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Don Marco Ceccarelli Commento Pasqua di Risurrezione “B”

Pasqua di Risurrezione “B” – 4 Aprile 2021
I Lettura: At 10,34.37-43
II Lettura: Col 3,1-4
Vangelo: Gv 20,1-9

  • Testi di riferimento: Sal 16,10; Is 25,8; 26,19; 53,10-12; Os 13,14; Mc 9,9-10.31-32; Gv 8,12;
    11,25-26; 19,40; 20,19.26; At 20,7; 26,17-18.23; Rm 5,17; 8,11; 1Cor 15,4.54-55; 16,2; 2Cor 4,10;
    13,4; Gal 2,20; 5,1.13; Ef 5,14; 1Ts 1,9; 2Tm 1,10-11; 2,11-12; Eb 2,14-15; 9,14; 1Pt 1,18-19; 1Gv
    1,2.5-7
  1. La Pasqua antica.
  • La Pasqua ebraica ci è descritta nel suo nascere dal libro dell’Esodo. Gli ebrei vivevano verso il
    Faraone un rapporto di schiavitù (la parola usata è ‘abodah: Es 1,14; 2,23; 5,9.11; 6,6.9; ecc.). Mosè
    chiede al Faraone di lasciare andare Israele perché possa rendere a Jahvè un servizio (anche in questo caso la parola è ‘abodah: Es 12,25; 13,5). Il problema stava nel fatto che gli ebrei erano considerati proprietà del Faraone ed egli ne disponeva come voleva. Jahvè dunque chiama gli ebrei non ad
    una libertà intesa come indipendenza, autonomia, ma a passare da un tipo di ‘abodah, quella verso
    il Faraone, ad un altra, quella verso di Lui. Ciò implicava evidentemente anche un cambio di proprietà. Per questo il Faraone non voleva consentire. Il momento chiave di questo passaggio di proprietà è la celebrazione della prima Pasqua, descritta in Es 12. Il sangue dell’agnello sacrificato
    sparso sugli stipiti della casa segna il passaggio di appartenenza dal Faraone al Signore. Per questo
    nulla che venisse posto sotto la protezione del sangue dell’agnello veniva colpito da quanto invece
    toccava a chi fosse ancora del Faraone. Anche nel momento in cui il popolo si mette in marcia il Faraone mostra di nuovo la sua indisponibilità a «lasciare andare Israele così che non ci serva» (Es
    14,5). Il passaggio del mar Rosso segnerà il compimento della Pasqua, il passaggio dal servizio al
    Faraone a quello verso Dio.
  • Il servizio del popolo a Jahvè si concretizzerà nella celebrazione del Pesach, cioè della Pasqua (Es
    13,4-5). Di anno in anno Israele deve celebrare questa ‘abodah della Pasqua (Es 12,25), e quando i
    figli chiederanno ai padri che significa questa ‘abodah essi risponderanno che si tratta del sacrificio
    della Pasqua (Es 12,25-27), cioè dell’agnello pasquale. Il rito pasquale che ha come fulcro il sacrificio dell’agnello che salva dalla morte e libera dalla schiavitù è il “servizio” che Israele offre a Dio
    (Es 13,5), e che esprime il rapporto di servizio che ora ha con Jahvè (e non più con il Faraone). La
    pasqua che continuerà ad essere celebrata annualmente come memoriale di questo passaggio,
    dell’appartenenza al Signore, rimarrà insufficiente, nell’attesa di un suo compimento più perfetto.
    L’Egitto e il Faraone rimangono una realtà, per così dire, ultratemporale, che continua a far sentire
    il suo influsso, la sua attrazione in modo costante in tutti i tempi.
  1. La Pasqua di Cristo.
  • «Cristo nostra Pasqua è stato immolato» (1Cor 5,7). Gesù, offrendosi in croce con il suo corpo e il
    suo sangue, di cui ci ha lasciato il memoriale nella sua ultima celebrazione pasquale, è il vero e definitivo agnello pasquale che ci libera dall’appartenenza al Faraone per farci servi di Dio. Come dice 1Pt 1,18-19: «Non per mezzo di cose corruttibili, argento o oro, siete stati riscattati dalla vostra
    vuota condotta, … ma per il sangue prezioso di Cristo come di agnello senza macchia né colpa». La
    pasqua di Cristo riscatta gli uomini, cioè li libera dalla loro condizione di servizio coatto al demonio
    (Eb 2,14-15). Cristo risorto permette all’umanità di rendere culto all’unico vero Dio, di lasciare il
    servizio agli idoli per servire il Dio vivente (1Ts 1,9; Eb 9,14). Rimane però sempre presente
    l’esistenza di un Faraone che non rinuncia alla perdita dei suoi servitori. Rimane la possibilità di
    usare male la libertà che Cristo ci ha ottenuto e di diventare di nuovo schiavi (Gal 5,1). Raggiungere
    la libertà consiste nel ritornare a quella terra del servizio a Dio da cui si era stati cacciati, a causa del
    peccato. La libertà è la possibilità di non servire più le proprie passioni, di non vivere secondo la
    carne ma secondo lo spirito (Gal 5,13).
  • Non si può servire a due padroni (Mt 6,24). La libertà non consiste nell’assenza di un servizio, ma
