Mons.Francesco Follo Lectio”La comunione vince le tempeste della vita”

19ª Domenica del Tempo Ordinario – Anno A – 9 agosto 2020

Rito Romano

1 Re 19,9a.11-13a; Sal 84; Rm 9,1-5; Mt 14,22-33

Rito Ambrosiano

9ª Domenica dopo Pentecoste

2Sam 12,1-13; Sal 31; 2Cor 4,5b-14; Mc 2,1-12

Premessa:

In questa domenica, il centro del brano evangelico di oggi è “il camminare sulle acque”, che è ripetuto quattro volte, due volte per Gesù e due volte per Pietro. Il camminare sulle acque è il desiderio fondamentale dell’uomo – le acque rappresentano l’abisso, la morte – il non essere inghiottiti dalla morte, il vincere il male e la morte. E la fede è ciò che permette di camminare sulle acque.

Il contesto del racconto di oggi è molto suggestivo perché rappresenta la situazione nostra dopo Pasqua. Gesù è assente, è rimasto da solo sul monte a pregare. Nessuno di noi lo vede. E’ assente, da solo, sul monte, presso il Padre. Noi siamo di notte, in barca, da soli, a remare per compiere la traversata che ci ha ordinato di fare.

In realtà Lui non è assente, è presente nel pane moltiplicato e condiviso (cfr. domenica scorsa). Cioè nell’amore fraterno, concreto, nel dono dello Spirito, abbiamo la presenza stessa di Dio che ci fa passare dalla morte alla vita. Però gli Apostoli ritengono che questo pane sia un fantasma, sia un rito da celebrare, ma che c’entra con la vita.

E, tra l’altro, abbiamo nel Vangelo di Matteo, tre scene sulla barca. La barca è sempre simbolo della Chiesa e rappresenta la Chiesa nelle sue tre situazioni:

–  nella prima scena, al capitolo 8, Gesù è insieme con gli apostoli e dorme e si risveglia mentre sembra che stiano affondando: rappresenta la prima vicenda della Chiesa che è sulla stessa barca con Gesù, con Gesù che dorme e si risveglia; cioè con Gesù risorto. E’ la prima tempesta che hanno avuto i discepoli. Proprio in quella prima tempesta, Gesù “confeziona” il pane, cioè dà la sua vita per noi.

–   Nella seconda scena (quella del Vangelo di oggi) Lui non c’è più: è la storia della Chiesa dopo la Resurrezione e l’Ascensione. Lui è sul monte, da solo, a pregare. Noi qui da soli, ad affrontare le stesse difficoltà, a cercare di camminare sulle acque come ha fatto Lui. Ma come si fa? E’ il nostro problema. È il problema della Chiesa, è il problema della fede.

– infine, la terza scena, descritta nel capitolo 16, dove Gesù è sulla barca con loro che non hanno pane. Cristo chiede se hanno del pane, ma senza troppo lievito, perchè il pane c’è, ma questo pane è corrotto dal lievito del potere e da altri lieviti non buoni.

Il pane che Gesù ci dà è per superare le tempeste della vita, è sempre per camminare, come Lui ha camminato. Come il pane di Elia, che gli servì per camminare quaranta giorni e quaranta notti, fino al monte Oreb (cfr. 1 Re, 19).

Per quanto riguarda la barca, non dimentichiamo che essa è qualcosa di molto fragile, che sta fra la terra e il cielo, sospesa nel vuoto, insidiata dall’abisso, e poi nella notte è particolarmente impressionante la barca: è avvolta dal nulla, dall’incertezza. Se poi ci troviamo con le onde alte, con il vento contrario, è una situazione molto difficile. Ed è un po’ questa scena la cifra della nostra vita: siamo tutti sulla barca, il mare è agitato, il vento è contrario e anche l’abisso è contrario.

Siamo in difficoltà, ma le difficoltà sono la pietra di paragone che graffia via da noi tutto ciò che non è oro. Davanti alla difficoltà ciò che non vale, cade. Anche tutte le nostre pie supposizioni, le nostre pie elevazioni, davanti alla realtà concreta cadono. E’ qualcos’altro che resiste, solo l’oro, che è la fede.

