Cristo”

Convertiamoci per essere pietre vive del Tempio vivo: Cristo.

III Domenica di Quaresima – Anno B – 7 marzo 2021.

Rito Romano

Es 20,1-17; Sal 18; 1Cor 1,22-25; Gv 2,13-25

Rito Ambrosiano – III Domenica di Quaresima – “di Abramo”1

Es 32,78-13b; Sal 105; 1Ts 2,20-3,8; Gv 8,31-59

Premessa: luoghi dell’incontro

In questo esodo quaresimale, che è un cammino di liberazione verso Pasqua, tramite la liturgia la Chiesa ci conduce ad incontrare Dio nel deserto (I Domenica), sul monte (II Domenica), nel Tempio (oggi, III domenica di Quaresima), da dove Cristo scaccia i mercanti.

Da una parte, potremmo essere sorpresi che ci siano dei mercanti nel Tempio di Gerusalemme. Dall’altra, lo saremmo un po’ meno se ci ricordassimo che quanto il Vangelo ci descrive era una scena consueta per gli occhi di chi entrava nel tempio: animali e persone, stavano proprio dove dovevano essere, nel tempio. In effetti, il rapporto con Dio era fondato sull’offerta degli animali e non ci si poteva presentare senza. Chi non ricorda che anche Giuseppe e Maria andarono al tempio per presentare Gesù bambino portando con sé due tortorelle. Inoltre, visto che non poteva entrare nello spazio sacro alcuna immagine, era giustificata anche la presenza dei cambiavalute, perché le monete recavano impressa l’immagine dell’imperatore e non si poteva pagare con quelle la tassa al tempio.

Purtroppo, queste esigenze legalmente giuste avevano spinto ad una prassi degradata a tal punto da trasformare il tempio in una “spelonca di ladri”. Il luogo deputato alla custodia della Presenza di Dio era ridotto come il peggiore dei mercati. La Casa del Padre, dove tutti sono fratelli, era ridotta alla casa del mercato (Gv 2,16) dove tutti sono concorrenti, rivali.

Con la sua santa passionalità (è divorato – dice il Vangelo) Cristo purifica il Tempio e insegna che il rapporto con Dio non può più essere mediato da animali usati come vittime, ma il rapporto con Dio lo viviamo in virtù di Gesù stesso, vittima santa, Agnello immolato. Non si può più pensare di avere un rapporto con Dio diverso da quello che Gesù ci ha mostrato. Il rapporto con Dio non può più essere un atto di culto legato a un commercio: io faccio questo sacrificio perché tu mi dia questo o mi faccia questo favore. La casa del Padre è lo splendore della gratuità e là noi ci siamo non per uno scambio dovuto a un pagamento, ma unicamente perché facciamo un sacrificio di comunione grazie alla riconoscenza del fatto che siamo amati. Nel culto cristiano, fatto in Spirito e verità, non si scambiano cose, animali, soldi, ma noi stessi in una logica di amore, di gratuità, di dono.

1) Cristo, il nuovo Tempio che lo Spirito Santo iniziò a costruire nel grembo della Madonna.

La premessa fatta spinge a riflettere un più approfonditamente il brano del Vangelo di questa III Domenica di Quaresima, che è preso da Gv 2,13-25 e descrive la cacciata dal tempio dei venditori e la promessa da parte di Gesù di un nuovo Tempio2: Lui stesso. “Non sono pochi coloro i quali affermano che il Dio-Uomo è nato dal seno verginale che lo Spirito del grande Dio ha formato, costruendo un tempio puro al tempio. La Madre, infatti, è il tempio di Cristo; questi a sua volta è il Tempio del Verbo” (San Gregorio di Nazianzo). Dopo il suo ritorno al Padre, per il quarto vangelo (quello di Giovanni), la stessa persona di Gesù sarà il nuovo tempio, l’ambiente vitale dell’inabitazione reciproca del Padre e del Figlio, il vero luogo della comunione intima con il Dio trinitario, a cui sono chiamati tutti i credenti (cf. 14,2; 1 Gv 1,3).

In effetti, l’evangelista Giovanni non si accontenta di presentarci Gesù che, al modo degli antichi profeti, ci richiama al vero culto. Afferma che Gesù – e precisamente il Cristo morto e risorto – è il vero tempio: “Egli parlava del tempio del suo corpo”.

