Don Paolo Zamengo “Metabolismo da ricchi”

XXVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)  (25/09/2022)

Vangelo: Lc 16,19-31

Tra le due parabole, quella della scorsa domenica, la parabola
dell’amministratore astuto e questa del ricco e del povero Lazzaro, c’è una
osservazione dell’evangelista Luca: “I farisei che erano attaccati al denaro,
ascoltavano tutte queste cose e si burlavano di lui”.

Noi, forse , non arriviamo al punto di deridere Gesù. Forse è anche vero che noi non esaltiamo i ricchi e i
potenti ma non è forse vero che sono loro a fare notizia, loro ad avere i flash, le cronache, i paparazzi, i
palcoscenici, i rotocalchi? Loro hanno un nome.
Condanniamo i farisei che si facevano beffa di Gesù, però nei nostri discorsi che riguardano la vita diciamo
sì “beati i poveri”, però il culto lo diamo ai ricchi. I ricchi che dispongono già di una corte, come il ricco del
vangelo. Il povero Lazzaro non ha nessuno, solo come un cane e vegliato dai cani. I ricchi hanno un nome, i
poveri no. Che è proprio il contrario di quello che vuole Dio. Per Lui il nome lo hanno i poveri. Nella
parabola il ricco che ha tutto, casa, vestiti di porpora, amici con cui banchetta, non ha un nome, per Dio
non ha nome.
Al contrario ha un nome quel povero che non ha niente, non ha casa, non ha soldi, non ha salute, non ha
amici. Eppure conosciamo il suo nome. Ha un nome per Dio. Dio conosce per nome i suoi figli e ascolta il
grido della loro sofferenza. E per me? chi ha un nome per me? Sono i poveri o i ricchi ad avere un nome per
me? Anche se non siamo ricchi, sentiamo una sottile seduzione per la ricchezza.
Ma perché questo ricco è condannato? Non perché è un violento o un oppressore. Non è detto. Non
perché è contro Dio, non perché è contro il prossimo. Non è detto. Possiamo dire che viene condannato
non per le sue azioni ma per le sue omissioni. Noi siamo facili a nasconderci dietro un alibi: non ho fatto
nulla di male.
D’accordo. Ma poi come sto in quanto a omissioni? Il ricco è condannato perché non “pensa”: la sua è una
vita da spensierato. E sta scritto nel libro di Amos: “Guai agli spensierati di Sion, a quelli che si considerano
sicuri sulla montagna di Samaria”. Guai agli spensierati! “Non pensano” o pensano solo a se stessi. Gesù
non ha paura di raccontare la bruttura della povertà ma anche bruttura della chiusura del cuore davanti
alla miseria.
Il ricco è condannato perché “non vede”. il povero è invisibile a chi ha perduto gli occhi del cuore. E anche
questo è tremendo e sconcertante perché Lazzaro non è lontano, invece è alla sua porta e non lo vede.
Così come è vicina la Parola di Dio, hanno Mosè e i profeti, ma non l’ascoltano. È in cerca di apparizioni.
Ma se non su ascoltano Mosè e i profeti, le apparizioni sono solo curiosità o spettacolo che non converte il
cuore.
Ecco, qui sta il pericolo del “vivere da ricchi”. E ci riguarda. I segni sono vicini ma non li vediamo. Le voci ci
sono ma non le sentiamo. Non sono le voci che mancano, manca la libertà. La libertà soffocata o dalla
magia del possedere o dal vuoto della spensieratezza. Questo è il dramma.
I poveri sono vicini ma c’è un abisso. Non è l’abisso dell’al di là. “Tra noi e voi è stabilito un grande abisso”
dice Abramo. L’abisso dell’al di là è semplicemente la copia dell’abisso dell’aldiquà. Ci sono attorno a noi
situazioni da tragedia, ma noi non vogliamo essere sfiorati, passiamo per un’altra strada. Siamo troppo
pieni, troppo occupati nei nostri giochi: ci piace vivere da ricchi.
Un noto presentatore Rai, del quale non dirò il nome perché da anni è mancato , volendo annunciare il suo
passaggio miliardario a Mediaset, si è giustificato con una celebre frase: “Sono un povero col metabolismo
da ricco”. Chissà se invidiamo il suo metabolismo da ricco.


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