Alessandro Cortesi Commento XXX Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)

XXX Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)  (23/10/2022)

Vangelo: Sir 35,15-17.20-22; Sal 33; 2Tm 4,6-8.16-18; Lc 18,9-14

Nella parabola del giudice iniquo e della vedova (cfr. Lc 18,1-8) Luca aveva indicato la preghiera come atteggiamento di chi, povero, sta davanti al Dio fedele, ed aveva anche insistito sulla necessità di pregare sempre senza stancarsi. La preghiera per Luca è attitudine di chi si scopre povero e si apre alla consapevolezza dello sguardo di un Dio che “ascolta la preghiera dell’oppresso”. A seguire Luca presenta una parabola di Gesù che pone a confronto due modi di pregare: c’è infatti una falsa preghiera che si oppone ad un pregare autentico.

“Gesù disse questa parabola per alcuni che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri. …”. Gesù così narra di due uomini che salgono al tempio, uno di loro è persona religiosa e osservante, il fariseo, l’altro è un esattore delle tasse,  per la sua attività è legato al denaro ed è lontano da tuto ciò che riguarda la religiosità: è il pubblicano. Si recano al medesimo luogo, il tempio, ma con due atteggiamenti profondamente diversi.

La preghiera del fariseo è espressione di una tensione religiosa alta e profonda, propria del fariseismo. Era questo un gruppo laicale presente nel panorama sociale d’Israele del I secolo, caratterizzato da un’adesione convinta alla legge, e dalla tensione a cercare come attuare la legge nelle situazioni diverse della vita e della storia: i farisei erano per questo attenti a far sì che vi fosse una coerente fedeltà. Dal punto di vista storico i farisei erano un gruppo assai impegnato e vicino anche alla sensibilità di Gesù. A differenza dei sadducei, legati al tempio e alla classe dei sacerdoti e aristocratici, i farisei erano laici. La preghiera del fariseo esprime la vita di un uomo attento e scrupoloso nel suo impegno. La sua vita è retta davanti a Dio e agli altri. E tutto ciò è buono. Tuttavia il modo in cui si pone nella preghiera manifesta una attenzione su di sé, un presentarsi come ricco di meriti che fanno concentrare l’attenzione sulla sua persona, sul suo valore e non sul dono di Dio. Egli presenta a Dio i suoi buoni comportamenti avvertiti come possesso e come successo e non chiede nulla. Si manifesta quasi un tentativo di piegare Dio alla sua grandezza piuttosto che un chinarsi alla bontà di Dio stesso. La sua rettitudine si accompagna ad un atteggiamento di disprezzo verso gli altri.

Dall’altra parte Gesù presenta il profilo del pubblicano, un uomo consapevole della propria situazione e del suo peccato: esercitava un mestiere mal visto e impuro. Non è a suo agio nel tempio, luogo di culto. La sua preghiera è essenziale e si riduce ad un’invocazione: ‘Dio, abbi pietà di me peccatore’. In poche parole esprime tuttavia la consapevolezza di non aver nulla di cui vantarsi e la supplica di essere accolto e perdonato.  Non pone al centro pretese né autosufficienza. E’ sincero e senza difese nella verità della sua vita, e si pone nelle mani di Dio. Egli riceve il perdono di Dio, accoglie la sua misericordia perché è libero dal proprio io, dal vanto per qualche grandezza o ricchezza. “Io vi dico: questi tornò a casa giustificato”. Gesù lo indica come esempio di autentica preghiera che è esperienza di gratuità e di salvezza.

Alessandro Cortesi op

Fonte:https://alessandrocortesi2012.wordpress.com/


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