Ed è per questo che Paolo si vanta delle tribolazioni, perché le tribolazioni macinano (tribolare vuol dire macinare) quella pietra che è il nostro cuore; e in questo macinare il cuore si purifica e rimane solo la speranza che non delude.

A conclusione di questa premessa, vorrei accennare anche al fatto che oggi il vangelo parla di due solitudini, Quella dei discepoli che sono sulla barca soli o, meglio, isolati. La loro è una solitudine da isolamento, di chiusura su se stessi e ciascuno cerca di salvarsi da solo. Sono tenuti insieme dalla paura.

Cristo, solo, sul monte a pregare non è isolato perché in comunicazione con il Padre attraverso la preghiera. E’ diversa la solitudine dall’isolamento quando si è in comunione con Dio e, in Lui, con i fratelli. Per questo è importante imitare Gesù in preghiera.

1) Preghiera di Gesù, da imitare.

Leggendo il brano evangelico, che la liturgia ci propone oggi, la nostra attenzione è attirata dalla potenza di Gesù, che cammina sulle acque, e dalla Sua parola che calma la tempesta del lago.

Ma credo che si utile accennare anche a ciò che immediatamente precede e segue questo miracolo, il quale mostra come Cristo sia il Signore che domina anche la natura e non solo moltiplica i pani e i pesci1. In effetti all’inizio di questo vangelo San Matteo parla della preghiera solitaria di Gesù (“salì sul monte, solo, a pregare” – Mt 14, 23) e, alla fine, ci racconta la professione di fede dei discepoli “Davvero tu sei Figlio di Dio!” – Id 14, 33).

Nel ritmo intenso della sua giornata, Gesù ha sempre trovato il tempo per la preghiera, o al mattino presto o alla sera tardi, dopo aver congedato la folla come leggiamo in questo episodio del Vangelo. Non è certo possibile per noi penetrare tutto il segreto di questa sua preghiera solitaria. Ma possiamo almeno avvicinarci un poco, tenendo presente che Gesù si rivolge a Dio invocandolo sempre con il nome di Padre. La sua preghiera è anzitutto filiale. Ma proprio perché filiale la preghiera di Gesù è obbediente. La sua è al tempo stesso la preghiera del Figlio e del Servo del Signore. Già nel termine Padre sono incluse ambedue le dimensioni: la familiarità e l’obbedienza. Coscienza della propria filiazione e totale dipendenza sono i due poli della preghiera di Gesù, e sono – ancor prima – le strutture essenziali della sua persona. Non dovrebbe essere così di ogni cristiano? Direi proprio di sì.

Gesù non è solo il Figlio di Davide discendente messianico regale, o il Servo di cui Dio si compiace, ma è anche il Figlio unigenito, l’amato, simile a Isacco, che Dio Padre dona per la salvezza del mondo. Nel momento in cui, attraverso la preghiera, Gesù vive in profondità la propria figliolanza e l’esperienza della paternità di Dio (cfr. Lc 3,22b), discende lo Spirito Santo (cfr. Lc 3,22a), che lo guida nella sua missione e che Egli effonderà dopo essere stato innalzato sulla croce (cfr. Gv 1,32-34; 7,37-39), perché illumini l’opera della Chiesa..

Guardiamo a Gesù ed alla sua preghiera, che attraversa tutta la sua vita (e non solo l’episodio di oggi), come un canale segreto che irriga l’esistenza, le relazioni, i gesti e che lo guida al dono totale di sé, secondo il progetto di amore di Dio Padre per gli uomini.

Nella nostra preghiera noi dobbiamo imparare ad entrare, sempre di più, nella preghiera di Gesù e rinnovare davanti a Dio la nostra decisione personale di aprirci alla sua volontà, chiedere a Lui la forza di conformare la nostra volontà alla sua, in tutta la nostra vita, in obbedienza al suo progetto di amore per noi.

2) Un’invocazione da fare tutti i giorni.

