Paolo De Martino “Il peccato, spazio dove Dio crea”

XXX Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)  (23/10/2022)

Vangelo: Sir 35,15-17.20-22; Sal 33; 2Tm 4,6-8.16-18; Lc 18,9-14

Questa parabola si trova solo nel Vangelo di Luca. Insieme alla parabola precedente, costituisce un piccolo “compendio sulla preghiera”.

Una storia, due personaggi: un fariseo e un pubblicano. Due uomini che salgono al tempio a pregare (la preghiera ufficiale si svolgeva due volte al giorno, alle nove e alle quindici). Due modi diversi di stare davanti a Dio, agli altri e a se stessi.

Luca ci mostra che lo stile con il quale stiamo davanti a Dio, dipende da quale idea di Lui, di noi e degli altri, abbiamo nel cuore. Insomma, “dimmi come preghi e ti dirò in che Dio credi.”

Amico lettore, il Dio che preghi è quello che ha svelato Gesù di Nazareth oppure un mix di superstizioni e consuetudini che ti sei costruito? Sono convinto che molte persone abbiano una pessima esperienza di preghiera perché si rivolgono a un Dio frutto delle loro proiezioni ma che non ha nulla a che vedere con il Dio di Gesù di Nazareth.
Fariseo

Il fariseo si ritiene giusto perché, a differenza degli altri, rispetta scrupolosamente i dieci comandamenti. Per questo motivo erano separati dal resto della gente che neppure toccavano per non contaminarsi (fariseo, infatti, significa “separato”). Insomma erano i santini dell’epoca. Il fariseo è il modello della religiosità del tempo. Rifletto sempre sul fatto che i pii e i religiosi del tempo, in nome di Dio, abbiano ucciso il Figlio di Dio.

Il fariseo fa una preghiera lunga, in piedi, (per Luca è un segno di superbia, anche se era normale per un ebreo) in silenzio, «pregava così tra sé» (in greco è tradotto “egli pregava se stesso”). Fa una preghiera di ringraziamento, la sua però è autoreferenziale, non attende nulla da Dio. Si è costruito una sua giustizia, con il solo obiettivo di “sentirsi a posto” e non dover dipendere da nessuno, nemmeno da Dio. Ha già i suoi meriti (veri) e gli bastano. Nella prima parte elenca ciò che lui non fa, nella seconda, ciò che lui fa (e fa di più di quello che gli è chiesto). Insomma la sua vita e la sua preghiera sono davvero irreprensibili, il fariseo è davvero un ottimo religioso.
Pubblicano

Sale al tempio anche un pubblicano. Erano amici dei Romani, collaborazionisti e per questo odiati dagli ebrei. Imbrogliava Dio e i poveri. Faceva uno dei sette lavori maledetti e proibiti agli ebrei. Il pubblicano se ne sta a distanza, il posto che compete a chi è lontano da Dio e la sua preghiera è molto breve. Anche lui dice la verità: è un povero peccatore, sa che da solo non può farcela, ha bisogno del perdono di Dio. Il pubblicano, infatti, non aveva nulla da offrire a Dio per meritare il perdono, neanche la sua conversione, poiché questa poteva suscitare il perdono di Dio solo dopo una lunga preparazione e poi avrebbe dovuto abbandonare il suo lavoro e restituire al 120 per cento tutto ciò che aveva rubato. Insomma, erano un caso disperato.
Verità

Entrambi hanno un atteggiamento vero ma Gesù dice che solo uno se ne va giustificato, il pubblicano. La risposta di Gesù doveva apparire scandalosa. Il pubblicano è gradito a Dio senza dover fare penitenza; lo stesso Dio rifiuta la salvezza al fariseo che si sforzava di arrivarci con penitenze e una scrupolosa osservanza della Legge. Perché?