    nell’aver trovato il giusto referente del servizio. Per poter fare Pasqua, cioè passare al servizio a
    Dio, occorre rinunciare al servizio verso altri padroni. L’illusione di poter servire Dio e allo stesso
    tempo continuare a servire le proprie concupiscenze è assolutamente fallace. Per questo occorre rinunciare al lievito vecchio di cattiveria e malvagità per diventare pasta nuova (1Cor 5,7-8). Occorre
    rinunciare, seriamente, a Satana e a tutte le sue seduzioni, come ogni anno la veglia pasquale ci invita a fare. Se il Figlio dell’uomo ci libererà saremo veramente liberi (Gv 8,36).
  1. La vittoria sulla morte.
  • «Cristo ha distrutto la morte e ha portato alla luce la vita» (2Tm 1,10). Con la sua risurrezione Gesù ha svelato che dietro la morte c’è la vita. L’ha riportata alla luce, come se prima fosse nascosta.
    In effetti era nascosta, non si vedeva; non si poteva percepire quello che c’era dietro la croce e la
    morte. La croce di Cristo ci ha svelato che la morte non esiste, che la croce non è un luogo di terrore, di morte, un luogo tenebroso; Cristo ha portato alla luce la vita, ha mostrato che quella morte è
    solo una apparenza. Vincendo la paura della morte Cristo ci ha svelato l’inganno del demonio. Non
    è vero che nella croce c’è la fine di tutto; non è vero che nella croce si muore: possiamo vivere sulla
    morte, possiamo camminare sulle acque. Vincendo la paura della morte Cristo viene così a liberare
    quelli che per paura della morte sono tenuti in schiavitù per tutta la vita (Eb 2,15). Questa vittoria
    sulla morte adesso ci viene donata nel battesimo, nella vita nuova che Cristo ci dona attraverso il
    suo Spirito.
  • La potenza della risurrezione. Cristo non è soltanto risorto, ma ha vinto la morte definitivamente.
    Cristo rimane incorruttibile; la morte non ha più potere su Cristo (Rm 6,9). Ma questa potenza della
    sua risurrezione viene data già oggi a chi crede in lui (Fil 3,10). Infatti, egli è la risurrezione e la vita; chi crede in lui non morirà in eterno (Gv 11,25-26). Il cristiano ha già oggi la risurrezione di Cristo in sé, così che «colui che ha vinto una volta la morte per noi, la vince sempre in noi» (S. Cipriano). La vita di Cristo ci viene donata nel battesimo di modo che siamo uomini nuovi, siamo risorti
    con Cristo, possiamo camminare in una vita nuova (Rm 6,4), siamo liberati dalla paura della morte,
    quella morte che ci impediva di amare i fratelli, perché «chi non ama è nella morte; ma noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli» (1Gv 3,14). La risurrezione di
    Gesù diventa una forza che continua ad operare nell’esistenza dei cristiani. È la potenza della risurrezione di Cristo che permette di amarci come lui ci ha amato. È la potenza della risurrezione di
    Cristo che ha permesso alla Chiesa di mantenersi viva per duemila anni, che ha permesso a infinite
    schiere di cristiani di morire per Cristo, che ha prodotto moltitudini di santi, di apostoli, di persone
    che hanno rinunciato a vivere per se stessi donando la vita a Dio e ai fratelli. Chi partecipa della potenza della risurrezione ha vinto la paura della morte ed è veramente libero. Cristo ci chiama a diventare partecipi di questa eredità che lui ci ha guadagnato, cioè la vita nuova di figli di Dio, la natura di Dio, che mi permette di vivere non più nella carne, ma nello Spirito (Rm 8); cosicché se lo
    Spirito di Cristo abita in noi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai nostri
    corpi mortali.
    P.S.
    Cristo non ha vinto soltanto la morte. Ha vinto anche tutti coloro che in diversi modi, nel corso dei
    duemila anni dell’era cristiana, hanno voluto negare la sua risurrezione e ridicolizzare la fede in essa. Non esisterebbe il cristianesimo se Cristo non fosse risorto; non esisterebbe alcun ricordo di Cristo se egli non fosse risorto. Gesù non è risorto semplicemente nella coscienza e nella memoria dei
    suoi discepoli, come hanno voluto sostenere alcuni scrittori dell’ottocento. La sua morte ignominiosa non aveva nulla di eroico, epico, favoloso, nemmeno agli occhi dei suoi stessi discepoli. Nessuno
    avrebbe conservato memoria di lui se non fosse risorto, se non fosse apparso ai suoi discepoli e se,
    soprattutto, non avesse mandato il suo Santo Spirito che ha trasmesso la potenza della Risurrezione
    ai suoi discepoli.

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/


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