Veniamo alla parte centrale della narrazione evangelica di oggi: La barca sballottata dal mare, la paura dei discepoli, le parole di Gesù e il grido di paura di Pietro. Il primo degli Apostoli offre la sua paura a Chi ama e grida “Signore, salvami”. L’importante è aver fede e pregare come Pietro. Si noti il dialogo tra questo Apostolo e Gesù. Pietro cammina sulle acque come Gesù, ma non per potenza propria. La sua possibilità dipende unicamente dalla parola del Signore (“vieni!”) e la forza sta tutta nella fede. È questa una grande lezione per tutti. Aggrappato a questa fede, il discepolo può ripetere gli stessi miracoli del Signore. Ma se questa fede si incrina (“uomo di poca fede, perché hai dubitato?”), allora il discepolo torna ad essere facile preda delle forze del male. Il dubbio, di cui qui si parla, non è il dubbio intellettuale intorno alle verità della fede, ma la mancanza di fiducia di fronte alle difficoltà della vita, la mancanza di fede nell’Amore che ci ha creati.

San Pietro ha paura quando guarda solo a se stesso, alla forza del vento, e non alla presenza amorosa di Gesù. Così la paura uccide il coraggio e rende fragile l’incontro con il Signore.

Però San Pietro ha saputo chiedere a Gesù di esercitare la sua autorità a vantaggio del suo rapporto con Lui. La richiesta dell’Apostolo non senza un qualche grado di temerarietà, esprime tuttavia una vera fede nel Signore degli elementi e un sincero affetto nei suoi confronti.

Senza pensare al pericolo, acceso di fervore spirituale in presenza del Salvatore Pietro esce dalla barca. Ma amando con poca costanza e con minor sapienza si fa prendere dalla paura per le folate di vento improvviso e così a Gesù gli tocca di prenderlo per mano, come aveva fatto per la sua suocera malata.

È la mano del Signore che lo salva.

Certe volte si sopportano con animo forte prove pesanti per poi lasciarsi vincere da sofferenze più leggere. A Pietro “marinaio”, che fino a quel momento aveva lottato con il mare, fa paura il vento.

Non fu l’impeto delle onde agitata dal vento a cambiare, fu la disposizione d’animo a cambiare. La paura, però, non crea l’amore. Essa fa emergere l’amore che ci costituisce e a cui è ragionevole gridare: “Signore, salvami”. A quest’uomo che urlava la sua domanda di non morire, subito Gesù stese la sua mano, afferrò quella di Pietro e gli disse: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”. Quella mano tesa, quel dolce rimprovero rinsaldano la fede nei presenti più che il camminare di Gesù sulle acque. Lui esaudisce sempre la domanda di fede e quando la fede si risveglia, non c’è bisogno che il Signore dia ordini al vento: “Appena saliti sulla barca, il vento cessò”. E “quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio»” (Mt 14, 33).

2) Gesù non tende solo la mano.

La risposta al grido di paura è un abbraccio di amore fraterno. Il Signore Gesù ci raggiunge, al centro della nostra debole fede. Ci raggiunge e non punta il dito per accusarci, ma tende la mano per afferrare la nostra ed elimina la paura con un abbraccio. Gesù è lo splendore di un abbraccio, che umanamente ha imparato da sua Madre, Maria. Questa umile, grande donna che era “Vergine umile di cuore e poneva tutta la sua speranza nella preghiera del povero” (cfr. Sant’Ambrogio, De virginibus II, 2).

Questa creatura, per la sua pienezza di grazia, la pienezza di grazia di cui era stata riempita dal primo istante della sua esistenza, viveva come vergine, cioè come una persona cosciente di essere sempre amata da Dio. La verginità è quella gratuità che l’essere amati da Dio dona alla vita. Viveva come vergine. Dal cuore umile, perché era stata sempre amata. Non si era data lei questo essere sempre amata. Non ci si può dare l’essere amati, si può solo ricevere. Era di cuore umile e poneva così tutta la sua speranza, tutta la speranza della sua vita nella preghiera del povero, nel domandare che questo amore fosse rinnovato in ogni istante, che questa pienezza di grazia fosse rinnovata continuamente.

San Tommaso d’Aquino dice che la carità, come attrattiva, per l’uomo pur ferito dal peccato, è più potente, come intensità di attrattiva e di diletto, che qualunque attrattiva naturale(Summa theologiae II-II q. 23 a. 2). La carità è imparagonabile, come attrattiva avvincente, rispetto all’attrattiva naturale dell’uomo verso la donna.