Che significa affermare che Gesù è il vero tempio? Duplice era il significato del tempio nell’Antico Testamento: luogo dell’incontro con Dio e luogo del raduno delle tribù. Dunque una dimensione verticale e una orizzontale. Gesù è tutto questo, afferma il vangelo di Giovanni. È in Lui che possiamo fare un’autentica esperienza di incontro con Dio ed è in Lui che possiamo fare un’autentica esperienza di fraternità.

Incontrare Dio è il desiderio di tutta la Bibbia, l’interrogativo che la percorre da un capo all’altro: dove e come posso incontrare il Signore? In Gesù, risponde l’evangelista Giovanni. A Filippo che gli chiedeva “Signore, mostraci il Padre”, Gesù risponde: “È tanto tempo che sei con me e ancora non lo sai? Chi vede me vede il Padre” (14,8-9). E il desiderio della Bibbia (e di ogni uomo) è anche un altro: uscire dalla dispersione e incontrarci insieme, abbandonare le contrapposizioni e vivere da fratelli. Ma dove e come è possibile? Attorno al Cristo e alla sua Croce, risponde Giovanni: “Quando sarò innalzato da terra, cioè in Croce, attirerò tutti a me”. “Tutti” dice l’universalità più completa. E “attirare” non dice una forza che ci costringe, ma una bellezza che ci attira con il suo fascino. Il Crocifisso innalzato svela che l’amore, che tante volte appare sconfitto, è in realtà vittorioso, capace persino di vincere la morte. Questa è una lieta notizia che ogni uomo vorrebbe sempre sentire e farne esperienza.

2) Noi, Chiesa, Tempio di Cristo.

La Chiesa è il Corpo reale di Cristo, ne è quindi il Tempio, che però necessità di purificazione.

Mi spiego in modo meno sintetico.

La prima volta che Gesù chiama Dio Padre mio è quando a Gerusalemme caccia i venditori dal tempio (Gv 2,14-17) e fa seguire alla sua coraggiosa azione nella casa di Dio il rimprovero: “Non fate della casa del Padre mio una casa di mercato” (v. 16). Due aspetti meritano di essere sottolineati in questa espressione. Anzitutto, Gesù si proclama “Figlio di Dio” e chiama Dio con l’appellativo di Padre mio. Il gesto profetico e le chiare parole rivolte ai venditori costituiscono una novità assoluta nella religiosità ebraica3.

Inoltre, Gesù parla del tempio d’Israele come della “casa” del Padre suo. Questa particolarità di Giovanni rispetto ai tre Vangeli Sinottici (di Marco, di Matteo e di Luca), che parlano invece del tempio come “casa di preghiera” (cf. Mt 21,13; Mc 11, 17; Lc 19,46), è di grande valore spirituale e teologico. Nell’Antico Testamento il tempio era considerato la casa di Dio (cf. Es 25,40; 1 Re 6,1; Sal 122, 1) e il centro del culto dell’Altissimo. Per Gesù il tempio è la “casa” del Padre suo, che egli, come Figlio, prima di prenderne possesso, deve purificare dalla profanazione del commercio.

Se Dio è Padre, è assurdo onorarlo, con offerte materiali, come il bestiame o il denaro. Il Padre esige solo il culto spirituale e interiore da vivere nell’amore, rifiutando un culto del tempio, contrario alle esigenze dell’alleanza stipulata fra Dio e il suo popolo (cf. 1 Re 19,10.14).

In questo episodio della cacciata dei mercanti dal tempio (Gv 2,13-25) noi oggi apprezziamo il gesto fortemente provocatorio di Gesù, che “fece una sferza, cacciò tutti dal tempio, rovesciò per terra le monete dei cambiavalute”. Tuttavia, non credo che questo gesto voglia semplicemente significare che il culto debba svolgersi con decoro: non come un chiassoso mercato, ma nel silenzio e nel raccoglimento. Troppo poco. Il gesto polemico di Gesù si riallaccia ai profeti, i quali hanno spesso polemizzato con il culto che si svolgeva al tempio, non certo per abolirlo, ma per purificarlo. I profeti ricordavano continuamente che il culto non è solo adorazione: è –al tempo stesso- conversione e missione.

