Monastero Marango”Un patto per la vita”

Santissimo Corpo e Sangue di Cristo (Anno B) (06/06/2021)

Vangelo: Mc 14,12-16.22-26 

Tutte e tre le Letture parlano di «alleanza»: è la dimensione nella quale vivere l’esperienza più piena della relazione con Dio, come lo è l’Eucaristia. Proprio per questo, l’alleanza è sancita dal sangue, «perché il sangue espia, in quanto è la vita» (Lv 17,11).
L’alleanza è un patto per la vita, stabilito con la vita. Dio si lega all’uomo promettendogli la salvezza, ovvero la vita senza fine, senza mali. All’uomo, Dio chiede solo di ascoltarlo, di lasciarsi legare a Lui (prima Lettura). E il popolo di Israele ha un lampo di fede bellissimo: «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto». Da sempre incuriosisce e interroga che si dica di voler fare, prima ancora di aver ascoltato. Per me è un atto di fiducia pieno in Dio: fidarsi di Lui, più ancora che del contenuto delle sue parole. Non è fede cieca: è relazione vera, nella quale ci si coinvolge e ci si mette in moto a motivo dell’Altro e del suo legame.
Le parole che vanno a costituire l’alleanza con Dio («tutti i comandi che il Signore ci ha dato») sono fissate con «il sangue dell’alleanza», asperso sull’altare (segno della presenza di Dio) e poi sul popolo. Da allora Dio e il popolo sono legati dal sangue, dalla vita, e per la vita. Dio mette tutto se stesso in quel patto. Così rimarrà legato a quel popolo anche dentro le ferite più grandi che Israele provocherà al loro legame. Dio metterà davvero tutto se stesso in quel legame, e più Israele lo tradirà, più Lui lo trarrà a sé con legami di bontà, con vincoli di amore (cfr. Os 11,4).
Oggi si fa fatica a vivere legami permanenti: con questo non si pretende che si pratichi una fedeltà ad ogni costo, ma di mettere tutto se stessi nelle relazioni d’amore, immergersi (lasciarsi «battezzare») totalmente, senza lasciarsi determinare né dalle mareggiate né dalle secche. Così fa Dio con l’uomo, e così il patto diventa il legame per la vita, per far vivere.
 
Come Dio ha donato a Israele la Parola e i suoi comandamenti e l’ha consacrata con l’alleanza del sangue, della vita, così Gesù sancisce il dono ai suoi discepoli della sua Parola con il dono della sua vita, che lo lega inseparabilmente all’uomo: «Il mio sangue dell’alleanza».
«Dove vuoi che andiamo a preparare…», ma è Gesù che prepara. Infatti, come per il suo ingresso a Gerusalemme, Egli manda due discepoli; essi trovano il segno indicato dal loro Maestro, cioè un uomo con una brocca (lì era un asinello legato). Poi dicono le parole suggerite da Gesù e tutto avviene come Lui aveva indicato. In questi due episodi, così decisivi perché rivelativi, Gesù mostra di disporre Lui gli avvenimenti perché, alla luce delle Scritture, emerga la sua autorevolezza. Gesù così prevede degli avvenimenti di per sé banali, ma, in questo modo, mostra la sua preoccupazione che le cose vadano proprio così: ha voluto stabilire la vera Pasqua – passaggio. Essa consiste proprio nel trasferimento dalla figura (la Pasqua ebraica) alla realtà: il suo corpo donato, la sua vita spesa (sangue versato) che stabiliscono la nuova ed eterna alleanza.
 
La liturgia salta i versetti nei quali Gesù annuncia il tradimento di uno dei Dodici. Nel Vangelo di Marco non viene identificato Giuda, perché tutti devono considerare la possibilità del tradimento da parte loro. Non si partecipa al banchetto eucaristico in nome della propria fedeltà al Signore: è solo un dono gratuito, a disposizione ancor più di chi ne ha maggiormente bisogno, perché più lontano dal Signore. Se l’amore si misura sul bisogno dell’altro, un traditore è colui che ne ha più bisogno, e ne riceve di più dal suo partecipare all’Eucaristia.
 
A quell’Ultima Cena non si parla più di agnello pasquale, una figura che ricupererà in modo bellissimo invece l’Apocalisse. Qui diventa una cena conviviale dove si è chiamati a partecipare al corpo e al sangue del Signore. È la vita stessa di Dio che diventa nostra vita. Perché Lui stesso si fa alimento per la nostra esistenza. Come i cibi permettono la vita, e senza mangiare non viviamo, così la vita stessa di Dio diventa nostro nutrimento. Cioè si offre in maniera naturale al nostro bisogno, come il cibo per il nostro corpo. In altre parole, non si attinge più Dio per vie esterne all’umano. Lui stesso si fa ciò che ci risulta più “umano”: quello che ci è più necessario e più quotidiano per vivere la nostra vita umana, come lo è il cibo.
Eppure, questa esperienza “umana” di Dio, che è la sua comunione con noi, è già esperienza che trascende l’umano. Infatti Gesù dice: «Non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio». Può riferirsi alla fine dei tempi, ma si può interpretare anche come un’allusione alla realtà nuova a cui si partecipa con la Pasqua di Gesù, con la partecipazione all’Eucaristia. Sono ormai inaugurati i tempi nuovi e definitivi: l’Eucaristia è già entrata piena nella vita di Dio nel suo partecipare pienamente alla nostra condizione umana con la passione, morte e risurrezione di Gesù Cristo. Abbiamo ancora bisogno della mediazione del pane e del vino per fare esperienza della comunione divina del corpo e del sangue del Figlio di Dio. Perciò il limite umano c’impedisce di cogliere appieno tale esperienza. Ma, in paradiso, non vivremo più di quello che già ci è donato qui e ora, nell’Eucarestia. Per la vita del mondo.
 
Alberto Vianello

Fonte:https://www.monasteromarango.it/