La verginità vissuta dalle persone consacrate nel mondo è un amore che nasce dalla felicità di essere amate da Dio, non nasce da una mancanza e non è un di meno rispetto all’amore coniugale. Anzi è una pienezza.

Queste Vergini consacrate mostrano con la vita ciò che Sant’Agostino disse sulla bellezza di Gesù: “Per noi dunque che Lo riconosciamo, il Verbo di Dio ci venga incontro in ogni occasione bello, bello quale Dio, Verbo presso Dio (pulcher Deus, Verbum apud Deum), bello nel ventre della Vergine (pulcher in utero Virginis), dove non abbandonò la divinità e assunse l’umanità, bello bambino appena nato; perché, anche mentre era bambino che succhiava il latte e mentre veniva portato in braccio, di Lui i cieli hanno parlato, Lui piccolo bambino gli angeli hanno lodato, a Lui una stella ha condotto i magi, Lui è stato adorato nella mangiatoia, cibo dei miti. Bello dunque in cielo, bello in terra; bello nel ventre di Maria, bello preso in braccio da Maria e da Giuseppe, bello nei miracoli, bello anche nella flagellazione2, bello quando invitava a seguirlo, bello quando non ha disdegnato la morte, bello quando è spirato, bello quando è risorto bello sulla croce, bello anche nel sepolcro, bello nel cielo ((pulcher in ligno, pulcher in sepulcro, pulcher in coelo)” ( Sant’Agostino, Enarrationes in psalmos, 44, 3).

A questa bellezza le Vergini si sono consacrate lietamente come indica anche la preghiera solenne di consacrazione: “Felici quelle che consacrano la loro vita a Cristo e lo riconoscono come sorgente e ragion d’essere della verginità. Hanno scelto di amare colui che lo Sposo della Chiesa e il Figlio della Vergine Maria” (Rito di consacrazione delle Vergini, n 24)

1 Cfr il Vangelo di Domenica scorsa, 18ª del Tempo Ordinario, Anno A.

2 Sì, anche nella flagellazione perché – dice Sant’Agostino – nella flagellazione, quando era tutto sfigurato, se consideri perché era diventato così, perché si era lasciato battere dai flagelli così, se consideri la misericordia per cui per te, per tuo amore si era fatto ridurre così, è bello anche nei flagelli. Quando Maria Lo ha preso in braccio sotto la croce morto, non c’era cosa più bella di quel suo figlio sfigurato. Così quando il buon ladrone Gli disse: “Gesù, ricordati di me quando sarai in paradiso” (Lc 23, 42), non aveva mai in tutta la vita incontrato una cosa così bella come in quel momento, nel momento della morte, quando si è sentito dire: “Oggi sarai con me in paradiso” (Lc 23, 43).

Lettura Patristica

San Giovanni Crisostomo,

In Matth. 49, 3; 50, 1-2

1. Perché Gesù si ritira sul monte

       Egli è solito, d’altra parte, quando compie grandi miracoli, congedare le turbe e anche i discepoli, per insegnarci a non cercare in nessun modo la gloria degli uomini e a non trascinarsi dietro la folla. La parola che usa l’evangelista, «obbligò», indica il gran desiderio che i discepoli avevano di stare in compagnia di Gesù. Gesù, dunque, li manda via con il pretesto che egli deve congedare la moltitudine, ma in realtà è perché egli vuole ritirarsi sul monte. Il Signore si comporta così per darci un nuovo ammaestramento: non dobbiamo cioè star continuamente in mezzo alla folla, né dobbiamo d’altra parte fuggire sempre la moltitudine; dobbiamo, invece, fare entrambe le cose con profitto, alternando l’una cosa e l’altra secondo la necessità e l’opportunità.