All’avvicinarsi della Pasqua, questo gesto di Cristo, e le parole che lo interpretano, risuonano come forte invito a non fare della casa del Padre nostro un mercato. Del tempio di Gerusalemme, di ogni chiesa, ma soprattutto del cuore. A ognuno di noi Gesù ripete il suo avvertimento: non fare mercato della fede. Non adottare con Dio la legge scadente della compravendita di favori, secondo la quale diamo qualcosa a Dio (una Messa, un’offerta, una candela…) perché lui dia qualcosa a noi. Se facciamo così, se crediamo di coinvolgere Dio in questo giuoco mercantile, siamo solo dei cambiamonete, e Gesù rovescia il nostro tavolo: Dio non si compra. Non si compra neanche a prezzo della moneta più pura. Noi siamo salvi perché riceviamo. Non dimentichiamo che “tutto è grazia” (Bernanos).

Casa di Dio è l’uomo: non facciamo mercato della vita. Non immiseriamola applicando ad esse le leggi dell’economia e della finanza. Non vendiamo la dignità, la verità e la libertà in cambio di cose. Non vendiamo il cuore riducendo i suoi sogni a oro e argento. Non facciamo mercato del cuore.

Casa di Dio è la nostra persona di battezzati che vivono in comunione: tempio fragile, ma bellissimo e aperto all’infinito amore di Dio. L’importante che su di noi, “pietre vive e purificate” dal digiuno, dalla preghiera e dall’elemosina, Cristo posi la sua Luce.

Lui è il Redentore, venuto ad illuminare l’uomo con la Luce della Verità, a purificare il tempio, a riaprire la ragione all’orizzonte grande di Dio. Lui è la Verità, che Crocifissa il Venerdì santo, vedremo splendere il giorno di Pasqua e accoglierci dentro il nuovo Tempio del Suo Corpo. Perciò “mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi predichiamo Cristo Crocifisso, scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati […] potenza di Dio e sapienza di Dio” (1Cor 1,23-24).

Un modo di predicare Cristo crocifisso è quello delle Vergini consacrate nel mondo che con la loro piena donazione al Redentore fanno trasparire la Sua luce. In effetti queste donne mostrano che la fede non è un salto nel buio, ma nella luce. Nella luce di Dio che irradia il mattino e la sera, “fa sorgere oltre la morte, nello splendore dei cieli, il giorno senza tramonto”. (Liturgia delle Ore, Inno di nona)

Loro hanno creduto all’Amore e sono speciale testimonianza di un amore ricevuto, che rende liberi e gioiosi, capaci di amare gli altri senza legarli a se stessi, ma a Dio.

La verginità è la modalità d’amore che meglio lascia trasparire l’amore di Cristo, tenendo viva la luce della lampada che hanno ricevuto il giorno della loro consacrazione (RCV 20). In questo modo le lor persone sono, nell’umiltà della vita quotidiana, ci introducono nel mistero di Cristo, “Luce del mondo”. Infatti Gesù si è presentato agli uomini con queste parole: “Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12).

1 Nel Rito Ambrosiano le domeniche di quaresima sono chiamate:

domenica all’inizio della Quaresima o I di Quaresima (il catecumeno deve rinunciare a Satana se vuole diventare cristiano)

domenica della Samaritana o II di Quaresima (il Battesimo quale acqua di vita che ci dà la vita eterna)

domenica di Abramo o III di Quaresima (il Battesimo quale professione di verità che ci inserisce tra i veri figli di Dio)

domenica del Cieco o IV di Quaresima (il Battesimo quale illuminazione miracolosa delle nostre tenebre spirituali)

domenica di Lazzaro o V di Quaresima (il Battesimo quale morte e sepoltura con Cristo per poter con Lui risorgere)

domenica delle Palme o VI di Quaresima (il Battesimo quale unzione santificante).

2 Il corpo di Cristo, nuovo tempio. Nel Quarto Vangelo, come nell’Apocalisse, il Cristo trafitto dai peccati degli uomini occupa il centro della storia religiosa del mondo. Egli è il nuovo Tempio di cui parlava il Quarto Vangelo al capito 3 dove, in occasione della Purificazione del Tempio, Gesù esclama: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Subito l’Evangelista annota: «Ma egli parlava del tempio del suo corpo».

