XIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)  (07/08/2022)

Vangelo: Lc 12,32-48 

Il Gesù di Luca è determinato a salire a Gerusalemme per vivere la sua Pasqua: salire sulla croce, risalire dagli inferi — liberando quanti lì si trovavano prigionieri — e salire finalmente al Padre per fare dei suoi apostoli i testimoni (mártyres) del suo Vangelo, pieni della dynamis dello Spirito che solo potrà farli correre fino agli estremi confini della terra (cfr. Atti, 1,8) e far correre ogni apostolo fino alla fine dei tempi.

Gesù cammina a passo sostenuto eppure è circondato da una folla numerosa («migliaia di persone», Luca, 12,1) che apostrofa con il titolo di «amici miei» (Luca, 12,4); poi, però, si rivolge ai suoi discepoli, al gruppo dei suoi intimi, chiamandoli «piccolo gregge» (Luca, 12,32) e raccontando loro una parabola affascinante che invita a destare il cuore dal torpore per liberare i palpiti del desiderio della venuta del Figlio dell’uomo (cfr. Luca, 12,35-41).

Da sempre la folla è una realtà che ha i tratti di una massa incalcolabile e indistinta dove ogni persona rischia l’anonimato; i discepoli invece sono un gregge sparuto, facile da contare, sono nomi di cui è possibile fare l’appello. La moltitudine ingloba disperati, curiosi, dubbiosi; i discepoli invece sono la “scrematura” dei seguaci, quelli che ogni mattina fanno attento il loro orecchio e si lasciano scavare interiormente dalla Parola del loro Maestro (cfr. Isaia, 50,4-5).

I discepoli fanno parte di un «piccolo» gregge perché alla logica del mondo — molto allettante perché vuole l’affermazione di sé — hanno preferito la logica del regno — poco attraente perché prevede il servizio e il dono incondizionato di sé. Appartenere al piccolo gregge è pertanto conseguenza di un rapporto privilegiato con il regno del Padre inaugurato da Cristo, un regno che «non è di questo mondo… non è di quaggiù» (Giovanni, 18,36), un regno che non è — come dice san Paolo — questione di «cibo o bevanda, ma giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo» (Romani, 14,7). I discepoli sono dunque pochi perché non si trovano molti disposti a essere sudditi di un re diverso dai re della terra, che non fa marcire i cattivi, non ne elimina le tracce dalla faccia della terra con fuoco inestinguibile, ma li trasforma dal di dentro facendo germogliare gli aneliti più belli e santi del loro cuore.

Dal momento che la vita è un sentiero verso il regno e ogni scelta è in funzione della meta, si comprende inoltre che un discepolo e una discepola non vivono da ostaggi delle cose di questo mondo e non accettano la dittatura dei bisogni materiali. Essi vivono invece “secondo il cielo”, secondo la ricchezza del cielo. Per questo Gesù dice loro: «Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma» (Luca, 12,33). L’unico tesoro che non può essere rubato e che non può essere aggredito da nessun agente atmosferico si trova in cielo.

E poi Gesù spiega cosa significhi procurarsi un tesoro nei cieli: «Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore» (Luca, 12,33-34). Cosa un uomo e una donna hanno a cuore? Ciascuno attacca il proprio cuore a ciò che gli dà sicurezza. Avere la propria sicurezza in cielo significa attaccare il cuore — centro decisionale di ogni persona — a Dio, al Padre, che è nei cieli, non perché vive in un superattico nei cieli, ma perché — come esprime il semitismo «cieli» (Luca, 10,20; 18,22) – egli è “superlativamente”, “eminentemente” padre, senza ombre, né sbavature, né macchie e il suo è il regno «dei cieli» non come collocazione geografica, ma nel senso che è diverso da quello degli uomini e la sua regalità si distingue dalla regalità secondo il mondo. Chi mette le sue radici in cielo è destinato a contemplare il capovolgimento più grande della storia: il Signore della storia che si cinge i fianchi per servire i suoi servi che hanno il cuore acceso e sanno essere fedeli e lungimiranti (cfr. Luca, 12,42-38). 

di ROSALBA MANES

Fonte:https://www.osservatoreromano.va


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