       Perché Gesù sale sul monte? Per insegnarci che il deserto e la solitudine sono propizi quando dobbiamo supplicare Dio. Per questo infatti egli si ritira spesso in luoghi solitari e ivi passa le notti in preghiera, inducendo così anche noi a cercare sia il tempo sia il luogo più tranquillo per le nostre orazioni. La solitudine infatti è la madre della quiete, è un porto tranquillo che ci mette al riparo da ogni tumulto. Ecco perché Gesù sale sulla montagna. I suoi discepoli, invece, sono nuovamente travolti dai flutti e devono sopportare una tempesta violenta come la precedente. Allora, però, il Signore era con loro nella barca, mentre qui essi sono soli e lontani dal Maestro. Egli vuole infatti condurli soavemente e farli progredire a poco a poco verso esperienze più grandi; in particolar modo desidera che sopportino coraggiosamente tutto quanto accade loro. Quando stavano per correre il primo pericolo, egli era presente anche se dormiva, e poteva offrir loro un immediato conforto e un sostegno. Ora, invece, per abituarli a una maggiore pazienza non resta con loro, ma si apparta permettendo che si scateni una grande tempesta in mezzo al mare, tanto che sembra non esservi da nessuna parte speranza di salvezza. E li lascia per tutta la notte in balia delle onde, desiderando, come io credo, risvegliare il loro cuore indurito. Questo infatti era l’effetto del terrore, cui contribuiva, oltre la tempesta, anche la notte con la sua oscurità. In realtà il Signore, oltre a questo acuto e profondo spavento, vuole eccitare nei suoi discepoli un più grande desiderio e un continuo ricordo di lui: perciò non si presenta immediatamente a loro.

       “Alla quarta vigilia della notte egli se ne venne a loro, camminando sopra il mare” (Mt 14,25): voleva abituarli a non cercar subito di essere liberati dalle difficoltà, ma a sopportare gli avvenimenti con coraggio.

       Ma quando sembra che siano fuori pericolo, ecco che sono colti di nuovo dalla paura. “E i discepoli, vedutolo camminare sopra il mare, si impaurirono, pensando che fosse un fantasma; e dalla paura si misero a gridare” (Mt 14,26). Dio agisce sempre così: quando sta per liberarci da prove terribili, ne fa sorgere altre più gravi e spaventose. E così accade anche in questa occasione. Insieme alla tempesta, l’apparizione del Maestro turba ancor di più i discepoli. Ma neppure ora Gesù dissipa l’oscurità, né si rivela immediatamente perché vuol prepararli con questa continua sequela di prove a sostenere altre lotte e indurli a essere pazienti e costanti.

       Così Dio si comportò con Giobbe. Quando infatti si apprestava a liberarlo dalla prova, permise che la fine delle sue sofferenze fosse più dura dell’inizio: non dico per la morte dei figli o per le lamentele e le tentazioni della moglie, ma a causa degli insulti rivoltigli dai suoi stessi domestici e dagli amici. Quando Dio decise di trarre Giacobbe dalla miseria sofferta in terra straniera, permise che egli si trovasse a temere ancor più fortemente: il suocero infatti lo minacciava di morte (Gn 31,1-23) e, dopo di lui, il fratello che stava per accoglierlo in patria lo mise in estremo pericolo (Gn 32,7-12). Siccome i giusti non possono essere provati con violenza per lungo tempo, quando stanno per terminare le loro battaglie, Dio, volendo che essi ne ritraggano una più grande ricompensa, aggiunge altre prove. Nello stesso modo agì con Abramo, ponendogli come ultima prova il sacrificio del figlio (Gn 22,1). Così le prove più intollerabili si fanno sopportabili: esse, infatti, quando sono giunte al limite della sopportazione hanno prossima la liberazione. In tal modo Cristo si comporta qui con gli apostoli. Si rivela loro solo dopo che si sono messi a gridare. Così, quanto più grande è stato il terrore che li ha assaliti, tanto più gioiscono nel vederlo.

       “Ma Gesù subito rivolse loro la parola dicendo: “«Fatevi coraggio, sono io; non abbiate paura!»” (Mt 14,27). Queste parole dissipano del tutto il loro timore e ridanno loro fiducia. Siccome essi, a causa di questa sua straordinaria maniera di camminare sulle onde e per l’oscurità della notte, non lo possono riconoscere con la vista, egli si fa riconoscere con la voce.