3 Nell’Antico Testamento, nessun israelita osava chiamare Dio suo Padre in senso personale, e quindi dirsi suo figlio. Dio era considerato come il Padre del popolo per le grandi gesta da lui compiute nella storia di Israele (cf. Es 4,22; Nm 11,12; Is 1,2ss.; Ger 3,14.19; 31,20). Gesù soltanto parla di Dio in modo unico e nuovo, chiamandolo: il Padre mio. Il Dio di Gesù è un Padre che salva e non condanna, libera e invita alla comunione in un cammino di fede attraverso il Figlio. I discepoli, infatti, potranno parlare di Dio come Padre dopo la risurrezione, quando Gesù rivelerà a Maria di Magdala che il Padre suo è diventato veramente il Padre di tutti, naturalmente non per natura ma per grazia: “Ascendo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro” (20,17). In questa luce il senso trascendente e dinamico di questa espressione, usata da Gesù, appare, in modo sempre più chiaro, quando si analizzano tutti i testi in cui egli parla dei suoi rapporti con il Padre suo (cf. 5,17-26; 6,32.37.40; 10,30; 14, 10).

Lettura Patristica

SANT’AGOSTINO (354 -430)

Esposizione sul SALMO 130, CCL 40, 1899-1900.

Il credente è tempio di Dio e membro del corpo di Cristo.

  1. Nel presente salmo ci si inculca l’umiltà di quel fedele servo di Dio dalla cui voce esso è cantato e che è l’intero corpo di Cristo. Spesse volte infatti abbiamo richiamato alla vostra attenzione che la voce di chi canta [nel salmo] non deve intendersi come voce di un singolo individuo ma come voce di tutti i componenti il corpo di Cristo. E siccome questi ” tutti ” sono compaginati nel suo corpo, possono parlare come un solo uomo: in effetti i molti e l’uno sono una stessa entità. In se stessi sono molti, nell’unità dell’unico [Cristo] sono uno solo. E questo corpo di Cristo è anche tempio di Dio, secondo le parole dell’Apostolo: Santo è il tempio di Dio e questo siete voi, voi cioè che credete in Cristo con quella fede che comporta l’amore. Credere in Cristo è infatti la stessa cosa che amare Cristo. Non come credevano i demoni, senza amore cioè, sicché pur credendo dicevano: Che c’è in comune fra noi e te, o figlio di Dio? Noi dobbiamo credere in modo tale che la nostra fede in Cristo sia un tratto di amore. La nostra parola non deve essere: Cosa c’è in comune fra noi e te? ma: Noi siamo tuoi, avendoci tu riscattati. Quanti credono in questa maniera sono, per così dire, le pietre vive con le quali è costruito il tempio di Dio; sono il legno incorruttibile con cui fu formata l’arca che le acque del diluvio non riuscirono a sommergere. Essi sono ancora il tempio di Dio – si tratta ovviamente sempre di uomini! – nel quale Dio viene pregato e dal quale egli esaudisce. Chi prega Dio al di fuori di questo tempio non viene esaudito col conseguimento della pace propria della Gerusalemme celeste, sebbene venga esaudito quanto a certe richieste di beni temporali che Dio elargisce anche ai pagani. In tal senso una volta furono esauditi anche i demoni, quando fu loro concesso di entrare nei porci. Ben altra cosa è l’essere esaudito in ordine alla vita eterna, e questo non è concesso se non a chi prega nel tempio di Dio. Ora nel tempio di Dio prega soltanto colui che prega nella pace della Chiesa, nell’unità del corpo di Cristo. Questo corpo di Cristo consta di molti credenti sparsi su tutta la terra, ed è per questo che chi prega nel tempio viene esaudito. Chi prega nella pace della Chiesa prega in spirito e verità, né la sua preghiera è fatta in quel tempio che era solamente una figura.

Il peccato è una fune che avvince il colpevole.