Il fariseo inizia molto bene la preghiera ma poi fa un confronto con gli altri. La vera preghiera ci fa ritrovare, senza false apparenze, di fronte a Dio. Il pubblicano invece si riconosce così com’è: peccatore. Riconosce la sua situazione, la sua realtà, non s’inganna. Bisogna riconoscersi poveri davanti a Dio per ricevere la ricchezza, che è Dio stesso. Il pubblicano, a differenza del fariseo, sa di essere ammalato e di aver bisogno del medico che è Dio.

Il fariseo si nasconde dietro ciò che fa, vede solo una parte di sé. Rifiuta il suo lato oscuro e non riesce ad ammettere che anche lui è un peccatore come il pubblicano. In fondo quello che lui giudica nell’altro è proprio quello che non sopporta di se stesso. Il fariseo adempie le leggi religiose, è onesto ma infelice. “Io digiuno, io pago le decime, io non sono… ”. Il fariseo non cessa di ripetere: io, io, io. Ha dimenticato la parola più importante: tu (infatti, il pubblicano inizia la preghiera dicendo: «Tu abbi pietà»).

Amico lettore, la preghiera non dev’essere pia, dev’essere vera. Pregare è aprire le stanze della tua vita e lasciare che Dio illumini tutto ciò che è oscuro, che non ti piace di te stesso e che non vorresti affrontare. Lo so’, fa male vedersi per quello che si è realmente ma tranquillo, Dio non teme nulla. Fallo entrare dove provi vergogna, perché Lui ama ogni cosa.
Noi

L’atteggiamento del fariseo ci interroga: può esserci una vita religiosa senza fede? Sì! Possiamo essere religiosamente impeccabili, eppure lontani da Dio. Possiamo andare a messa tutte le domeniche e impedire a Dio di entrare nella nostra vita. E’ possibile realizzare un cristianesimo senza Cristo, pieno di uomini irreprensibili, formalmente ligi alle regole, eppure lontani da Dio. Guai se le nostre comunità fossero un insieme di persone che si ritengono giuste. Se mettiamo al centro noi stessi, nessuna relazione funziona. Amico lettore, sai qual è il tranello nel quale cade il fariseo? Credere che questa domanda riguardi gli altri, e non lui. Non ti è mai capitato, amico lettore, di entrare in chiesa, vedere qualcuno seduto e pensare: “Eccolo, viene in chiesa ma poi fuori si comporta male, dov’è la coerenza?”.
Giustificato

Il pubblicano torna a casa giustificato, non perché umile ma perché si apre a chi è più grande del suo peccato. Proprio perché si riconosce disgraziato, che può ricevere la grazia. Proprio perché le sue mani sono vuote che Lui le può riempire. Bisogna riconoscersi “di-sgraziati” per chiedere di essere graziati. Il pubblicano è salvato perché perduto, perché la misericordia è attratta dalla miseria. Il peccato è l’unica via attraverso la quale sperimentiamo Dio come misericordia. «È una gioia sentirsi deboli e miserabili, perché più lo riconosciamo umilmente, attendendo tutto gratuitamente dal buon Dio senza alcun nostro merito, più Egli si abbassa per colmarci dei suoi doni» (Teresa di Lisieux). La pedagogia del vangelo è sconcertante. Dio si rivela ai deboli non ai forti: ai peccatori, ai pubblicani e alle prostitute non ai puri.
Rovescio

Siamo noi questi due personaggi. Noi siamo contemporaneamente farisei e pubblicani. Nessuno di noi è solo giusto o solo peccatore. La cosa peggiore sarebbe comportarci come il pubblicano nella vita e come il fariseo nel tempio. Cerchiamo almeno di essere farisei nella vita e pubblicani nel tempio. Come il fariseo, cerchiamo di essere nella vita onesti e giusti, pagando le tasse; come il pubblicano, imploriamo, quando siamo in chiesa, per noi e per tutti, la sua misericordia.

La bella notizia di questa domenica? La nostra miseria, se accettata, può diventare lo spazio dove Dio può ancora creare una storia d’amore.

Fonte:https://paolodemartino.wordpress.com/


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