       Ma che fa ora Pietro, che è sempre ardente e va sempre avanti agli altri? Gli rispose Pietro: “«Signore, se sei tu, comandami di venire a te sopra le acque» (Mt 14,28). Non gli dice: prega, o supplica, ma «comandami». Vedete quale fervore? E che fede! Certo, molte volte egli si espone al pericolo, perché va oltre la misura e difatti anche qui chiede una cosa molto grande: tuttavia lo fa solo per amore e non per un sentimento di vanità. Ecco perché non dice semplicemente: comandami di camminare sopra le acque, ma precisa «comandami di venire a te». Nessuno ha infatti tanto amato Gesù quanto lui. La stessa cosa egli farà dopo la risurrezione del Salvatore. Allora, non attenderà di andare con gli altri al sepolcro, ma li precederà. In questa circostanza egli dimostra non soltanto il suo amore, ma anche la sua fede. Pietro non solo crede che Gesù può camminare sull’acqua, ma che egli può farvi camminare anche gli altri: perciò desidera avvicinarsi subito a lui.

       “Ed egli rispose: «Vieni». E Pietro, disceso dalla barca, si mise a camminare sulle acque e giunse presso Gesù. Ma, vedendo il vento gagliardo, ebbe paura. E cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami». E subito Gesù, stesa la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?»” (Mt 14,29-31).

       Questo miracolo è più straordinario di quello della tempesta sedata e perciò il Signore lo compie dopo di quello. Aveva mostrato, in quel primo miracolo, che egli comandava al mare; qui compie un prodigio ben più sorprendente. Allora s’era fatto obbedire dai venti; ora egli cammina sulle acque e concede a un altro di fare la stessa cosa. Se al tempo del primo miracolo avesse ordinato a Pietro di camminare sulle acque, l’apostolo non si sarebbe dimostrato ugualmente pronto e deciso, perché non possedeva ancora tanta fede.

       Ma perché ora Gesù acconsente alla richiesta di Pietro? Perché, se gli avesse risposto: Non puoi, l’apostolo, essendo tanto ardente, avrebbe insistito. Gesù quindi lo persuade per via di fatti, così che in avvenire sia più moderato. Ma neppure in tal modo Pietro si conterrà. Buttatosi dunque fuori della barca, incominciò ad essere sbattuto dai flutti, poiché aveva avuto timore.

       Gettatosi, dunque, dalla barca, Pietro andava verso Gesù, felice non tanto di camminare sopra le acque, quanto di andare verso di lui. Ma, dopo aver compiuto quanto era più difficile, l’apostolo cominciò ad essere sopraffatto da un pericolo minore, dall’impeto cioè del vento, non dalla violenza del mare.

       Così è la natura dell’uomo: spesso, dopo aver trionfato delle più grandi prove, cade nelle più piccole.

       Quando ancora è scosso dal terrore della tempesta, ha il coraggio di gettarsi in acqua, mentre, subito dopo, non può resistere al gagliardo assalto del vento, nonostante sia vicino a Gesù. Non giova a nulla infatti esser vicini al Salvatore, se non gli siamo vicini con la fede.

       Ma perché, in questo caso, il Signore non comanda ai venti di smettere di soffiare e stende invece la mano per afferrare e sostenere Pietro? Perché c’era bisogno della sua fede. Quando noi cessiamo di fare la nostra parte, anche Dio cessa di aiutarci. Per far capire quindi al suo apostolo che non è l’impeto del vento, ma la scarsezza della sua fede a farlo affondare, Gesù gli dice: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Se la sua fede non si fosse indebolita, egli avrebbe facilmente resistito anche al vento. E la prova sta nel fatto che il Signore, anche dopo aver preso Pietro per mano, lascia che il vento continui a soffiare con tutta la sua forza, per manifestare che esso non potrebbe assolutamente nuocergli, qualora la sua fede fosse salda. E come la madre sostiene con le sue ali e riporta nel nido l’uccellino che uscito anzitempo sta per cadere a terra, così fa anche Cristo con Pietro.

       “E montati che furono in barca, il vento cessò” (Mt 14,32).

       Quando sopravvenne la calma dopo la prima tempesta, gli apostoli si chiesero: “E chi è mai costui che anche i venti e il mare gli ubbidiscono?” (Mt 8,27). Ma ora non si rivolgono più questa domanda. “Allora quelli che erano nella barca gli si prostrarono davanti, dicendo: «Veramente tu sei il Figlio di Dio!»” (Mt 14,33)

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