  1. Aveva valore figurativo il gesto del Signore quando cacciò dal tempio quella gente intenta ai loro affari, che cioè era andata al tempio per vendere e comprare. Se pertanto quel tempio era un simbolo, ne segue chiaramente che anche nel corpo di Cristo – che è il vero tempio, mentre l’altro ne era una figura – c’è tutto un miscuglio di compratori e di venditori, di gente cioè che cerca i propri interessi e non quelli di Gesù Cristo. Essi però vengono scacciati con flagelli di corda. La corda infatti rappresenta i peccati, come è detto dal profeta: Guai a coloro che si trascinano appresso i loro peccati come una lunga fune. A trascinarsi dietro i peccati come una lunga fune son coloro che aggiungono peccati a peccati, coloro che per coprire un peccato ne fanno un altro. Per fare una corda infatti si uniscono fili a fili, non disponendoli l’uno appresso l’altro ma attorcigliandoli insieme; così [nell’uomo] ogni cosa diviene tortuosa quando a peccato si aggiunge peccato, e dal peccato trae origine un nuovo peccato, che a sua volta si collega a un terzo sino a farne una lunga fune. Gente siffatta cammina per vie tortuose e per nulla diritto è il suo procedere. Alla fine però a che cosa approderà una fune di questo tipo, se non a legare mani e piedi il colpevole e a cacciarlo nelle tenebre esteriori? Ricordate infatti quel che si dice nel Vangelo nei riguardi di un certo peccatore: Legatelo per le mani e per i piedi e gettatelo nelle tenebre esteriori: ivi sarà pianto e stridore di denti. Non gli si sarebbero potute legare le mani e i piedi se lui stesso non si fosse preparato la corda; come in un altro passo scritturale è detto nella maniera più esplicita: Ogni empio è legato con le funi dei propri peccati. In conclusione, gli uomini sono castigati dal loro stesso peccato, e fu per questo motivo che il Signore fece un flagello di corde e con esso scacciò dal tempio quanti cercavano il proprio interesse non gli interessi di Gesù Cristo.

L’assemblea dei fedeli è tempio e corpo di Cristo.

  1. Nel salmo [che stiamo trattando] risuona la voce di questo tempio. Come ho detto, infatti, è in questo tempio che si invoca Dio in spirito e verità e lì egli esaudisce: non nel tempio materiale [del giudaismo], dove c’era soltanto un’immagine rappresentativa di ciò che sarebbe avvenuto più tardi. L’antico tempio è stato abbattuto; ma forse che per questo è rovinata anche la casa della nostra preghiera? Tutt’altro! Non si può infatti chiamare casa della nostra preghiera il tempio che venne abbattuto, se di questa casa della preghiera dice la Scrittura: La mia casa sarà chiamata casa della preghiera per tutte le genti. E voi avete ascoltato le parole pronunciate a sua volta dal nostro Signore Gesù Cristo: Sta scritto: La mia casa sarà chiamata casa della preghiera per tutte le genti: ma voi l’avete fatta spelonca di ladri. Ma questi tali che vollero fare della casa di Dio una spelonca di ladri riuscirono forse a distruggere il tempio? Lo stesso è da dirsi di quanti nella Chiesa cattolica menano una vita riprovevole: per quanto sta in loro vorrebbero ridurre la casa di Dio a una spelonca di ladri, ma non per questo riusciranno ad abbattere il tempio. Verrà infatti il tempo quando saranno scacciati fuori mediante la fune dei loro peccati. Quanto invece al tempio di Dio, cioè al corpo di Cristo, all’assemblea dei fedeli, una sola ne è la voce, e come un solo uomo così canta nel salmo. Questa voce già l’abbiamo udita in parecchi salmi, ascoltiamola anche in questo. Se lo vogliamo, sarà anche la nostra voce; se lo vogliamo, potremo insieme ascoltare il cantore ed essere noi stessi nel nostro cuore dei cantori. Se al contrario non lo vogliamo, saremo dentro quel tempio come gente che compra e vende: saremo cioè persone che cercano se stesse. Entreremo nella Chiesa ma non per compiervi ciò che piace agli occhi di Dio. Ognuno di voi pertanto esamini con quali disposizioni ascolti [il salmo]: se l’ascolta per deriderlo, se l’ascolta per buttarselo dietro le spalle, ovvero se l’ascolta per sintonizzarsi con esso, se cioè vi riconosce la propria voce e agli accenti del salmo unisce gli accenti del proprio cuore. Sta di fatto comunque che alla voce del salmo non si può imporre di tacere. Chi può, o meglio chi vuole, si lasci istruire; chi non vuole non frapponga ostacoli. Lasciamoci inculcare l’umiltà, poiché con tale raccomandazione comincia.

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